Orchids.it per il FAI

PROGRAMMA GIORNATA FAI DI PRIMAVERA SABATO 20 MARZO

BOZZA

Mattino
10,00 Apertura della Chiesa di San Gregorio Magno in Vicolo San Gregorio, 7 a Treviso

Mostra: Il fascino delle orchidee collezione Guido De Vidi

Elegantissime piante ornamentali dall’incomparabile fascino, le orchidee si possono trovare in natura in molte migliaia di specie diverse. Noi avremo il piacere di ammirare e conoscere la collezione di un grande appassionato: Guido De Vidi, medaglia d’oro EOC Ginevra 1997.

11.00 Incontro culturale: Le orchidee italiane (titolo provvisorio) prof. Gabriella Buffa
(Università Ca’ Foscari di Venezia)

Pomeriggio
15,00 Apertura della Chiesa di San Gregorio Magno in Vicolo San Gregorio, 7 a Treviso

17,00 Concerto di Musiche per organo e coro.
Sandro Carnelos, organista
Coro Contrà di Mogliano Veneto


Il fascino delle Orchidee
E’ una magia, quella delle orchidee, fatta di molte cose ma che consiste soprattutto nella varietà senza fine e nel fascino dei fiori stessi. La gamma della loro bellezza è insuperata in floricultura: dalla purezza di un rametto arcuato di Phalaenopsis, alla prorompente sensualità di un singolo fiore di Paphiliopedilum, dai fiori stravaganti di alcune specie di Cattleya, che misurano quasi 30 cm, fino a quelli minuscoli e preziosi della Pleurothallis appena più grandi di una capocchia di spillo.
Le Orchidaceae, così la famiglia è nota ai botanici, comprendono circa 30.000 specie note, classificate in 88 sottospecie e in 660 generi. Nessun’altra pianta, inoltre, ha dato origine ad un così grande numero di ibridi, molti dei quali comportano tre, quattro e perfino cinque incroci. Negli ultimi cento venticinque anni sono stati catalogati più di 75.000 ibridi ottenuti dall’uomo, e il numero continua ad aumentare.
Molti sono i miti e le false leggende sulle orchidee. E’ opinione diffusa che questi fiori siano parassiti; in effetti molte orchidee, allo stato spontaneo, sono epifite, vale a dire che crescono sugli alberi, ma non sono affatto parassite dal momento che usano i rami semplicemente come sostegno. Non sono neppure carnivore, attirano gli insetti impollinatori con vari espedienti ma non se ne cibano.
Secondo un’altra erronea credenza, tutte le orchidee proverrebbero dalla giungla. In realtà le piante di orchidea si trovano un po’ dovunque nel mondo: dalle dune di sabbia e dalle paludi delle zone temperate all’arida tundra oltre il circolo polare artico; dal livello del mare ad altitudini di 4300 metri. Tre specie australiane vivono addirittura sottoterra.
Nella flora indigena europea vi sono numerose specie rustiche di incantevoli orchidee terrestri, l’Italia ne è particolarmente ricca: l’Orchis italica i cui fiori si presentano in compatte infiorescenze conichee, l’Orchis purpurea dai fiori di un intenso nero-purpureo, l’Ophrys apifera (Vesparia) con petali rosa e labello vellutato rosso-bruno con due macchie gialle, la Serapias neglecta (Bocca di gallina) con fiori viola-rossiccio ecc ecc.
La coltivazione delle orchidee tropicali e sub-tropicali è una conquista relativamente recente. Orchidee selvatiche indigene figurano nell’arte e nelle leggende dell’antica Cina e dell’Europa medioevale ( i Cymbidium dal dolce profumo erano particolarmente apprezzati dai cinesi e gli erboristi dell’occidente credevano che l’Orchis aumentasse la potenza sessuale) ma, eccettuata l’estrazione dell’aroma della di vaniglia dalla Vanilla planifolia, le orchidee rivestirono per secoli scarsa importanza sotto tutti gli aspetti.
Fu nell’anno 1818 che le cose cominciarono a cambiare allorchè una spettacolosa orchidea tropicale fiorì in una serra inglese. In un carico di legname che gli era stato inviato dal Brasile, il celebre floricoltore William Cattley si imbattè in uno strano fogliame che era stato usato per imballare il legname. Incuriosito dagli insoliti fusti bulbosi, ne invasò alcuni e li mise in serra, quello stesso novembre si schiuse un magnifico fiore color lavanda maculato di porpora a cui il botanico John Lindley attribuì il nome di Cattelya labiata autunnalis . Coltivatori professionisti e ricchi appassionati si lanciarono alla ricerca di nuove specie originali. Poiché il solo modo allora conosciuto di possedere nuove piante era di prelevarle dal loro habitat naturale, molti ricercatori di professione furono spediti a setacciare il Sudamerica e l’Estremo oriente. Non molte orchidee sopravvissero a quei lunghi viaggi e alle condizioni di coltivazione in serra che si rivelarono spesso errate. Inoltre, malgrado gli insistenti tentativi, i coltivatori non riuscivano a riprodurre le piante dai semi, era possibile ottenere nuovi esemplari solo per divisione dalle piante esistenti.
Il mistero di questi fiori, considerati per secoli una bizzarria del Creatore, perdurò a lungo; si svelò solo quando si comprese appieno la struttura stessa dell’orchidea che presenta gli organi di riproduzione non separati, come avviene negli altri fiori, ma fusi insieme nella cosiddetta colonna o gimnostemio.
Charles Darwin pubblicò nel 1862 il magistrale trattato I vari espedienti per la fecondazione delle orchidee da parte degli insetti, nel 1865 John Dominy creò il primo ibrido ottenuto dall’incrocio di due specie di Calanthe, agli inizi del ‘900 si scoprì che i semi, privi di protezione e di riserve nutritive, per poter germinare necessitano della presenza di uno specifico fungo che li nutre.
Infine, intorno agli anni sessanta, lo scienziato Georges Morel mise a punto una tecnica riproduttiva di laboratorio che ha permesso la creazione di migliaia di esemplari dal tessuto meristematico dell’apice vegetativo di una sola orchidea. La diffusione odierna di questo seducente fiore si deve alla messa a punto di tale metodo riproduttivo.
(tratto da ALICE SKELSEY, Le orchidee, Milano 1981)

