L’orchidea dedicata a Fulvio Tomizza

Fulvio Tomizza, uno scrittore di confine: di Lele Stopani

Lo scrittore ci riceve nella sua casa di Materada, poche case nell’ombra di un bosco che sa di pace antica, e prima di Giurizzani con la famosa e imponente fontana fascista. Non lontano, sul mare d’Istria, Umago. L’occasione è data da un incontro con studenti adulti che da Mestre, in un allegra scampagnata di studio, sono andati a trovarlo, per sapere come nasce uno scrittore di “confine”, e perché.

Tomizza racconta volentieri, la voce pacata, e quasi senza accorgersene, ricostruisce in un viaggio assorto nella memoria, la giovinezza trascorsa in una famiglia agiata in un mondo contadino che non esiste più, in una terra di frontiera vessata da secoli, costruita da contributi umani e di storia tanto diversi, da tante genti che prima dello scoppio delle recenti ostilità erano unite e tolleranti.

Una terra in cui tutti erano parenti e cercavano di mescolare il sangue, gente che si capiva e si riconosceva nella fatica del lavoro, come tutti gli umili sanno fare, in ogni parte del mondo. Poi la fine del secolo con i nazionalismi, i benestanti della costa che sceglievano l’Italia, le genti dell’interno che si sentivano più vicine all’impero austro ungarico, il fascismo, le seconda guerra mondiale e la resa dei conti, un mondo avvelenato e non più controllabile, un popolo nuovo che una ideologia violenta spingeva a rifiutare l’Italia, ed ecco la spaccatura violenta, l’odio. con il memorandum del 1955 la consegna dell’Istria alla Jugoslavia, la fuga da questa terra cementata dalle lacrime e dal dolore, una terra in cui non ci si rispettava più tra diversi, tra parenti.

E’ da qui che è nato Tomizza “scrittore per caso” come ama dire, spinto dalla necessità di narrare fatti crudeli vissuti di persona, capace però “per la freschezza degli anni miei” di ricostruire il dramma di questa terra senza schierarsi, da un lato parteggiando per la gente povera che si riscattava e dall’altro lato ribellandosi agli insulti che venivano dalla sua famiglia che era stata ricca e che veniva vista come chi aveva prevaricato.
E tutto questo diventerà racconto nel primo romanzo ‘Materada’, nato per conservare un legame con quel passato, narrazione di memoria dolorosa e di ricucitura di differenze; del sentire intimo e della storia più grande e collettiva; e ancora, messa a fuoco di una contraddizione tremenda, la vita di tanta povera gente prevaricata da quel comunismo che gli scrittori neorealisti dell’epoca vedevano e salutavano come liberazione dei poveri. Poi Trieste, città doppia, inquieta e incerta nello scegliere tra mondi diversi e “per questo – dice – forse così portata all’autoesplorazione, alla psicanalisi”, capace di accettare chi viene da fuori e perciò rinnovandosi e maturando l’idea e il senso della tolleranza, “che però – osserva ancora – rimane patrimonio di pochi, rimescolando piuttosto il sentimento verso l’estraneo”.

E qui Tomizza interrompe il raccontare. “E’ questo – dice – che ho imparato dalla mia storia, che dalla sofferenza nasce la comprensione e la tolleranza.

Guai alla vendetta e alla rivalsa. Dal dolore e dalla ingiustizia deve nascere il senso della giustizia profonda, proprio per non averla avuta. Dal di dentro di ciascuno di noi deve nascere”. Poi il ritorno a Materada, poiché tra l’Italia e la Jugoslavia è rinato un nuovo rapporto non più revanscista, è riscoperto un legame perduto, i costumi e le storie passate, una nuova pazienza e una nuova energia; “ma nulla è più come prima – dice – questa vita di oggi ha un sapore anche amaro, e i ricordi sono malinconici”.

E oggi? “Rimane l’Istria, il legame profondo tra le sue genti diverse, quella della riva in cui si parla sloveno e quelle dell’interno dalla parlata ancora veneta, genti slovene, croate, del kossovo anche, italiane, ma tutte legate irrimediabilmente all’essere istriano che significa – lo dice con orgoglio Tomizza – cultura di popolo, di abitudini, di natura e di paesaggi. Un popolo, l’istriano, che vuole stare unito oltre le ideologie, che non capisce la divisione tra Zagabria e Lubijana, che ricerca una propria autonomia fatta di cultura mista e di convivenza. Come una volta”.

Si va tutti a mangiare, c’è allegria ora in questa parte di terra così vicina ed una guerra feroce e sembra perciò che sia ancora possibile rivedere quell’Istria antica che Tomizza ci ha raccontato, terra costruita nel tempo da oriundi slavi ma anche da poveracci che trasmigravano la loro povertà dal Veneto, dal Friuli, costruendo un’unica lingua fatta dalla mescolanza dei diversi dialetti, innesti curiosi e improponibili spesso, esempio di piccola serena umanità, di cosmopolitismo semplice.
E rimane nella memoria la speranza e la volontà che tutto non sia perduto.

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