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	<title>Orchids.it &#187; Biologia delle orchidee</title>
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		<title>Encyclia? Prosthechea? Anacheilium? Panarica?&#8230;un bel rompicapo tassonomico&#8230;</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Jul 2011 19:14:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;intento di questo articolo, era quello di descrivere una piccola pianta cartellinata come Encyclia lancifolia, fiorita in questi giorni nella mia serra. Eccola, la presento subito &#8211; foto si intende &#8211; sì solo foto, senza nomi e cognomi perchè, dopo qualche consultazione mi son perso in una selva intricata dalla quale ho faticato molto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/07/encyclia_lancifolia.jpg"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/07/encyclia_lancifolia-300x267.jpg" alt="" title="encyclia_lancifolia" width="300" height="267" class="alignleft size-medium wp-image-10418" /></a>L&#8217;intento di questo articolo, era  quello di descrivere una piccola pianta cartellinata come<em> Encyclia lancifolia</em>, fiorita in questi giorni nella mia serra. Eccola, la presento subito &#8211; foto si intende &#8211; sì solo foto, senza nomi e cognomi perchè, dopo qualche consultazione  mi son perso in una selva intricata dalla quale ho faticato molto a districarmi. Forse non sono nemmeno riuscito a cogliere compiutamente l&#8217;attuale situazione tassonomica del grande gruppo a cui appartiene questa specie&#8230; proviamoci insieme.<br />
<span id="more-10399"></span><br />
<strong>Nel 1700 tutte le orchidee che vivevano sugli alberi erano<em> Epidendrum</em></strong><br />
Agli inizi della classificazione binomiale, tutte le orchidee epifite allora conosciute erano classificate con il nome generico  (Carolus Linneaus 1763).<br />
Nel tempo, il genere <em>Epidendrum</em> diventò un contenitore tassonomico (oltre 1100 specie) troppo grande e poco omogeneo; in esso erano raggruppate una miriade di orchidee epifite, comprese anche le attuali <em>Cattleya, Laelia</em>.<br />
Con la continua scoperta di nuove specie di orchidee, i botanici, per riordinare tassonomicamente il genere <em>Epidendrum</em>,  dovettero dar vita a nuovi gruppi, nuovi generi, sottogeneri e via dicendo.</p>
<p><strong>Nasce il genere <em>Encyclia.</em></strong><br />
Il genere <em>Encyclia</em> fu costituito nel 1828 dal botanico inglese <strong>Sir William Jackson Hooker</strong>, con la descrizione di (<em>Encyclia viridiflora.</em>)<br />
Sir William Jackson Hooker, per individuare le orchidee da includere nel nuovo genere, prese come riferimento la forma del labello del fiore. In questo nuovo genere furono raggruppate le specie i cui lobi laterali del labello formavano un cerchio attorno alla colonna centrale. Questa evidente peculiarità morfologica suggerì, per l&#8217;appunto, il nome <em>Encyclia</em>, termine derivato dalla parola greca <em>enkykleomai </em> <strong>&#8220;circondare&#8221;</strong>.<br />
Alcune specie di <em>Encyclia</em> producono grandi fiori, mentre in altre sono più piccoli e meno appariscenti, ma quasi tutte danno vita a fiori profumati.<br />
Altra caratteristica tipica di molte specie del genere <em>Encyclia</em> è quella di puntare verso l&#8217;alto il labello dei fiori.<br />
Le specie del genere <em>Encyclia </em>sono originarie dell&#8217;America tropicale e delle Indie Occidentali, ma crescono anche in Messico e in Sud America. Nel loro habitat naturale, queste piante crescono su alberi ed arbusti, e preferiscono climi con evidenti stagioni umide e secche. Alcune specie sono litofite, ma la maggior parte sono epifite.</p>
<p><strong>Riordino del genere <em>Encyclia</em></strong><br />
Con il trascorrere del tempo e con la scoperta di nuove specie, il genere <em>Encyclia</em> diventa a sua volta un contenitore troppo grande e soprattutto troppo incoerente morfologicamente.<br />
Tuttavia, dobbiamo aspettare fino al 1961 per registrare le prime ristrutturazioni del genere <em>Encyclia</em>, con Dressler che lo suddivide in due sezioni: <em>Encydia</em> e <em>Osmophytum.</em><br />
Successivamente, Dressler (1971) rivisita ancora  strutturandolo in sei sezioni e tre sottogeneri.<br />
Pabst, Moutinho, e Pinto (1981) trasferisce due<em> taxa</em> in <em>Encyclia sez. Hormidium.</em><br />
Dressler eleva a genere il gruppo <em>Hormidium</em>, includendovi il taxon <em>(Encylia sez. Euchile)</em>  Lindl. ex Heynh.<br />
Pabst, Moutinho, e Pinto (1981) trasferisce il <em>taxon</em> <em>(Encydia sez. Osmophytum)</em> in <em>Anacheilium.</em><br />
Come si può evincere, la situazione tassonomica del genere <em>Encyclia</em> si va sempre più complicando senza, per altro, portare risultati esaustivi.<br />
Proprio per evidenziare la confusione sopra descritta, riepiloghiamo i tentativi: Brieger Nel 1960, separa un gruppo di specie già presenti nel genere <em>Encyclia</em> e le subordina al genere <em>Hormidium.</em> Nel 1961 Dressler considera i generi <em>Encyclia e Hormidium</em> completamente subordinati. Nel 1981 Pabst, Moutinho, Pinto rimescolano alcune di queste specie, nei generi <em>Anacheilium Hormidium.</em> Nel 1993 Dressler li trasferisce di nuovo in <em>Encyclia</em>. Nel 1998 Higgins rivoluziona l&#8217;intero l&#8217;impianto tassonomico e  ripropone il genere <em>Prosthechea</em>. Nel 2002 e 2004, altri studi confermeranno la validità del lavoro di Higgins.</p>
<p><strong>Omogeneità filogenetica</strong><br />
In buona sostanza, Higgins osserva che il genere <em>Encyclia</em>, pur strutturano  in tre sottogeneri: <em>Osmophytum, Encyclia, Dinema</em>, mostra grossi limiti di omogeneità filogenetica. Per dimostrare le sue teorie si avvale di nuovi supporti scientifici (DNA) che gli consentono finalmente di &#8220;guardare dentro&#8221; alla struttura biologica delle piante. Per la scienza tassonomica è una rivoluzione.</p>
<p><strong>Prima separazione</strong><br />
Nel Maggio del 1987, sulla rivista &#8220;Phytologia&#8221; Vol. 82 n° 5 viene pubblicato il lavoro di  Wesley E. Higgins <a href="http://www.archive.org/stream/phytologia825glea#page/370/mode/2up<br />
"> &#8220;A reconsideration of the genus<em> Prosthechea&#8221;</em></a></p>
<p>Nel novembre 1998 Wesley E. Higgins separa &#8211; dal genere <em>Encyclia</em> &#8211;  tutte le specie del sottogenere <em>Osmophytum</em> ed assegna loro, il vecchio nome generico <em>Prosthechea</em>, creato nel 1838 da Knowles &#038; Wascott (<em>P. glauca</em>)<br />
<em>Prosthechea</em> Knowlcs &#038; Westc., Florida. Cab. 2:111. 1838.<br />
<strong>Distribuzione:</strong> Dal Messico meridionale alla Florida e in tutta l&#8217;America tropicale.<br />
<strong>Specie tipo: </strong><em>Prosthechea glauca</em> Knowles &#038; Westc. 1838<br />
<strong>Sinonimi:</strong><br />
<em>Epithecia</em> Knowles &#038; Westc. 1838<br />
<em>Hormidium</em> Lindl. ex Heynh. 1841<br />
<em>Anacheilium</em> Hoffmanns. 1842<br />
<em>Epicladium</em> Small 1913<br />
<em>Euchile</em> (Dressler &#038; G.E. Pollard) Withner 1998<br />
<em>Pseudencyclia</em> Chiron &#038; V.P. Castro 2003<br />
<em>Panarica</em> Withner &#038; P.A. Harding 2004<br />
<em>Pollardia</em> Withner &#038; P.A. Harding 2004<br />
Questo genere comprende ora, oltre 120 specie, endemiche nelle foreste pluviali fino ad altitudini di 3000 metri.<br />
<strong>Etimologia</strong>: dal Greco <em>prostheke</em> (appendice), in riferimento alla appendice<br />
di tessuto nella parte posteriore della colonna di <em>Prosthechea glauca</em> (Schultes &#038; Pease 1963).<br />
Pseudobulbi fusiformi, spesso appiattiti. Foglie 1-5, sottili. Infiorescenze scapose o sessili, spesso con una spata prominente. Fiori di solito non resupinati.<br />
Labello a forma di cucchiaio. Colonna di solito gibbosa, senza ali, collegata al tappo antera da un sottile lembo di tessuto. Tutte le specie sono a sviluppo simpodiale con rizomi lunghi (da 1 a 8 cm a seconda della specie) tra gli pseudobulbi. Le radici e le foglie sono sottili, di colore verde chiaro, tenere e temono la luce diretta del sole. Come nelle <em>Cattleya</em>, sulla cima egli pseudobulbi si formano delle spate dalle quali appaiono le infiorescenze corte e non ramificate. Il labello non è lobato. </p>
<p><strong> Genere <em>Prosthechea:</em> la genesi</strong><br />
Come si è già citato, il genere <em>Prosthechea</em> è stato creato da Knowles e Westcott (1838) per includere solo la specie <em>P. glauca</em>. Questo nome creò sin da subito delle perplessità. Knowles e Westcott, analizzando la lista dei nomi generici già registrati &#8220;in Index Kewensis&#8221;, scoprirono che il nome <em>Prosthechea</em> assomigliava troppo a <em> Prosthesia</em> Blume (Violaceae), già pubblicato nel (1826) e per questo, l&#8217;anno seguente (1839) lo cambiarono con il nome generico di <em>Epithecia</em> (<a href="http://books.google.com/books?id=6V8CAAAAYAAJ&#038;pg=PA167&#038;lpg=PA167&#038;dq=Epithecia&#038;source=bl&#038;ots=ywDkl8khiq&#038;sig=uO-kvdNxUGBgtASPJaUg9r4_j24&#038;hl=it&#038;ei=AjEkTp7jK4iV8QPhoJidAw&#038;sa=X&#038;oi=book_result&#038;ct=result&#038;resnum=7&#038;ved=0CFYQ6AEwBg#v=onepage&#038;q=Epithecia&#038;f=false">The Floral cabinet and magazine of exotic botany, Volume 2</a>).<br />
Confusione sulla confusione, qualche anno più tardi, John Lindley, senza notare che c&#8217;era già <em>Epidendrum glaucum</em> subordinato al genere <em>Dichaea</em>, subordinò <em>Prosthechea glauca</em> al genere <em>Epidendrum</em>, trasformandolo in un omonimo valido. Schlechter, successivamente, scambiando una specie per un&#8217;altra restaurò il genere <em>Epithecia</em> ed erroneamente lo legò al genere<em> Dichaea,</em> che in realtà non aveva nulla in comune con questo genere.<br />
A causa di questa confusione iniziale, il genere <em>Prosthechea</em>  rimase nell&#8217;oscurità fino al 1997, quando Wesley Higgins, sulla base di studi di filogenesi, pubblicò la sua recensione:</p>
<p><strong>Wesley E. Higgins rescuscita il nome dormiente</strong><br />
Come si è scritto nel precedente capitolo, le pubblicazioni di  Knowles e Westcott rimasero tranquille per più di 150 anni con la loro unica specie <em>P. glauca</em>, finchè  <strong>W. E. Higgins, (1997[1998]). &#8220;A reconsideration of the genus Prosthechea (Orchidaceae)&#8221;. Phytologia 82: 370–383</strong> non riprese in considerazione quel vecchio nome di genere, anzi, entrambi i nomi, <em>Epithecia e Prosthechea.</em><br />
Dal momento che <em>Prosthechea</em> non è un omonimo di <em>Prosthesia</em>, dato che il primo nome era stato pubblicato validamente, W. E. Higgins ebbe buoni motivi per considerare valida la prima pubblicazione del 1838 di Knowles e Westcott <a href="http://en.wikipedia.org/wiki/International_Code_of_Botanical_Nomenclature">(ICBN, 2000)</a>, ed illeggittima la seconda: <em>Epithecia</em> (nomen illegitimum). </p>
<p><strong>Viaggio tassonomico del genere Prosthechea</strong><br />
Nel 1839 Lindley costituisce la sezione <em>Osmophytum</em> per piante con fiori profumati e la lega al genere <em>Epidendrum</em> Successivamente, Lindley (1840) trasferisce <em>P. glauca</em> in <em>Epidendrum</em> sottogenere <em>Osmophytum</em>, che assume così il nome di <em>Epidendrum glaucum</em> (Knowles &#038; Westcott) Lindley, mentre Epithecia  glauca Knowles &#038; Westcott ne diventa sinonimo. Questa combinazione è (nomen  illegitimum) in quanto esiste già un  omonimo <em>Epidendrum glaucum</em> Sw., seppur trasferito nel genere  <em>Dichaea</em> da Lindley stesso. Nella pubblicazione <em>Folia Orchidaceae</em> (1853), Lindley pose <em>Epidendrum glaucum</em> (Knowles &#038; Westcott) Lindley in <em>Epidendrum</em> sottogenere <em>Encyclium</em>, sezione <em>Sarcochila</em>, e non come precedentemente classificati in <em>Epidendrum</em> sottogenere <em>Osmophytum</em>.<br />
<em>Prosthechea glauca</em> è stata successivamente trasferita  nel genere <em>Encyclia</em> come <em>E. glauca</em> (Knowles &#038; Westcott) Dressler &#038; Pollard (1971) ; <em>Encyclia</em> sottogenere <em>Osmophytum</em> (Lindley) Dressler.</p>
<p><strong>Studi scientifici sul DNA</strong><br />
