Sant’Anna, 26 luglio, una storia, tante storie

L’uva di Sant’Anna

Storie e ricordi.
I miei ricordi d’infanzia non spaziano nella vita opulenta dell’aristocrazia, ma emergono da uno stentato palcoscenico fatto di vita umile e servile. Siamo in quel Veneto povero, contadino, sul finire degli anni 40 del secolo scorso; io ero piccolo, non superavo i 5 anni di età. La mia famiglia viveva lavorando un piccolo fondo, nemmeno 4 campi di terreno, a mezzadria. Poco frumento, poco mais, e poca uva per fare il vino da dividere a metà con il padrone.

La mia casa
La casa dove vivevo non era dotata di corrente elettrica, sarebbe arrivata con il “miracolo economico degli anni 60” la “luce” era data da lumi a petrolio, il gabinetto era fuori, vicino alla concimaia. Poche stanze, essenziali e risultava difficile distinguere gli spazi dedicati agli animali, e quelli esclusivi di uso domestico, tutto girava in funzione della sopravvivenza famigliare. L’apoteosi dell’uso promiscuo avveniva in primavera con la coltivazione dei bachi da seta.
Nella stalla c’erano due mucche ed un asino, quello era l’unico “vano” della casa ad essere riscaldato (dal fiato degli animali), luogo prediletto nelle lunghe e fredde notti invernali, dove si trascorrevano le serate a fare “filò”; ricordo che si stava bene.

La frutta per noi bambini c’era, ce l’andavamo a raccogliere nei campi e come si suol dire oggi era anche biologica… noi si diceva “salvarega” (selvatica, piccoli frutti): i “pometi” (piccole mele che maturavano a fine giugno) de San Piero, “amoi de San Giovanni” (prunus selvatici che maturavano in corrispondenza della festa di San Giovanni, ed era una bella festa per noi bambini di Pero), piccole pesche che crescevano su alberi stentati, ma sani, ed anche quella mitica uva delle primizie che maturava a fine luglio: l’uva di Sant’Anna che per me era tabù!.
Chissà per quale motivo tutta la frutta era dedicata a qualche santo… non l’ho mai capito, forse serviva di promemoria ai contadini per cadenzare i lavori della terra.

La pergola d’uva.
La casa era posta a mezzogiorno, un grande cortile di terra battuta, il marciapiedi con sassi del Piave e una grande vite di uva Isabella sistemata a pergola, che abbracciava tutto il lato sud.
Ogni inverno quella lunga vite veniva potata con maestria da mio nonno Antonio – “lasciami povera e ti farò ricco” – usava dirmi, mentre sfoltiva i tralci. Per la verità la pergola era formata da due tipi di uva, L’uva Isabella e l’uva di sant’Anna, così nominata perché, il 26 di Luglio, festa di sant’Anna iniziava già a maturare ed era la prima uva, bella, di un colore bianco dorato come l’Isabella che si poteva mangiare.

Ma, quei grappoli d’orati che troneggiavano sopra gli occhi di un bambino, non si potevano toccare finché non erano tutti maturi. La vendemmia, o meglio i migliori grappoli sistemati in una cesta di vimini, erano le primizie da portare alla “siora parona” nella sua villa padronale ubicata vicino alla chiesa del paese.

Solamente dopo questa obbligata ritualità servile (il padrone a fine raccolto poteva madarti fuori di casa), si potevano tagliare i grappoli rimasti, ben pochi e già irrimediabilmente divorati dalle vespe e dai mosconi; rimanevano pochi chicchi utili per deliziare le voglie di un bambino.

Ecco, nonostante siano trascorse tante estati, ogni anno riaffiora questo ricordo dell’uva impossibile da cogliere.
Ora i tempi sono cambiati, non c’è più quella vecchia arpia che aspetta la cesta con le primizie, i supermercati sono pieni di ogni ben di Dio, ma ho ugualmente voluto coltivare l’uva Isabella e l’uva di sant’Anna, e mi sono rifatto anche la pergola, eccola nella foto a sinistra.
Il piacere di cogliere qualche grappolo, seppur con qualche chicco da eliminare, accarezzarli, e godere del loro profumo e sapore, non ha prezzo!

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