Guido De Vidi: “Orchidee da Oscar”
E’ Guido de Vidi, residente a Pero di Breda di Piave (Treviso), il titolare di una delle più interessanti collezioni di orchidee d’Italia. Dopo aver passato tanti anni a mettere a punto impianti telefonici, De Vidi ha voltato pagina e ha deciso di dedicare tutto il suo tempo alla passione preferita. Per interesse amatoriale coltiva moltissime specie di orchidee esotiche, alcune rarissime; ha creato nella serra da lui stesso realizzata i diversi habitat per le varie esigenze delle piante e per il piacere di vivere la meravigliosa sensazione della foresta tropicale. Qui vivono quattromila qualità di orchidee arrivate da ogni parte del mondo. Imponenti epifite con radici sospese nel vuoto, rarissime Lephantes che per vivere si accontentano del sostegno di una pietra umida e coperta di muschio, piante con foglie insolite e decorative o con minuscoli fiori e tanti ibridi. L’impegno di De Vidi ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti, tra i quali sette medaglie ed una menzione speciale per il profumo della sua Cattleya schilleriana all’Esposizione Internazionale di Copenhagen.
(Liberamente tratto da un articolo di Maria Brambilla)

San Gregorio
Secondo l’Agnoletti, la titolazione della chiesa risale all’epoca longobarda. L’impianto attuale rivela gli interventi apportati nel Cinquecento, che diedero all’edificio l’impostazione a navata unica coperta da capriate, con presbiterio rettangolare sporgente; dalla parete destra della navata si accede alla Scuoletta. La facciata con timpano, scandita da quattro lesene ioniche, è opera recente: la data 1846 è dipinta nella riquadratura centrale che reca lo stemma dei Canonici.
San Gregorio fu chiesa parrocchiale fino al 1807 poi divenne oratorio sussidiario della Cattedrale.
Durante la seconda guerra mondiale fu seriamente danneggiato il controsoffitto ottocentesco, venne abbattuto duranti i lavori di restauro attuati nel 1949-50 da Mario Botter, il quale riportò alla luce la decorazione cinquecentsca alla quale risale la fascia dipinta fra le mensole d’appoggio delle capriate. Coeve appaiono le decorazioni a bugnato a punta di diamante ed i motivi vegetali delle tavelle del soffitto.
La bella pala dell’altar maggiore (1620-1628) è opera di Jacopo Negretti detto Palma il Giovane, raffigura San Gregorio Papa in atto benedicente. L’altare di cui fa parte è opera rococò del 1793.
Alle pareti del presbiterio due dipinti attribuiti dal Fossaluzza a Giovanni Buonagrazia: a sinistra il buon samaritano, a destra il figliol prodigo. I due altari laterali sono del primo settecento, a sinistra un’elegante scultura marmorea: la Vergine con il Bambino e a destra la pala di Gaspare Diziani con il transito di San Giuseppe.
Nella navata sinistra è stato posto l’ovale con Assunta attribuita allo Zanchi e nella cantoria si trova il prezioso organo settecentesco di Gaetano Callido (1727-1813).

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