Questa sistemazione tassonomica perde valore con l&#8217;inizio degli studi sistematici (determinazione della struttura secondaria dello spaziatore interno trascritto (ITS) che separa le regioni nucleari geni RNA ribosomiale), che  evidenziano varie incoerenze morfologiche e monofiletiche del genere <em>Encyclia</em>.<br />
Sul finire degli anni 90 del secolo scorso si arriva alla conclusione morfologica che la <em>Encyclia</em> sottogenere <em>Osmophytum</em> dovrebbe essere elevata a livello generico, perché queste specie sono gemelle del clade <em>Cattleya, Laelia</em> e non di <em>Encyclia</em> sottogenere<em> Encyclia</em>. </p>
<p><strong>Scelta del nome </strong><br />
Poiché il più antico nome generico disponibile, già usato in questo clade è<em> Prosthechea</em>, secondo il ICBN, questo nome ha avuto la priorità.</p>
<p><strong>Le specie</strong><br />
<em>* Prosthechea abbreviata </em>(Schltr.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea aemula</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea alagoensis</em> (Pabst) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea allemanii</em> (Barb.Rodr.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea allemanoides</em> (Hoehne) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea aloisii </em>(Schltr.) Dodson &#038; Hágsater (1999).<br />
<em>* Prosthechea apuahuensis</em> (Mansf.) Van den Berg (2001).<br />
<em>* Prosthechea arminii</em> (Rchb.f.) Withner &#038; P.A.Harding (2004).<br />
<em>* Prosthechea baculus</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea barbozae</em> Pupulin (2004).<br />
<em>* Prosthechea bennettii</em> (Christenson) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea bicamerata</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea boothiana</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea brachiata</em> (A.Rich. &#038; Galeotti) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea brachychila</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea brassavolae</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea bulbosa </em>(Vell.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea caetensis</em> (Bicalho) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea calamaria </em>(Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea campos-portoi</em> (Pabst) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea campylostalix</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea carrii</em> V.P.Castro &#038; Campacci (2001).<br />
<em>* Prosthechea chacaoensis</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea chondylobulbon</em> (A.Rich. &#038; Galeotti) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea christyana</em> (Rchb.f.) Garay &#038; Withner (2001).<br />
<em> * Prosthechea cochleata</em> (L.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>o Prosthechea cochleata var. cochleata.</em><br />
<em>o Prosthechea cochleata var. triandra</em> (Ames) Hágsater (2002).<br />
<em> * Prosthechea concolor</em> (Lex.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>  * Prosthechea cretacea</em> (Dressler &#038; G.E.Pollard) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea elisae</em> Chiron &#038; V.P.Castro (2003).<br />
<em>* Prosthechea faresiana</em> (Bicalho) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em>* Prosthechea farfanii</em> Christenson (2002).<br />
<em> * Prosthechea fausta</em> (Rchb.f. ex Cogn.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea favoris</em> (Rchb.f.) Salazar &#038; Soto Arenas (2001).<br />
<em>* Prosthechea fortunae</em> (Dressler) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<em> * Prosthechea fragrans</em> (Sw.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea garciana</em> (Garay &#038; Dunst.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea ghiesbreghtiana</em> (A.Rich. &#038; Galeotti) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea gilbertoi</em> (Garay) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea glauca</em> Knowles &#038; Westc. (1838).<br />
* <em>Prosthechea glumacea</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea grammatoglossa</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea greenwoodiana</em> (Aguirre-Olav.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea hajekii</em> D.E.Benn. &#038; Christenson (2001).<br />
*<em> Prosthechea hartwegii</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea hastata</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea ionocentra</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea ionophlebia</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea jauana</em> (Carnevali &#038; I.Ramírez) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea joaquingarciana</em> Pupulin (2001).<br />
* <em> Prosthechea kautzkii</em> (Pabst) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea lambda</em> (Linden ex Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea latro</em> (Rchb.f. ex Cogn.) V.P.Castro &#038; Chiron (2003).<br />
* <em>Prosthechea leopardina</em> (Rchb.f.) Dodson &#038; Hágsater (1999).<br />
* <em> Prosthechea lindenii</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea linkiana</em> (Klotzsch) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea livida</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998)<br />
* <em> Prosthechea longipes</em> (Rchb.f.) Chiron (2005)<br />
* <em>Prosthechea maculosa</em> (Ames, F.T.Hubb. &#038; C.Schweinf.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea magnispatha</em> (Ames, F.T.Hubb. &#038; C.Schweinf.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea megahybos </em>(Schltr.) Dodson &#038; Hágsater (1999).<br />
* <em>Prosthechea michuacana</em> (Lex.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998)<br />
* <em> Prosthechea micropus (Rchb.f.) W.E.Higgins (2005)<br />
* </em><em>Prosthechea moojenii</em> (Pabst) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea mulasii </em>Soto Arenas &#038; L.Cerv. (2002 publ. 2003).<br />
* <em>Prosthechea neglecta</em> Pupulin (2001).<br />
* <em>Prosthechea neurosa</em> (Ames) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea obpiribulbon</em> (Hágsater) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea ochracea</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em> Prosthechea ochrantha</em> (A.Rich.) (ined.)<br />
* <em> Prosthechea ortizii</em> (Dressler) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea pamplonensis</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea panthera</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea papilio</em> (Vell.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea pastoris</em> (Lex.) Espejo &#038; López-Ferr. (2000).<br />
* <em>Prosthechea pringlei</em> (Rolfe) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea prismatocarp</em>a (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea pterocarpa</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
*<em> Prosthechea pulcherrima</em> (Klotzsch) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea pulchra</em> Dodson &#038; W.E.Higgins (2001).<br />
* <em>Prosthechea punctifera </em>(Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea pygmaea</em> (Hook.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea racemifera</em> (Dressler) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea radiata</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea regnelliana</em> (Hoehne &#038; Schltr.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea rhombilabia</em> (S.Rosillo) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea rhynchophora</em> (A.Rich. &#038; Galeotti) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea sceptra</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea semiaptera</em> (Hágsater) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea serrulata</em> (Sw.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea sessiliflora</em> (Edwall) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea silvana</em> Cath. &#038; V.P.Castro (2003).<br />
* <em>Prosthechea sima</em> (Dressler) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea spondiada</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea suzanensis</em> (Hoehne) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea tardiflora</em> Mora-Ret. ex Pupulin (2001).<br />
* <em>Prosthechea tigrina</em> (Linden ex Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea tripunctata</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea trulla</em> (Rchb.f.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea vagans</em> (Ames) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea varicosa</em> (Bateman ex Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea vasquezii</em> Christenson (2003).<br />
* <em>Prosthechea venezuelana </em>(Schltr.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea vespa</em> (Vell.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea vinacea</em><em> Christenson (2003).<br />
* </em><em>Prosthechea vitellina</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
* <em>Prosthechea widgrenii</em> (Lindl.) W.E.Higgins (1997 publ. 1998).<br />
<strong>Prossimamente</strong><br />
il post continua con la seconda parte: le specie</p>
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		<title>Cuitlauzina egertonii</title>
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		<pubDate>Mon, 24 Jan 2011 11:27:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cuitlauzina Un piccolo genere, relativamente nuovo nel panorama della botanica e dell&#8217;orchidologia, frutto dei nuovi strumenti di ricerca scientifica basati sulla genetica. Non riesci nemmeno a pronunciare il nome di questo nuovo genere di orchidee? Tutta colpa di Dressler &#038; NHWilliams, sono loro che lo hanno creato. Il genere Cuitlauzina porta questo nome in onore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><em>Cuitlauzina </em></strong><br />
Un piccolo genere, relativamente nuovo nel panorama della botanica e dell&#8217;orchidologia, frutto dei nuovi strumenti di ricerca scientifica basati sulla genetica.<br />
Non riesci nemmeno a pronunciare il nome di questo nuovo genere di orchidee? Tutta colpa di Dressler &#038; NHWilliams, sono loro che lo hanno creato. Il genere Cuitlauzina porta questo nome in onore di: <strong><a href="http://books.google.com/books?id=jzcTAAAAYAAJ&#038;pg=PA318&#038;lpg=PA318&#038;dq=Cuitlahuazin&#038;source=bl&#038;ots=kX3Nk0zMMw&#038;sig=4awP8x6gSXCIlVAWwEQBVHiyGpk&#038;hl=it&#038;ei=O1s9TabIFY-XOs_1qL0F&#038;sa=X&#038;oi=book_result&#038;ct=result&#038;resnum=3&#038;ved=0CCwQ6AEwAg#v=onepage&#038;q=Cuitlahuazin&#038;f=false">Cuitlahuatzin, governatore di Iztapalapa, Messico. </a></strong></p>
<p><strong>Il genere</strong><br />
<em>Cuitlauzina</em> Lex. 1825<br />
Sottofamiglia: <em>Epidendroideae</em>.<br />
Tribù: <em>Maxillarieae.</em><br />
Sottotribù:<em> Oncidiinae.</em></p>
<p><em>Cuitlauzina</em> è un genere di sei specie (Dressler &#038; Williams 2003, Chase et al. 2008), già appartenenti ad altri generi fra i quali, <em>Odontoglossum </em>ed <em>Osmoglossum</em>. </p>
<p><strong>Note scientifiche</strong><br />
Con l&#8217;eccezione di <em>C. pendula</em> e <em>C. pygmaea</em>, le cui foglie non hanno fasci di fibre adaxiali, le altre specie raggruppate in questo nuovo genere, sono caratterizzate da fasci di fibre e fasci vascolari con stegmata adaxiali e abassiali. Gli stegmata in queste specie sono disposti in tre diversi luoghi all&#8217;interno delle foglie, che si sono dimostrate, luoghi di maggiore smaltimento del diossido di silicio accumulato. Studi mirati, hanno rilevato che questa condizione è geneticamente presente nelle specie incluse nel nuovo genere <em>Cuitlauzina</em>.<br />
Le rilevazioni scientifiche che hanno motivato  la costituzione del nuovo genere <em>Cuitlauzina</em> poggiano sulla diversità dei sistemi di assorbimento dei minerali da parte delle piante.<br />
Le diverse accumulazioni di composizioni chimiche e di  varie forme di minerali nelle piante, sono processi biologici utilizzati quali strumenti diagnostici nelle identificazioni tassonomiche.</p>
<p>Nello specifico sono stati effettuati studi sulla diversità di accumulazione dei minerali nelle specie di orchidee appartenenti alla sottotribù <em>Oncidiinae</em>.<br />
Con questo obiettivo scientifico, sono state analizzate e confrontate (in chiaro e con l&#8217;ausilio del microscopio) le accumulazioni minerali nelle foglie di 140 specie di Oncidiinae.<br />
Durante le osservazioni sono state rilevate diverse forme di cristalli di ossalato di calcio e depositi silicdioxide in forma di stegmata.<br />
Questa metodologia di studio, applicata per <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Clade"> clade </a> o per specie, appartenenti alla sottotribù delle <em>Oncidiinae </em>(Rev. Biol Trop. 58 (2): 733-755. Pub. 2010 Giugno 02.), ha evidenziato l&#8217;importanza tassonomica di queste inclusioni minerali.<br />
<span id="more-8610"></span><br />
<strong>Luoghi di endemicità</strong><br />
Le specie del genere <em>Cuitlauzina</em> vivono in habitat identificabili con il termine &#8220;fascia subalpina&#8221;, sono epifite, litofite, occasionalmente terrestri, a sviluppo simpodiale, strutturate con pseudobulbi ovoidali all&#8217;apice dei quali si formano due foglie acumninate. Le infiorescenze sono basali, erette o pendule.<br />
Queste specie richiedono una temperatura fresca &#8211; temperata, luce moderata, alta umidità, buona ventilazione, e un riposo più secco e più fresco.</p>
<p><strong>Le specie del nuovo genere</strong><br />
Specie tipo: <em><a href="http://www.aos.org/AM/Template.cfm?Section=home&#038;CONTENTID=6825&#038;TEMPLATE=/CM/ContentDisplay.cfm"> Cuitlauzina pendula </a></em> Lex. 1825<br />
<a href="http://www.orchids.it/2008/06/16/palumbina-candida/"><em>Cuitlauzina candida </em></a><br />
 (Lindl.) Dressler &#038; N.H.Williams<br />
<em>Cuitlauzina convallarioides</em> (Schltr.) Dressler &#038; N.H.Williams<br />
<em>Cuitlauzina egertonii </em>(Lindl.) Dressler &#038; N.H.Williams<br />
<em>Cuitlauzina pandurata</em> (Garay) M.W.Chase &#038; N.H.Williams<br />
<em>Cuitlauzina pendula</em> Lex.<br />
<em>Cuitlauzina pulchella</em> (Bateman ex Lindl.) Dressler &#038; N.H.Williams<br />
<em>Cuitlauzina pygmaea</em> (Lindl.) M.W.Chase &#038; N.H.Williams 	</p>
<p><strong>Descrizione di specie</strong><br />
<a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/01/cuitlauzina_egertonii_fiori.jpg"rel="lightbox[c-e]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/01/cuitlauzina_egertonii_fiori-208x300.jpg" alt="" title="cuitlauzina_egertonii_fiori" width="208" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-8637" /></a><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/01/cuitlauzina_egertonii_pianta.jpg"rel="lightbox[c-e]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2011/01/cuitlauzina_egertonii_pianta-225x300.jpg" alt="" title="cuitlauzina_egertonii_pianta" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-8638" /></a><br />
Cuitlauzina egertonii (Lindl.) Dressler &#038; N.H. Williams 1845<br />
E&#8217; una specie epifita a sviluppo simpodiale con pseudobulbi lunghi fino a 5 cm e larghi 2 cm, che producono due foglie acuminate, lunghe fino a 25 cm e larghe 1 cm. L&#8217; infiorescenza è più corta delle foglie, e porta da 2 a 4 fiori di colore bianco luminoso.<br />
Questa specie può essere trovata in Messico, Costa Rica, Guatemala, Panama, Colombia e Nicaragua. La fioritura avviene nel mese di gennaio.<br />
Sinonimi:<br />
<em>Odontoglossum egertonii</em> Lindl. , Edwards&#8217;s Bot. Reg. 31(Misc.): 50 (1845).<br />
<em>Oncidium egertonii</em> (Lindl.) Beer, prakt. Stud. Orchid.: 285 (1854).<br />
<em>Osmoglossum egertonii</em> (Lindl.) Schltr.,  Repert. Spec. Nov. Regni Veg. Beih. Beih. 17: 79 (1922).<br />
<em>Odontoglossum candidum</em> Linden &#038; André , Illinois. Hort. 22: 58 (1875).<br />
<em>Osmoglossum acuminatum</em> Schltr., Repert. Spec.  Nov. Regni Veg. Beih. 17: 97 (1922).<br />
<em>Osmoglossum anceps </em>Schltr., Repert.  Spec. Nov. Regni Veg.Beih. 19: 147 (1923).<br />
<em>Osmoglossum candidum </em>(Linden &#038; André) Garay , Bot. Mus.  Leafl.  26: 28 (1978).<br />
<em>Osmoglossum dubium</em> S.Rosillo, Orquídea (Mexico City), ns, 9: 85 (1983). </p>
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		<title>Fotosintesi clorofilliana</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2009 19:14:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#8230; quel meraviglioso processo chimico o fisico attraverso il quale le piante vivono E&#8217; sempre affascinante affrontare questo processo della vita che avviene nelle piante e in alcuni organismi unicellulari. E&#8217; materia per chi studia biologia, chimica o fisica, ma può essere di utile conoscenza anche per noi che ci dilettiamo con la coltivazione delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>&#8230; quel meraviglioso processo chimico o fisico attraverso il quale le piante vivono</strong></p>
<p><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/costantia.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/costantia-219x300.jpg" alt="costantia" title="costantia" width="219" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-3108" /></a>E&#8217; sempre affascinante affrontare questo processo della vita che avviene nelle piante e in alcuni organismi unicellulari. E&#8217; materia per chi studia biologia, chimica o fisica, ma può essere di utile conoscenza anche per noi che ci dilettiamo con la coltivazione delle orchidee.<br />
A proposito delle nostre orchidee, uno dei temi sempre attuali per la loro giusta coltivazione è la luce. Luce soffusa, luce buona, luce diretta, 10 ore di luce piuttosto che 12, queste sono le frasi che leggiamo spesso sui consigli di coltivazione, ma questa benedetta luce perché è tanto importante?<br />
In questo senso la carissima Maya, socia di Orchids Club, ha posto delle osservazioni assai interessanti: </p>
<p><em>&#8230; &#8220;mi trovavo ieri a far visita a Valentina e, osservando le sue piante, pressoché tutte in buone condizioni, ho osservato una notevolmente scarsa pigmentazione delle foglie in generale ed ecco che si accende la lampadina:<br />
le condizioni in cui coltiva le sue piante sono più o meno uguali alle mie, in casa, luce naturale proveniente da una finestra, direi buone condizioni di umidità (più o meno intorno al 70%) e temperatura, annaffiature regolari anche se un po scarse a mio parere, concimazioni regolari, eppure, foglie di un verde molto chiaro e steli fiorali apparentemente più deboli, quasi incolori e spesso tendenti all&#8217;aborto dei boccioli. Anche i fiori che<br />
sbocciano sono evidentemente meno pigmentati dei precedenti, quasi evanescenti&#8230;<br />
Dunque eccoti i quesiti: questa evidente riduzione di fotosintesi potrebbe dipendere esclusivamente dalla scarsità di luce? Dall&#8217;angolo d&#8217;incidenza della luce stessa sulle piante (nel mio caso arriva dall&#8217;alto)? Oppure<br />
possiamo riferirla a una non corretta interrelazione tra  la clorofilla e il derivante processo legato alla luce? Ti faccio queste domande perché nel mio caso la scarsità di luce provoca al massimo una non fioritura ma mai una riduzione della pigmentazione. Avendo portato a casa una pianta Dendrobium kingianum, voglio ora provare a vedere se, cambiando le condizioni ambientali e il metodo di concimazione e innaffiatura, cambia qualcosa&#8221;</em><br />
<span id="more-3070"></span><br />
<strong>ENERGIA</strong><br />
L&#8217;energia è la capacità di compiere un lavoro nei processi vitali. Possiamo quindi dire che le attività e la sopravvivenza di tutte le cellule e degli organismi viventi, dipendono dall’energia fornita dal cibo costituito da sostanze organiche. Alcuni esseri viventi sono strutturati per ricevere energia catturando anche sostanze inorganiche. Ma da dove viene questa energia? Arriva dal sole. L’energia solare arriva sulla Terra sotto forma di luce. Alcuni organismi <strong>autotrofi</strong> (in grado di produrre le sostanze organiche di cui necessitano a partire da sostanze inorganiche), sono in grado di trasformare l’energia luminosa in energia chimica attraverso la fotosintesi.<br />
La fotosintesi è stata spiegata molto bene dal biologo e nostro socio dr. Christian Pozzobon <a href="http://www.orchids.it/2006/08/24/biologia-delle-orchidee/"> in questo post</a> dal quale riprendo questo capitolo: </p>
<p><small><strong>LA CELLULA E LA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA</strong><br />
Le piante sono costituite da miliardi di cellule che si differenziano specializzandosi in qualche funzione utile alla vita ed all’accrescimento della pianta stessa.<br />
La cellula vegetale è formata da un involucro esterno costituito dalla parete. A contatto con essa, nella parte interna, troviamo la membrana plasmatica, essenzialmente costituita da un doppio strato fosfolipidico dove nel suo mezzo sono immerse proteine di membrana.<br />
All’interno c’è il cosiddetto <strong>ambiente citoplasmatico</strong> che presenta tutti gli organuli essenziali alla cellula.<br />
Fra questi troviamo il nucleo, che contiene quasi tutto il materiale genetico capace di dare le istruzioni per la produzione delle molecole (proteine) necessarie alla vita cellulare. La restante parte del materiale genetico codificante altre proteine è contenuto nei <strong>mitocondri</strong> e nei <strong>cloroplasti</strong>. Questi due sono organelli contenuti nelle cellule vegetali. In particolare i <strong>cloroplasti</strong> sono la centrale energetica nei quali viene convertita l’energia luminosa in energia chimica sotto forma molecolare che in un secondo momento potrà essere utilizzata per le reazioni di sintesi durante l’accrescimento della pianta.<br />
<strong>Fotosintesi</strong><br />
<a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/foglia_orchidea_1.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/foglia_orchidea_1-150x150.jpg" alt="foglia_orchidea_1" title="foglia_orchidea_1" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-3079" /></a>Il termine fotosintesi sta a significare letteralmente “sintesi tramite la luce”. Le parti della pianta che sono più attive nello svolgere le reazioni fotosintetiche, sono le foglie.<br />
Queste possiedono un particolare tessuto chiamato <strong>mesofillo fogliare</strong>, il quale è formato da cellule contenenti una gran quantità di cloroplasti. I cloroplasti sono specializzati nel raccogliere l’energia luminosa grazie alla presenza di particolari pigmenti chiamati clorofille. Nella reazione fotosintetica l’energia luminosa è utilizzata per ossidare molecole di acqua e ridurre molecole d’anidride carbonica dando come prodotto la sintesi di zuccheri (il mattone di costruzione di tutte le piante) e la liberazione d’ossigeno.<br />
La reazione chimica è:<br />
<strong>CO2+H2O?(CH2O)+O2</strong><br />
Nello specifico, la prima molecola che prende parte alla serie di reazioni, è l’acqua che venendo ossidata libera due elettroni <strong>(e-)</strong> due protoni <strong>(H+)</strong> formando una molecola di ossigeno<strong> (O2)</strong>. Gli elettroni saranno indirizzati attraverso un percorso a loro specifico fino a giungere alla riduzione di particolari molecole ad alta energia chiamate<strong> NADPH (Nicotinammide-adenina-dinucleotide-fosfato).</strong><br />
Queste molecole (NADPH) saranno utilizzate per la sintesi degli zuccheri all’interno dei cloroplasti.</small></p>
<p>In realtà, il processo di fotosintesi è molto più articolato e riunisce una lunga serie di reazioni complesse, suddivise in una fase luminosa e in una fase oscura. Nella fase luminosa l’energia solare viene trasformata in energia chimica, mentre nella fase oscura si verifica la fissazione del carbonio, con conversione dell’anidride carbonica in molecole di carboidrati.<br />
La prima fase, in cui l’energia luminosa viene convertita in energia chimica, ha luogo sulla membrana interna del cloroplasto. La seconda fase avviene nello <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Stroma"> <strong>stroma.</strong></a><br />
Il glucosio prodotto può poi essere portato a saccarosio ed essere trasportato a tutte le altre parti della pianta dove può subire destini diversi. Ad esempio, il glucosio può essere utilizzato per la biosintesi di molecole di riserva (es. amido secondario) o strutturali (es. cellulosa), oppure essere degradato completamente (fino a molecole inorganiche) o in maniera incompleta (molecole organiche).<br />
Nel processo fotosintetico, l’energia luminosa viene “catturata” da pigmenti fotosintetici (clorofilla (a) e pigmenti accessori) che sono legati ai tilacoidi.<br />
Inoltre, la fase luminosa della fotosintesi può operare con due fotosistemi contemporaneamente o con uno solo. Se opera con due fotosistemi viene definita fotosintesi non ciclica altrimenti si parla di fotosintesi ciclica.</p>
<p>A noi tanto basta per capire che il processo di fotosintesi è importantissimo per la vita delle piante e che si lega a diversi fattori ambientali.</p>
<p><strong>FATTORI CHE INFLUENZANO LA FOTOSINTESI</strong><br />
I processi fotosintetici possono essere influenzati da numerosi fattori, tra cui:<br />
1. Disponibilità idrica<br />
2. Disponibilità di anidride carbonica<br />
3. Ossigeno: effetto Warburg (elevate concentrazioni di ossigeno inibiscono la fotosintesi)<br />
4. Luce<br />
5. Temperatura<br />
6. Nutrienti<br />
7. Età della foglia<br />
8. Caratteristiche genetiche<br />
9. Fotorespirazione </p>
<p><strong>CLOROPLASTI</strong><br />
Abbiamo scritto sopra, che le parti della pianta  più attive nello svolgere le reazioni fotosintetiche, sono le foglie. Non solo le foglie però, più avanti vedremo che sono presenti pigmenti di clorofilla anche nelle radici di certe orchidee epifite. I cloroplasti, per raccogliere l’energia luminosa, sono dotati di particolari pigmenti chiamati clorofille. La pianta quindi, per attivare con forza il processo della fotosintesi, deve produrre tanta clorofilla.<br />
Il nucleo della clorofilla e&#8217; formato da <strong>magnesio chelato</strong>, un elemento fondamentale nel processo di fotosintesi. Questo elemento chimico, ed altri, tipo aminoacidi, zinco, ferro, rame, calcio e manganese, sono indispensabili alla produzione della clorofilla, condizione fondamentale per predisporre la pianta in condizioni ideali al processo di fotosintesi.</p>
<p><strong>PIGMENTI DI CLOROFILLA SULLE RADICI DI ORCHIDEE EPIFITE</strong><br />
Con questo capitolo entriamo in un &#8220;terreno&#8221; tanto caro alle coltivatrici di <em>Phalaenopsis</em> nei vasi trasparenti.<br />
Da qualche anno, soprattutto le <em>Phalaenopsis</em> sono commercializzate in vasi trasparenti, proviamo a darci una spiegazione plausibile.<br />
Qualche tempo fa ho chiesto spiegazioni ad un produttore di <em>Phalaenopsis</em>, la risposta è stata <strong>- per non far uscire le radici dai vasi -</strong> ovviamente non mi convinse, ma lui mi fece notare la differenza, mostrandomi un bancale di <em>Phalaenopsis </em>coltivate in vasi scuri: effettivamente le radici di queste ultime erano decisamente più disordinate e fuoriuscite rispetto a quelle cotivate in vasi trasparenti.<br />
Questo fenomeno lascia pensare che le radici fuoriescano dai vasi scuri per cercare la luce in quanto dotate di clorofilla, questa tesi è sottolineata anche nel libro <strong>&#8220;Introductory Plant Biology&#8221;</strong><br />
Autori:  James E. Bidlack, Kingsley R. Stern, Shelley Jansky<br />
&#8230; fra l&#8217;altro nel loro libro si legge:<br />
 <small>&#8220;in un primo tempo si riteneva che la funzione primaria delle radici di <em>Phalaenopsis</em> fosse stata quella di trattenere l&#8217;acqua, data la loro consistenza molto spessa, ma una recente ricerca ha dimostrato che esse sono strutturate anche per la fotosintesi&#8221; </small></p>
<p>Io penso che siano molte le orchidee epifite con caratteristiche radicali simili a quelle delle<em> Phalaenopsis</em>. Le radici delle orchidee epifite hanno molteplici funzioni (ancoraggio, accumulazione e trattenimento dell&#8217;acqua e di sostanze organiche per il nutrimento), e si modellano secondo esigenze temporali ed ambientali delle piante.<br />
La parte superficiale detta &#8220;velamen&#8221; ha la funzione di trattenere l&#8217;acqua in uscita in caso di alte temperature e di siccità &#8211; la cuticola della radice è bianca ed asciutta &#8211; quando invece la radice è bagnata e di colore verde diventa discreto ricettore fotosintetico.<br />
Ho effettuato vari esperimenti con diverse specie di orchidee epifite, ecco due esempi, con <em>Phalaenopsis bellina</em> e con <em>Barkeria spectabilis</em></p>
<p><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_phal_bell_prima.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_phal_bell_prima-150x150.jpg" alt="radici_phal_bell_prima" title="radici_phal_bell_prima" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-3087" /></a><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_phal_bell_dopo.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_phal_bell_dopo-150x150.jpg" alt="radici_phal_bell_dopo" title="radici_phal_bell_dopo" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-3088" /></a>Le due foto ai lati mostrano una <em>Phalaenopsis bellina</em>, prima e dopo la bagnatura delle sue radici aeree. A sinistra si vedono le radici asciutte e di colore bianco, il velamen è secco e trattiene acqua all&#8217;interno della pianta. Nella foto a destra, dopo una bagnatura copiosa &#8211; il fenomeno non si evidenzia con una semplice spruzzata &#8211; le radici sono decisamente di colore verde e quindi con clorofilla al loro interno (il colore verde non è dovuto ad alghe).</p>
<p><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_bark_prima.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_bark_prima-150x150.jpg" alt="radici_bark_prima" title="radici_bark_prima" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-3089" /></a><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_bark_dopo.jpg"rel="lightbox[f-c]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2009/01/radici_bark_dopo-150x150.jpg" alt="radici_bark_dopo" title="radici_bark_dopo" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-3090" /></a>Ho ripetuto l&#8217;esperimento con una <em>Barkeria spectabilis</em> e come si può notare, anche in questo caso le radici, asciutte di colore bianco, dopo una decisa bagnatura assumono il classico colore verde.<br />
A mio avviso è più motivabile la fotosintesi radicale in questa specie rispetto alla <em>Phalaenopsis.</em> <em>Barkeria spectabilis</em> è un&#8217;orchidea a foglia caduca e pertanto ha forse bisogno di una spinta energetica attraverso le radici nella sua prima fase di risveglio vegetativo.<br />
E&#8217; meno evidente la necessità di fotosintesi radicale nelle <em>Phalaenopsis</em> dotate perennemente di grandi foglie, chissà, forse è un esigenza ambientale visto che vivono in ambienti con poca luce.</p>
<p>Chiudo questo articolo già troppo lungo e forse incompleto. Non essendo un biologo ne un chimico e nemmeno un professore universitario, ma semplicemente un autodidatta, avrò certamente commesso qualche imperdonabile errore, con il tuo aiuto potrò rimediare.<br />
In un prossimo post mi piacerebbe analizzare compiutamente, il comportamento delle orchidee che vivono in condizioni estreme, di luce, di temperatura e di acqua&#8230; la foto di copertina rappresenta una di queste: <em>Constantia cipoensis </em> specie Brasiliana del Minas Gerais che vive solamente sui cespugli del genere Vellozia a 1400 metri di altitudine &#8211; se non fosse stato per l&#8217;etilene che in novembre mi decimò i fiori in serra, finalmente l&#8217;avrei vista fiorire, pazienza aspetteremo il prossimo anno.</p>
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		<title>Trichoceros: un esempio di pseudo-copulazione</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/12/24/trichoceros-un-esempio-di-pseudo-copulazione-2/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Dec 2008 16:29:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
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		<description><![CDATA[&#8230; Se credi che le piante non abbiano un cervello ti sbagli di grosso. Infatti eminenti psicologi parlano chiaramente di “comportamento &#8220;intelligente&#8221;che parrebbe presupporre l’esistenza di una specie di sistema nervoso, o addirittura di un cervello pensante. Ad esempio, l’orchidea Trichoceros parviflours rende i suoi fiori simili alla femmina di una varietà di mosche, così [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>&#8230; Se credi che le piante non abbiano un cervello ti sbagli di grosso. Infatti eminenti psicologi parlano chiaramente di “comportamento &#8220;intelligente&#8221;che parrebbe presupporre l’esistenza di una specie di sistema nervoso, o addirittura di un cervello pensante. Ad esempio, l’orchidea Trichoceros parviflours rende i suoi fiori simili alla femmina di una varietà di mosche, così che il maschio, tratto in inganno dalla perfetta imitazione, tenta l’accoppiamento, impollinando così l’orchidea stessa. </em></p>
<p><strong>Il genere</strong><br />
<strong><em>Trichoceros</em> H.B.K. 1816</strong><br />
Sottofamiglia: Epidendroideae.<br />
Tribù: Maxillarieae.<br />
Sottotribù: Telipogoninae.<br />
L&#8217;origine etimologica del nome deriva dalla composizione di due parole del greco antico: <em>tricho</em> = capelli e <em>cheras</em> = corna, in riferimento alla pelosità dell&#8217;antera ed alle antenne del labello. Il genere <em>Trichoceros</em>, è composto da circa 8-9 specie distribuite lungo la fascia ovest del sud America, l&#8217;impollinazione dei fiori avviene per pseudo-copulazione.</p>
<p><strong>Le specie:</strong><br />
Specie tipo: <em>Trichoceros antennifer</em> [H.B.K.]Kunth 1816<br />
<em>Trichoceros dombeyi</em> D.E.Benn. &#038; Christenson 2001<br />
<em>Trichoceros hajekiorum</em> D.E.Benn &#038; Christenson 2001<br />
<em>Trichoceros hirtzii</em> Dodson ?<br />
<em><a href="http://www.orchids.it/2007/12/09/trichoceros-muralis/ ">Trichoceros muralis</a> </em>Lindl., Gen. Sp. Orchid. Pl.: 174 (1833).<br />
<em>Trichoceros onaensis</em> Christenson 2001<br />
<em>Trichoceros</em> sp Ecuador<br />
<em>Trichoceros sp</em> Ecuador<br />
<em>Trichoceros tupaipi </em>Rchb. f. 1877</p>
<p>Le piante del genere <em>Trichoceros</em> si caratterizzano anche per la loro struttura morfologica disordinata, costituita essenzialmente da un esile rizoma e da piccoli ma evidenti pseudobulbi dotati di una minutissima foglia apicale carnosa ed altre due più grandi alla loro base.<br />
Lo stelo fiorale, generalmente abbastanza lungo e snello, spunta dalla base dello pseudobulbo e produce infiorescenze in progressione per parecchi mesi.<br />
I fiori, seppur di forma diversa nelle varie specie, assomigliano ad una mosca pelosa che si riposa su di una piccola foglia. Il genere <em>Trichoceros</em>, come altre orchidee <a href="http://culturesheet.org/articles:pseudo-copulation_in_terrestrial_orchids"> (vedi questo link)</a>, produce fiori somiglianti ai suoi insetti pronubi, questa somiglianza serve a garantire l&#8217;impollinazione per pseudo-copulazione.</p>
<p><strong>La pseudo copulazione</strong><br />
I fiori delle specie di <em>Trichoceros </em>(mimi della mosca) e delle <em>Ophris </em>(mimi dell&#8217;ape) assomigliano ed odorano come una femmina della loro specie per attirare la specie maschio. La mosca maschio  attirata dal fiore di <em>Trichoceros</em>, effettua l&#8217;impollinazione avvicinandosi per errore nell&#8217;intento di effettuare l&#8217;accoppiamento. Per questo motivo le orchidee del genere <em>Tricoceros</em> sono chiamate &#8220;orchidee della mosca&#8221; oppure con il nome popolare di &#8220;flor de gato&#8221; &#8211; fiore di gatto &#8211; per la strana peluria dei fiori, simile al pelo del gatto.<br />
Le specie del genere <em>Tricoceros</em> sono epifite, a volte terrestri ed anche litofite, ma la loro predisposizione naturale a vagare lungo ripidi pendii rocciosi, consiglia di coltivarle su zattere oppure  su sostegni verticali sui quali possano spaziare in libertà.</p>
<p><strong>La specie tipo</strong><br />
<a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antennifer_fior.jpg" rel="lightbox[t-a]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antennifer_fior-150x150.jpg" alt="trichoceros_antennifer_fior" title="trichoceros_antennifer_fior" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-2688" /></a><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antenn_fiori.jpg" rel="lightbox[t-a]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antenn_fiori-150x150.jpg" alt="trichoceros_antenn_fiori" title="trichoceros_antenn_fiori" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-2689" /></a><a href="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antenn_pianta.jpg" rel="lightbox[t-a]"><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/12/trichoceros_antenn_pianta-150x150.jpg" alt="trichoceros_antenn_pianta" title="trichoceros_antenn_pianta" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-2690" /></a></p>
<p><em><strong>Trichoceros antennifer</strong></em> (Humb. &#038; Bonpl.) Kunth, Nov. Gen. Sp. 1: 338 (1816).</p>
<p><strong>Basionimo</strong>:<em>* Epidendrum antenniferum </em>Humb. &#038; Bonpl., Pl. Aequinoct. 1: 98 (1806).<br />
<strong>Sinonimi</strong>:<em>Trichoceros parviflorus</em> Kunth, Nov. Gen. Sp. 1: 337 (1816).<br />
<em>Trichoceros armillatus</em> Rchb.f., Bonplandia (Hannover) 4: 212 (1856).<br />
<em>Trichoceros muscifera</em> Kraenzl., Bot. Jahrb. Syst. 37: 387 (1906).<br />
Pianta miniatura a portamento strisciante. Questa specie vive nelle foreste umide del Perù della Colombia e dell&#8217;Ecuador lungo pendii rocciosi coperti di muschio, ad alte quote (1300- 4000 metri) .<br />
Anche questa specie, come le altre del genere, utilizza la pseudo-copulazione per attirare l&#8217;insetto impollinatore.<br />
La pianta sviluppa i ceppi vegetativi lungo un esile rizoma, i piccoli pseudobulbi formano una minutissima foglia apicale carnosa ed altre due più grandi alla loro base.<br />
Lo stelo fiorale spunta dalla base dello pseudobulbo, può raggiungere la lunghezza di 25-30 centimetri. I fiori si aprono in progressione dall&#8217;autunno alla primavera.</p>
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		<title>Il genere Cattleya, aria di rinnovo?</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/12/16/il-genere-cattleya-aria-di-rinnovo/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Dec 2008 15:47:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[Orchids]]></category>
		<category><![CDATA[cattleya]]></category>
		<category><![CDATA[nomenclatura]]></category>
		<category><![CDATA[sistematica molecolare]]></category>
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		<description><![CDATA[Leggendo l&#8217;articolo di Cassio Van den Berg pubblicato su neodiverisity.org non avevo notato che in calce all&#8217;articolo vi era anche un&#8217;indicazione su come, secondo lui, i genere delle Cattleya brasiliane si dovrebbe allargare inglobando altri generi. Il mio precedente articolo dovrebbe quindi essere implementato con queste nuove informazioni; la seguente riclassificazione è interessante poiché vi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Leggendo l&#8217;articolo di <strong>Cassio Van den Berg</strong> pubblicato su neodiverisity.org non avevo notato che in calce all&#8217;articolo vi era anche un&#8217;indicazione su come, secondo lui, i genere delle <em>Cattleya </em>brasiliane si dovrebbe allargare inglobando altri generi.<br />
Il mio <a href="http://www.orchids.it/2008/11/14/ancora-sulla-tassonomia/#more-2384">precedente articolo</a> dovrebbe quindi essere implementato con queste nuove informazioni; la seguente riclassificazione è interessante poiché vi sono delle note a spiegazione di nomi e/o modifiche che sono spesso illuminanti.<br />
Il genere <em>Cattleya </em>in base alle nuove informazioni derivanti dalla sistematica molecolare sarebbe opportuno includesse i seguenti generi: <em>Sophronitis </em>(<strong>Lindley, 1828</strong>), <em>Maelenia </em>(<strong>Dumort. 1834</strong>), <em>Eunannos </em>(<strong>Porto &#038; Brade 1933</strong>), <em>Hoffmannseggella </em>(<strong>H.G. Jones 1968</strong>), <em>Dungsia </em>(<strong>Chiron &#038; V.P. Castro 2002</strong>), <em>Hadrolaelia </em>(<strong>Chiron &#038; V.P. Castro 2002</strong>), <em>Microlaelia </em>(<strong>Chiron &#038; V.P. Castro 2002</strong>), <em>Cattleyella </em>(<strong>Van Den Berg &#038; M.W. Chase 2004</strong>), <em>Schluckebieria </em>(<strong>Braem 2004</strong>), <em>Chironiella </em>(<strong>Braem 2006</strong>) e  <em>Brasilaelia </em>(<strong>Campacci &#038; Gutfreund 2006</strong>).<br />
<span id="more-2525"></span><br />
Quelli indicati per primi sono i nuovi nomi proposti, i secondi indicati con l&#8217;asterisco i basionimi e per terzi i nomi attualmente accettati:<br />
<em>Cattleya acuensis &#8211; Sophronitis acuensis* &#8211; Hadrolaelia acuensis</em>;<br />
<em>Cattleya alagoensis &#8211; Sophronitis alagoensis*</em>;<br />
<em>Cattleya alaorii &#8211; Laelia alaorii* &#8211; Sophronitis alaorii, Hadrolaelia alaorii</em>;<br />
<em>Cattleya alaorii</em> f. <em>dietliana </em>- <em>Laelia alaorii</em> f. <em>dietliana</em>* &#8211; <em>Sophronitis alaorii</em> f. <em>dietliana</em>;<br />
<em>Cattleya alvaroana &#8211; Laelia alvaroana* &#8211; Sophronitis alvaroana, Hoffmannseggella alvaroana</em>;<br />
<em>Cattleya angereri &#8211; Laelia angereri* &#8211; Sopronitis angereri, Hoffmannseggella angereri</em>;<br />
<em>Cattleya bicalhoi &#8211; Laelia dayana* &#8211; Sophronitis dayana, Hadrolaelia dayana</em> (per l&#8217;ibrido naturale Rolfe usò già il nome <em>Cattleya x dayana</em>, quindi sarebbe necessario un nuovo nome per trsformare <em>Laelia dayana</em> in <em>Cattleya</em>; il nome onora  H.D. Bicalho che pubblicò un dettagliato resoconto sulle differenze di questa specie in relazione con la <em>C. pumila</em> e la <em>C. praestans</em>);<br />
<em>Cattleya blumenscheinii &#8211; Laelia blumenscheinii* &#8211; Sophronitis blumenscheinii, Hoffanseggella blumenscheinii</em>;<br />
<em>Cattleya bradei &#8211; Laelia bradei* &#8211; Sophronitis bradei, Hoffannseggella bradei</em>;<br />
<em>Cattleya brevicaulis &#8211; Hoffmannseggella brevicaulis* &#8211; Sophronitis brevicaulis, Dungsia brevicaulis</em>;<br />
<em>Cattleya brevipedunculata &#8211; Sophronitis wittigiana</em> var. <em>brevipedunculata, Hadrolaelia previpedunculata</em>;<br />
<em>Cattleya briegeri &#8211; Laelia briegeri* &#8211; Sophronitis briegeri, Hoffmannseggella briegeri</em>;<br />
<em>Cattleya caulescens &#8211; Laelia caulescens* &#8211; Hoffmannseggella caulescens, Sophronitis caulescens</em>;<br />
<em>Cattleya cernua &#8211; Sophronitis cernua*</em> &#8211; &#8220;<em>Cattleya cernua</em>&#8220;, <em>Sophronitis pterocarpa</em> (il nome &#8220;<em>Cattleya cernua</em>&#8221; (<strong>Lindley</strong>) <strong>Beer </strong>viene elencato dall&#8217; International Plant Names Index (IPNI), ma un attento esame della pubblicazione originale (<strong>Beer 1854</strong>) rivela che è un nome non valido. La combinazione è semplicemente un riferimento incrociato del trattamento sotto le <em>Sophronitis</em>, sottintendendo che il nome non fu accettato dall&#8217;autore, il quale rese invalida la  combinazione presso l&#8217;International Code of Botanical Nomenclature (ICBN, McNeill et. al 2006), art. 34.1, punto a): &#8220;Il nome non è validamente pubblicato quando non accettato dall&#8217;autore nella pubblicazione originaria&#8221;. <strong>Zappi </strong>(<strong>1994</strong>) propose al comitato IAPT la conservazione della <em>C. violacea</em> (<strong>Kunth</strong>) <strong>Rolfe </strong>contrariamente alla &#8220;<em>C. violacea</em>&#8221; <strong>Beer </strong>per la stessa ragione che nella &#8220;<em>C. cernua</em>&#8221;  <strong>Beer</strong>. Il comitato rifiutò questa proposta sulla base che la &#8220;<em>C. violacea</em>&#8221; <strong>Beer </strong>era sicuramente non valida e la conservazione non era necessaria (Brummitt 1996). <em>Sophronitis pterocarpa</em> è il nome che è stato applicato ad un presunto taxon distinto dal Paraguay all&#8217;ovest Brasile. Sebbene l&#8217;esame del tipo rivela essere conspecifico con la <em>C. cernua</em>. L&#8217;esemplare tipo fu prelevato anche a Rio De Janeiro dove si trovava solamente la <em>C. cernua</em>. Se il taxon in Paraguay rappresenta una nuova entità tassonomica richiederà un nome differente;<br />
<em>Cattleya cinnabarina &#8211; Laelia cinnabarina*</em> &#8211;  &#8220;<em>Cattleya cinnabarina</em>&#8221; (non valido), <em>Hoffmannseggella cinnabarina, Sophronitis cinnabarina</em> (la combinazione proposta da <strong>Beer</strong> (<strong>1854</strong>) non è valida per la medesima ragione indicata nel commento relativo alla <em>C. cernua</em>. Dunque, una valida combinazione viene qui proposta);<br />
<em>Cattleya coccinea</em> var. <em>rossiteriana</em> &#8211; <em>Sophronitis rossiteriana</em>*;<br />
<em>Cattleya colnagoi &#8211; Hoffmannseggella colnagoi*</em> &#8211; &#8220;<em>Sophronitis colnagoi</em>&#8221; (non valido) (quando Baptista e al. (2005) proposero 22 nuove combinazioni (inclusa &#8220;<em>Sophronitis colnagoi</em>&#8220;) nell&#8217;introduzione enunciarono chiaramente:&#8221; Malgrado crediamo che il nome usato sia quello corretto, decidemmo di fare nuove combinazioni per alcune di queste specie&#8221;. Ciò implica che gli autori non accettarono i nomi che furono loro proposti, che li resero invalidi secondo l&#8217;articolo 34.1 dell&#8217;ICBN. Per questa ragione le combinazioni in <em>Sophronitis </em>e <em>Prosthechea</em> <strong>Knowles &#038; Westc.</strong> (che questi autori esplicitamente non accettarono su altri fogli), se negativo le combinazioni proposte su questo foglio devono essere considerate non valideù);</p>
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		<title>Acari e batteriosi nelle Phalaenopsis</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/06/26/acari-e-batteriosi-nelle-phalaenopsis/</link>
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		<pubDate>Thu, 26 Jun 2008 07:33:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[Coltivare in casa]]></category>
		<category><![CDATA[Coltivazione]]></category>
		<category><![CDATA[Orchids]]></category>
		<category><![CDATA[malattie]]></category>
		<category><![CDATA[Orchidee]]></category>
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		<description><![CDATA[Continuando la collaborazione con Marcus V. Locatelli, ecco un altro interessante articolo da lui redatto e da me liberamente tradotto. Ovviamente chi avesse osservazioni da fare o inesattezze da segnalare è invitato a farlo: La batteriosi nelle Phalaenopsis, ha come maggior agente scatenante, citato in letteratura (almeno per quello che ho potuto trovare), i batteri [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Continuando la collaborazione con <strong>Marcus V. Locatelli</strong>, ecco un altro interessante articolo da lui redatto e da me liberamente tradotto. Ovviamente chi avesse osservazioni da fare o inesattezze da segnalare è invitato a farlo:</p>
<p>La batteriosi nelle <em>Phalaenopsis</em>, ha come maggior agente scatenante, citato in letteratura (almeno per quello che ho potuto trovare), i batteri <em> Pectobacterium carotovora </em>, i cui sintomi più comuni di infezione sono le muffe molli sulle foglie (enzimi pectolitici rilasciati da <em> Pectobacterium carotovora</em>  nel tessuto interno della pianta,il mesofilo, degradano i pectati di Ca nella lamella mediana che è il &#8220;cemento&#8221; che unisce una cella ad un&#8217;altra nelle piante) e muffa molle negli pseudobulbi, muffa che è chiamata anche anasarca (regioni acquose e cattivo odore). In aggiunta a questo agente, sono stati citati altri batteri con il potenziale di causare malattie nelle orchidee in generale, come ad esempio <em>Pseudomonas spp.</em>, <em>Erwinia carotovora</em>, <em>Erwinia chrysanthemi</em> e <em>Acidovorax avenae</em> pathovar <em>cattleyae</em>, ma per individuarle correttamente sono necessari test biochimici più complessi.<br />
<span id="more-1630"></span><br />
La batteriosi nelle piante non ha alcuna cura, sono malattie sistemiche. Così, il miglior controllo è dato dalla prevenzione. Ci sono alcuni antibiotici per uso agricolo, ma assolutamente da scoraggiare, per i gravi rischi di contaminazione umana e ambientale che il loro uso può comportare.</p>
<p>E&#8217; noto che a differenza di alcuni tipi di funghi, i batteri non possono penetrare attivamente il corpo della pianta, a causa della mancanza di artefatti biochimici come gli enzimi che quando rilasciati sulla superficie di una foglia, per esempio, ne degradano la cuticola diminuendo in tal modo la resistenza meccanica alla penetrazione che esisteva in precedenza.</p>
<p>Quindi, il suo miglior controllo è dato dal controllo degli agenti, i vettori, soprattutto insetti e acari, che metterebbero letteralmente i batteri nel corpo della pianta.</p>
<p>Ora qui si parlerà degli acari che sono microscopici esseri, come mostrato nella foto qui sotto (tratta da Wikipedia), molto comuni nelle nostre case.<br />
Gli acari fitofagi si nutrono di succo cellulare raspando cellule con il loro apposito apparato orale. Sicuramente, ferite aperte che servono come ingresso per virus e batteri.<br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/acaro.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/acaro.jpg" alt="" title="acaro" class="alignleft size-full wp-image-1852" /></a></p>
<p>Gli acari del genere <em>Brevipalpus </em>(famiglia <em>Tenuipalpidae</em>), ad esempio, sono importanti vettori di virus nel settore brasiliano degli agrumi, richiedendo milioni di dollari ogni anno per il loro controllo.</p>
<p>Nel caso degli acari degli agrumi, <em>Brevipalpus phoenicis</em> qui nel nostro clima tropicale e sub-tropicale, la popolazione aumenta nei mesi di aprile / maggio, per calare nuovamente a ottobre / novembre, si sviluppano meglio in ambienti secchi, mentre l&#8217;incremento delle pioggie in qualche modo controlla questo fenomeno.<br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07297.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07297-150x150.jpg" alt="" title="foglia Phalaenopsis" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1841" /></a><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07299.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07299-150x150.jpg" alt="" title="foglia Phalaenopsis" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-1842" /></a>                                                                                                                                                          Le foto a destra e sinistra mostrano sintomi di raschiature cellulari di acari (in bassorilievo) nelle foglie di <em>Phalaenopsis</em>, e gli occhi neri e macchie di colore giallo (senza bassorilievo), sintomi di una possibile infezione batterica.<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07295.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07295-150x150.jpg" alt="" title="foglia Phalaenopsis2" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1844" /></a><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07301.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/dsc07301-150x150.jpg" alt="" title="foglia Phalaenopsis3" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-1845" /></a></p>
<p>Nelll&#8217;ambito delle misure di controllo di acari, sono stati citati quelli relativi ai trattamenti colturali, come ad esempio evitare l&#8217;accumulo di polvere sulla superficie delle foglie, che serve a proteggere gli acari, è bene quindi mantenere sempre l&#8217;orchidario il più arieggiato possibile.</p>
<p>Quando si tratta di controllo con dei prodotti chimici, anche se vi è un certo prodotto registrato in Brasile per la coltivazione di orchidee (nuovo!) è ben lungi da me prescrivere un prodotto che non sia registrato dalle autorità competenti, so di persone che hanno utilizzato acaricidi a base di fosforo, clorodifenilsulfona, dinitrofenolo e cloro, prodotti pericolosi che necessitano di estrema cautela per quanto riguarda l&#8217;applicazione, l&#8217;uso di attrezzature di protezione individuale (DPI) per persone che usano spruzzatori, e un po &#8216;di tempo, specificato nel foglietto illustrativo di ciascuno, per evitare di avere contatto con le piante e con le aree trattate.</p>
<p>Si ricorda anche che, spesso il principale vettore di malattie trasmissibili nella coltivazione delle piante è l&#8217;uomo, attraverso pratiche come ad esempio eccessive lesioni con utensili da taglio e l&#8217;impiego di tali immediatamente da una pianta all&#8217;altra, senza un necessaria disinfezione, l&#8217;acqua d&#8217;irrigazione di origine contaminata, l&#8217;acquisto di piantine o di qualsiasi altro prodotto impiegati nella coltivazione di dubbia origine, e piante in difficoltà, piante estirpate da piante e così via.</p>
<p>Infine, ciò che si dovrebbe tener presente è non lasciare esposte per molto tempo le lesioni, spruzzando un po &#8216;di cannella in polvere (che contiene fenoli, sostanze in generale microbicide) oppure poltiglia bordolese (miscela di solfato di rame, carbonato di calcio e acqua) che aiuta a sigillare una superficie aperta da un taglio.</p>
<p>Qui di seguito, una foto di un <em>Phalaenopsis </em>irrimediabilmente condannata, le macchie circolari dorate sono i sintomi della malattia virale (causata da CyMV &#8211; virus mosaico del <em>Cymbidium</em>) e nelle foglie sulla destra, è possibile notare sintomi di anasarca.</p>
<p><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/phalaenopsis3.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/phalaenopsis3-150x150.jpg" alt="" title="pianta phalaenopsis" width="150" height="150" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-1846" /></a><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/acaro.bmp'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/06/acaro.bmp" alt="" title="acaro" class="aligncenter size-thumbnail wp-image-1851" /></a></p>
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		<title>Orchids, what at highest elevation?</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/05/05/orchids-what-at-highest-elevation/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 May 2008 14:41:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[English edition]]></category>
		<category><![CDATA[altissima]]></category>
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		<description><![CDATA[This is the question that I place, following an opinions exchange got in an Italian forum, where someone said that the name of Sobralia altissima was originated from the fact that this orchid was found at the greater altitude. After consulting the book &#8220;Orchid Names and Their Meanings&#8221;, doubt had already been largely allayed, altissima [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>This is the question that I place, following an opinions exchange got in an Italian forum, where someone said that the name of <em>Sobralia altissima</em> was originated from the fact that this orchid was found at the greater altitude.<br />
<span id="more-1598"></span><br />
After consulting the book &#8220;Orchid Names and Their Meanings&#8221;, doubt had already been largely allayed, <em>altissima </em>(and also-um,-us) indicates the &#8220;stature&#8221; of the plant and not , as erroneously presumed, the highest discovery altitude. In fact this particular type of <em>Sobralia</em>, in addition to live at elevations rather high, presents incredibly long stems, up to 13.40 metres (44 ft).<br />
The species is endemic in Peru and finds its unique place in the cloud forests of Tayacaja in a province of Huancavelica.<br />
By putting the question, which is also the title of the article, in the American forum <strong>Orchid Board</strong> that is what was found:</p>
<p>Orchids that grow up to 3,000 meters (9,850 ft) in the Andes (source<strong>: Orchid Culture</strong>):</p>
<p><em>Cyrtochilum ramosissimum<br />
Epidendrum trachysepalum<br />
Odontoglossum pardinum<br />
Masdevallia dura</em></p>
<p>Orchids that grow beyond 3,000 meters (9,850 ft) in the Himalayas (source: <strong>&#8220;Nepal Orchids in Pictures&#8221;</strong>):</p>
<p><em>Coelogyne corymbosa<br />
Gastrochilus acutifolium<br />
Panisea parviflora<br />
Pleione hookeriana</em></p>
<p>Orchids that grow beyond the 3500 Mt. (11,500 ft) on Mount Kinabalu (source: <strong>&#8220;The Plants of Mount Kinabalu: Orchids&#8221;</strong>):</p>
<p><em>Bulbophyllum coriaceum</em>, over 3,500 meters.<br />
<em>Coelogyne papillosa</em>, over 3,700 meters.<br />
<em>Dendrochilum pterogyne</em>, over 3,700 meters.<br />
<em>Platanthera kinabaluensis</em>, over 4,000 meters.</p>
<p>Were also mentioned <em>Dendrobium cuthbertsonii</em> which grows up to 3,500 mt and <em>Masdevallia selenites</em> that grows from 2,500 to 3,200 meters.<br />
The elevation should be related to the latitude (obviously an orchid that grows to 2,000 meters in Norway can be compared to one that grows to 3,000 meters and perhaps more in tropical or sub-tropical areas), but belong to me, starting from sea level, the data above I think can be considered &#8220;winning&#8221;.</p>
<p>Obviously the article is open for any integration and / or correction.</p>
<p>Thanks to the friends of <strong>Orchid Board</strong> that patiently sought information in order to answer to my question.</p>
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		<title>Orchidee, quale alla maggiore altitudine?</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/05/05/orchidee-quale-alla-maggiore-altitudine/</link>
		<comments>http://www.orchids.it/2008/05/05/orchidee-quale-alla-maggiore-altitudine/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 05 May 2008 12:30:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[Orchids]]></category>
		<category><![CDATA[andes]]></category>
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		<description><![CDATA[Questa la domanda che mi sono posto, in seguito ad uno scambio di opinioni avvenuto in un forum italiano, nel quale si affermava che la Sobralia altissima dovesse il suo nome al fatto che fosse l&#8217;orchidea ritrovata alle altitudini maggiori. Dopo aver consultato il libro &#8220;Orchid Names and Their Meanings&#8221; (Nomi delle orchidee e loro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Questa la domanda che mi sono posto, in seguito ad uno scambio di opinioni avvenuto in un forum italiano, nel quale si affermava che la <em>Sobralia altissima</em> dovesse il suo nome al fatto che fosse l&#8217;orchidea ritrovata alle altitudini maggiori.<br />
<span id="more-1495"></span><br />
Dopo aver consultato il libro &#8220;Orchid Names and Their Meanings&#8221; (Nomi delle orchidee e loro significati), il dubbio era già stato per buona parte fugato, altissima (ed anche -um, -us) indica la &#8220;statura&#8221; della pianta e non, come erroneamente supposto, la quota di ritrovamento. Infatti questo tipo particolare di Sobralia oltre a vivere a quote piuttosto elevate, presenta dei fusti incredibilmente lunghi, fino a 13,40 metri.<br />
La specie è endemica del Perù e trova la sua unica collocazione nelle foreste nebbiose di Tayacaja, nella provincia di Huancavelica.<br />
Ponendo poi la questione, che è anche il titolo dell&#8217;articolo, sul un forum americano <strong>Orchid Board</strong> questo è quanto è risultato:</p>
<p>Orchidee che crescono fino ai 3.000 mt nelle Ande (fonte: <strong>Orchid culture</strong>):</p>
<p><em>Cyrtochilum ramosissimum<br />
Epidendrum trachysepalum<br />
Odontoglossum pardinum<br />
Masdevallia dura </em></p>
<p>Orchidee che crescono oltre i 3.000 mt. sull&#8217;Himalaya (fonte:<strong>&#8220;Nepal Orchids in Pictures&#8221;</strong>):</p>
<p><em>Coelogyne corymbosa<br />
Gastrochilus acutifolium<br />
Panisea parviflora<br />
Pleione hookeriana</em></p>
<p>Orchidee che crescono oltre i 3500 Mt. sul Monte Kinabalu (fonte: <strong>&#8220;The Plants of Mount Kinabalu: Orchids&#8221;</strong>):</p>
<p><em>Bulbophyllum coriaceum</em>, oltre i 3.500 mt.<br />
<em>Coelogyne papillosa</em>, oltre i 3.700 mt.<br />
<em>Dendrochilum pterogyne</em>, oltre i 3.700 mt.<br />
<em>Platanthera kinabaluensis</em>, oltre i 4.000 mt. </p>
<p>Sono state inoltre citate <em>Dendrobium cuthbertsonii</em> che cresce fino ai 3.500 mt e <em>Masdevallia selenites</em> che cresce dai 2.500 ai 3.200 mt.<br />
La quota andrebbe rapportata anche alla latitudine (ovvio che un&#8217;orchidea che cresce a 2.000 mt. in Norvegia possa essere paragonata ad una che cresce a 3.000 mt. e forse più in in aree tropicali o sub-tropicali), ma parlando di quota assoluta, partendo dal livello del mare, i dati sopra indicati credo si possano ritenere &#8220;vincenti&#8221;.</p>
<p>Ovviamente l&#8217;articolo è aperto per qualsiasi integrazione e/o correzione.</p>
<p>Ringrazio gli amici di <strong>Orchid Board</strong> che tanto pazientemente hanno cercato le informazioni per poter rispondere alla mia domanda. </p>
]]></content:encoded>
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		<title>Relations between ants and plant world</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/04/24/relations-between-ants-and-plant-world/</link>
		<comments>http://www.orchids.it/2008/04/24/relations-between-ants-and-plant-world/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 24 Apr 2008 13:27:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[English edition]]></category>
		<category><![CDATA[ants]]></category>
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		<description><![CDATA[With this article starts the coooperation of this blog with Marcus Vinicius Locatelli, 24 years old, agronomist engineer trained at the Federal University of Viçosa, 2006. Currently Masters course in the department of soils and plant nutrition in the same institution. Its line of research is fertility of the soil and fertilization of cultures, specifically, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>With this article starts the coooperation of this blog with <strong>Marcus Vinicius Locatelli</strong>, 24 years old,  agronomist engineer trained at the Federal University of Viçosa, 2006. Currently Masters course in the department of soils and plant nutrition in the same institution. Its line of research is fertility of the soil and fertilization of cultures, specifically, working with modeling. I develop, concomitantly, some work with orchids.<br />
As orchid enthusiast he has open the blog blog <a href="http://mvlocatelli.blogspot.com/"> Orquidofilia e Orquidologia </a> full of interesting ideas and arguments.<br />
This is its latest work:<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc09010.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc09010-150x150.jpg" alt="" title="dsc09010" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1453" /></a></p>
<p>Not rare find in the woods bush of orchids and other plants as Bromeliaceas full of ants. </p>
<p>There are a number of known ecological relationships between ants and plants, far beyond the herbivory linked to the leaf cutting ants. </p>
<p>For example, mutualism, or protocooperation which is characterized by both species, plant and insect, obtain benefits from the association.</p>
<p><small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03089.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03089-150x150.jpg" alt="" title="dsc03089" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1454" /></a></p>
<p>The plants are far from being passive in the surrounding environment, their bodies are biochemically communicate among themselves, inducing a morpho-physiological responses to their survival.<br />
<span id="more-1498"></span><br />
Among the morphological include the production of cuticle thicker, as physical barriers against the attacks of pests, as well as structures in their bodies that serve as shelter for the predators of their pests, for example, plants myrmecophyte, special example in our case, the orchid from Central America <em>Myrmecophila tibicinis</em> aka <em>Schomburgkia tibicinis</em> <strong>(Bateman ex Lindl.) Rolfe</strong>, Orchid Rev. 25: 51 (1917), also here, with holes and cameras on the grounds of their pseudobulbs, serving as a shelter for Formicidaes.<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03112.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03112-150x150.jpg" alt="" title="dsc03112" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1455" /></a></p>
<p>And physiologically, summarising a range enormous, and little understood, secondary metabolites, such as phenols, which make them very indigestible to their enemies. There is still the semiochemicals used in the communication between the bodies of the same species, the pheromones, and between different species, allelochemicals, illustrating the latter, as the plants under attack from his enemies say the natural enemies of the same: &#8220;come here have food for you,&#8221; through volatile substances released into the environment, which serve as a &#8220;guide&#8221; for them until they arrive, substances which are also called infochemicals, which would be of great importance for those species hunt of insects, nomads and solitary. </p>
<p>In the case of predatory species of ants, and the vast majority life colonies there is a need for colonies being built in protected places, such as interspersed pseudobulbs to the roots of orchids and epiphytes, recalling also that many of these are endemic to top of trees, or live exclusively on the crown of the trees, there foddering prey, which usually prey habits of herbivores attracted by plants adjacent. </p>
<p>And the trend follows, victims and aggressors seeking deceive each other. </p>
<p>But the &#8220;joke&#8221; is not going to do it, recently in the Journal of Soil Science Brazilian, left this note saying that &#8220;&#8230; irrespective of the substrate cut, the waste produced shows higher concentrations of nutrients than the leaves, and important locus of recycling of nutrients in the ecosystem. The waste can be one of the main reasons for the increase in the concentration of nutrients in the soil tingling. &#8221; So would extrapolate too think that while tingling associated with bushes of orchids are of predatory species, not as leaf cutting ants of this work, they also contribute accumulating nutrients in the fertile orchids epiphytes gradually? </p>
<p>The orchids illustrated in this post are the kind <em>Microlaelia lundii</em> <strong>(Rchb.f. &#038; Warm.) Chiron &#038; VP Castro</strong>, Richardiana 2: 11 (2002), photographed in the habitat in the West Paulista in August 2007. </p>
<p>Below, a bush very influenced by insects and spiders.<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03148.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03148-150x150.jpg" alt="" title="dsc03148" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1456" /></a><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03149.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03149-150x150.jpg" alt="" title="dsc03149" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-1457" /></a><br />
The yet to consider that the presence of ants in touceiras sometimes the preserve to be collected by people, in the case of this habitat, with many other <em>Microlaelia lundii</em> in place, the more difficult it is collected will be spared while others were more susceptible.</p>
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		<title>Interrelazioni tra formiche e mondo vegetale</title>
		<link>http://www.orchids.it/2008/04/18/interrelazioni-tra-formiche-e-mondo-vegetale/</link>
		<comments>http://www.orchids.it/2008/04/18/interrelazioni-tra-formiche-e-mondo-vegetale/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 18 Apr 2008 10:00:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[Orchids]]></category>
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		<description><![CDATA[Con questo articolo inizia la collaborazione di questo Blog con Marcus Vinicius Locatelli, 24enne ingegnere agronomo, laureatosi nel 2006 presso la Federal University of Viçosa. Marcus sta attualmente frequentando un master presso il dipartimento dei suoli e la nutrizione delle piante presso la stessa istituzione. La sua linea di ricerca è la fertilità del suolo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con questo articolo inizia la collaborazione di questo Blog con <strong>Marcus Vinicius Locatelli</strong>, 24enne ingegnere agronomo, laureatosi nel 2006 presso la Federal University of Viçosa.<br />
<strong>Marcus </strong>sta attualmente frequentando un master presso il dipartimento dei suoli e la nutrizione delle piante presso la stessa istituzione. La sua linea di ricerca è la fertilità del suolo e la fecondazione delle culture, in particolare, il lavoro con la modellazione. Sta sviluppando, in concomitanza, alcuni lavori con le orchidee.<br />
Da appassionato di queste ultime ha aperto un blog <a href="http://mvlocatelli.blogspot.com/"> Orquidofilia e Orquidologia </a> ricco di interessanti spunti e osservazioni che cercherò di tradurre in bilinque.<br />
Questo è il suo ultimo lavoro:<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc09010.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc09010-150x150.jpg" alt="" title="dsc09010" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1453" /></a></p>
<p>Non è raro trovare nei boschi, macchie di orchidee e di altre piante come Bromeliacee piene di formiche. </p>
<p>Ci sono una serie di noti rapporti ecologici tra formiche e piante, ben al di là del legame erbivoro delle formiche che tagliano le foglie. </p>
<p>Per esempio, mutualismo, o protocooperazione che è caratterizzata da entrambe le specie, piante e insetti, che ottengono benefici reciproci da questa associazione.<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03089.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03089-150x150.jpg" alt="" title="dsc03089" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1454" /></a></p>
<p>Le piante sono ben lungi dall&#8217;essere passive con l&#8217;ambiente circostante, i loro corpi sono biochimicamente comunicanti tra di loro, inducendo una risposta fisio-morfologica per la loro sopravvivenza.<br />
<span id="more-1452"></span><br />
Tra le morfologiche è inclusa la produzione di cuticole più spesse, come barriere fisiche contro gli attacchi dei parassiti, come pure per le strutture dei loro organismi che servono da riparo per i predatori dei loro parassiti; per esempio, le piante mirmecofite, esempio speciale, nel nostro caso, un&#8217; orchidea dell&#8217;America Centrale: la <em>Myrmecophila tibicinis</em> o <em>Schomburgkia tibicinis</em> <strong>(Bateman ex Lindl.) Rolfe</strong>, Orchid Rev 25: 51 (1917), anche qui, con buchi e camere sul fondo degli pseudobulbi che servono come rifugio per Formicidae.<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03112.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03112-150x150.jpg" alt="" title="dsc03112" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1455" /></a></p>
<p>E tra le fisiologiche, riassumendo, una gamma enorme e poco comprensibile di metaboliti secondari, come i fenoli, che li rendono molto indigesti per i loro nemici. Ci sono anche i semiochimici, utilizzati per la comunicazione tra gli organismi della stessa specie, i feromoni, e tra diverse specie, allelochimici, illustrando questi ultimi, come le piante sotto attacco da parte dei loro nemici dicono ai nemici naturali degli stessi: &#8220;vieni qui c&#8217;è cibo per te&#8221;, attraverso sostanze volatili rilasciate nell&#8217;ambiente, che servono loro da &#8220;guida&#8221; fino al loro arrivo, sostanze che sono chiamate anche infochimici, che sarebbero di grande importanza per la caccia a tali specie di insetti, nomadi e solitari. </p>
<p>Nel caso di specie predatorie di formiche, e per la stragrande maggioranza degli eusociali, vi è la necessità per le colonie di essere costruite in luoghi protetti, come gli interspazi tra pseudobulbi e radici di orchidee epifite e, ricordando anche che molte di queste sono endemiche delle foreste, vivendo esclusivamente sulla corona degli alberi, dove predano il cibo, prede erbivore che abitano che di solito vengono attratte da piante adiacenti. </p>
<p>E la tendenza continua, vittime e aggressori che cercano di ingannarsi l&#8217;un l&#8217;altro. </p>
<p>Di recente nel Journal of Soil Science brasiliano, ho lasciato questa nota dicendo che &#8220;&#8230; a prescindere dal substrato tagliato, il rifiuto prodotto mostra concentrazioni più elevate di sostanze nutritive che le foglie, è importante luogo di riciclaggio delle sostanze nutritive nell&#8217;ecosistema. I rifiuti possono essere una delle principali ragioni dell&#8217;aumento della concentrazione di nutrienti nel suolo dei formicai&#8221;. Quindi, si potrebbe pensare che i formicai associati con macchie di orchidee, e che non tutte le formiche siano specie predatorie come le formiche tagliatrici di foglie,  contribuiscano anche al graduale nutrimento delle orchidee epifite con l&#8217;accumulo di sostanze nutritive?<br />
Le orchidee illustrate in questo post sono del tipo <em>Microlaelia lundii</em><strong> (Rchb.f. &#038; caldo). Chiron &#038; VP Castro</strong>, Richardiana 2: 11 (2002), fotografate nell&#8217;habitat della regione di Oeste Paulista nel mese di agosto 2007. </p>
<p>Qui di seguito, una macchia molto influenzata da insetti e ragni.<br />
<small>foto Marcus V. Locatelli </small><br />
<a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03148.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03148-150x150.jpg" alt="" title="dsc03148" width="150" height="150" class="alignleft size-thumbnail wp-image-1456" /></a><a href='http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03149.jpg'><img src="http://www.orchids.it/wp-content/orchids_uploads/2008/04/dsc03149-150x150.jpg" alt="" title="dsc03149" width="150" height="150" class="alignright size-thumbnail wp-image-1457" /></a><br />
Si può anche considerare che la presenza di formiche nei ceppi volte le preserva dall&#8217;essere raccolte da persone, nel caso di questo habitat con molte altre <em>Microlaelia lundii</em>, rende più difficile  raccoglierle e verranno risparmiate, mentre altre saranno più sensibili.</p>
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		<item>
		<title>L&#8217;orchidea che visse tra i dinosauri</title>
		<link>http://www.orchids.it/2007/09/05/lorchidea-che-visse-tra-i-dinosauri/</link>
		<comments>http://www.orchids.it/2007/09/05/lorchidea-che-visse-tra-i-dinosauri/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 05 Sep 2007 15:13:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Orchids]]></category>

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		<description><![CDATA[Le orchidee sono piante tanto affascinanti quanto antiche&#8230;ma quanto antiche? La loro datazione finora era alquanto approssimativa ed individuata in un lasso di tempo abbastanza ampio. Ora grazie alla tecnologia e a nuove scoperte ne sappiamo molto di più e la loro epoca di comparsa sulla terra ora è stata ridimensionata in un lasso di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Le orchidee sono piante tanto affascinanti quanto antiche&#8230;ma quanto antiche?  La loro datazione finora era alquanto approssimativa ed individuata in un lasso di tempo abbastanza ampio. Ora grazie alla tecnologia e a nuove scoperte ne sappiamo molto di più e la loro epoca di comparsa sulla terra ora è stata ridimensionata in un lasso di tempo più contenuto.<br />
Questa è la traduzione integrale di un articolo apparso nella rubrica Scienza e Tecnologia di &#8220;El Mundo&#8221;:</p>
<p>di Gustavo Catalan Deus</p>
<p>&#8220;MADRID. &#8211; I resti fossilizzati di un&#8217;orchidea, scoperti in perfetto stato in un frammento d&#8217;ambra, hanno permesso di determinare il passato genetico di queste piante singolari, le cui origini possono ora essere stabilite tra 76 e 84 milioni di anni. La scoperta situa le orchidee in un tempo dove esistevano ancora i dinosauri, ciò delimita il dibattito scientifico che esiste fino ad oggi, la cui gamma si situava tra 26 e 112 milioni di anni. La ricerca, pubblicata dal <strong>Nature</strong>, si basa sul polline fossilizzato di un&#8217;orchidea, che ha permesso di descrivere la specie, disegnarla e darle un nome: <em>Meliorchis caribea</em>. Il polline è stato trovato nel torace di un ape operaia (<em>Problebeia domenicana</em>), che è stata trovata in un pezzo d&#8217;ambra. L&#8217;età del fossile è stata datata tra 15 e 20 milioni di anni, e trovata nel nord della Repubblica Dominicana durante l&#8217;anno 2000. &#8220;si tratta del primo fossile di un&#8217; orchidea che offre un&#8217;immagine senza precedenti dell&#8217;interazione tra piante e pollinizzatori&#8221;, affermano il direttore della ricerca ed il collaboratore dell&#8217;articolo, <strong>Santiago Ramirez</strong>, del dipartimento di zoologia comparativa del museo di <strong>Harvard</strong>. Allo studio hanno preso parte un gruppo di esperti di istituzioni americane ed europee. Il pezzo d&#8217;ambra è stato raccolto da un privato, che lo ha portato nel 2005 al dipartimento di biologia evolutiva del museo, dove si è proceduto allo studio vero e proprio. </p>
<p><small> Foto tratta dal quotidiano <a href ="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/scienzaetecnologia/orchidee-e-dinosauri/1.html">&#8220;La Republica&#8221;</a> </small><br />
<img src='/img_up/ape_estinta_450_1.jpg' alt='' /></p>
<p>Il fossile prezioso ha permesso ai ricercatori di ricostruire l&#8217;albero filogenetico delle orchidee, di cui sono state descritte, fino ad oggi, tra le 20.000 e le 30.000 specie, cosa che le trasforma nella famiglia biologica più vasta e diversa della terra, secondo Ramirez. Questa famiglia rappresenta l&#8217;8% del totale delle piante con fiori. </p>
<p><span id="more-1199"></span><br />
<strong>Teoria dell&#8217;evoluzione:</strong></p>
<p>la teoria dell&#8217;evoluzione delle piante della famiglia delle orchidee affascinò  150 anni fa <strong>Charles Darwin</strong>, autore della teoria della selezione naturale. Quando è tornato della sua spedizione scientifica a bordo del Beagle, ha dedicato anni a fare ricerche sul meccanismo riproduttore di queste piante. Da allora, i biologi hanno studiato con un grande zelo la famiglia immensa delle orchidee, senza ottenere soluzione a tutte le questioni.<br />
 &#8220;Abbiamo costruito l&#8217;albero della famiglia basandoci sulla sequenza del DNA che abbiamo trovato nel fossile.&#8221; Utilizzando la sua età abbiamo potuto misurare l&#8217;orologio molecolare. E poiché fino ad oggi nessuna altra orchidea era così tanto vecchia, hannopotuto calcolare l&#8217;età di queste piante a partire dalla <em>Meliorchis</em> &#8220;, chiarisce <strong>Santiago Ramirez</strong>.&#8221; L&#8217;assenza di registri fossili della famiglia delle orchidee è dovuta al fatto che queste piante fioriscono in modo raro ed esse si concentrano nei settori tropicali, dove il calore e l&#8217;umidità sono fattori che complicano la fossilizzazione. Inoltre, il suo polline è disperso soltanto dagli insetti e non dal vento, cosa che riduce ancora più le possibilità che si fossilizzi sulla superficie terrestre. In questo caso, cosa che è rimasta in perfetto stato di conservazione durante milioni di anni, è precisamente l&#8217;interazione tra l&#8217;insetto e la pianta. Si tratta del solo registro fossile conosciuto. </p>
<p><small> Foto tratta dal quotidiano <a href ="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/scienzaetecnologia/orchidee-e-dinosauri/1.html">&#8220;La Republica&#8221;</a> </small><br />
<img src='/img_up/ape_estinta_.jpg' alt='' /></p>
<p>I grani di polline che ha l&#8217;ape sono disposti sotto forma di pacchetto, cosa che dimostra che l&#8217;ape li ha raccolti, e non si sono casualmente attaccati con un semplice contatto durante il volo. Questa specie d&#8217;ape si è estinta ed era differenziata non avendo avuto pungiglione. I dati ottenuti dalla ricerca sul polline fossilizzato dell&#8217;ape permettono di concludere che le prime orchidee erano da poco tempo sulla terra quando i dinosauri hanno iniziato ad estinguersi  65 milioni di anni fa, tra il Cretaceo ed Terziario. Un&#8217;altra sorpresa &#8220;affascinante&#8221;, secondo gli autori della ricerca, è che alcuni gruppi di orchidee, tra esse l&#8217;apprezzata <em>Vaniglia</em>, si sono sviluppati in età molto precoci, poiché queste specie sono soltanto distribuite nei tropici. &#8220;Grazie al fatto che sappiamo che le regioni tropicali hanno iniziato a essere separate 100 milioni di anni fa, si può datare l&#8217;età di questo gruppo di specie tra 60 e 70 milioni di anni.&#8221; Questo segnala anche che c&#8217;era ancora un grande scambio biotico tra le regioni molto dopo la loro separazione &#8220;, conclude <strong>Ramirez</strong>.&#8221;</p>
<p>Il testo integrale in lingua inglese redatto da <strong>Steve Bradt</strong> è consultabile direttamente sul sito della <strong><a href="http://www.news.harvard.edu/gazette/2007/09.13/99-orchid.html">Harvard University</a></strong> e porta la data del 29 agosto 2007, quindi di fresca pubblicazione.</p>
<p>Ciao Massimo.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Impollinazione orchidee</title>
		<link>http://www.orchids.it/2007/06/14/impollinazione-orchidee/</link>
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		<pubDate>Thu, 14 Jun 2007 13:53:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Massimo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>

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		<description><![CDATA[Guido si è sempre prodigato tanto nello spiegare durante le mostre ai vari curiosi come la farfalla notturna Xanthopan morgani praedicta con la sua spirotromba di 26 cm circa impollinasse l&#8217;Angraecum sesquipedale (ex . Xanthopan morgani rinominata poi con l&#8217;aggiunta di praedicta in omaggio a Darwin che fece la previsione sul possibile insetto pronubo). Visto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Guido si è sempre prodigato tanto nello spiegare durante le mostre ai vari curiosi come la farfalla notturna <em><strong>Xanthopan morgani praedicta</strong></em> con la sua spirotromba di 26 cm circa impollinasse l&#8217;<em>Angraecum sesquipedale</em> (ex . <em><strong>Xanthopan morgani</strong></em>  rinominata poi con l&#8217;aggiunta di <em><strong>praedicta</strong></em> in omaggio a Darwin che fece la previsione sul possibile insetto pronubo).<br />
Visto che ora, grazie ad una segnalazione è disponibile un link che lo documenta, mi sembra doverosa la dedica:<br />
Guido è una mia dedica personale alla tua perseveranza e sempre disinteressata disponibilità.<br />
Date un&#8217;occhiata a questo link portando la barra di avanzamento del filmato sui 2 min. 30 sec.<br />
Questo il link:</p>
<p><a href="http://video.google.com/videoplay?docid=2922350068453718519&#038;q=Nature+PBS"></p>
<p>Impollinazione Angraecum</a><br />
Ciao</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Biologia delle orchidee</title>
		<link>http://www.orchids.it/2006/08/24/biologia-delle-orchidee/</link>
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		<pubDate>Thu, 24 Aug 2006 15:36:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>

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		<description><![CDATA[In uno dei post precedenti si è sviluppato un interessante dibattito sulla &#8220;sintesi clorofilliana&#8221; e più in generale, sulla biologia delle orchidee. Ho pensato bene di portare questo argomento a livello di post e per introdurlo ho ripreso questo sintetico e quanto mai utile lavoro di Christian, già pubblicato sul quaderno di Orchids Club, distribuito [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div style="overflow:hidden; background:#EEEEEE; border: 1px dotted gray; padding:3px;">In uno dei post precedenti si è sviluppato un interessante dibattito sulla &#8220;sintesi clorofilliana&#8221; e più in generale, sulla biologia delle orchidee.<br />
Ho pensato bene di portare questo argomento a livello di post e per introdurlo ho ripreso questo sintetico e quanto mai utile lavoro di Christian, già pubblicato sul quaderno di Orchids Club, distribuito gratuitamente in occasione di Pordenone orchidea edizione 2005.</div>
<p><strong>Biologia delle orchidee e delle piante </strong><br />
 <small> di Christian Pozzobon &#8211; biologo </small></p>
<p><small><i> Vanda coerulea</i>-collezione Guido De Vidi- diritti risevati</small><br />
<img src='/img_up/vanda_coerulea_300.jpg' alt=''class="alignleft"/>Esiste una stragrande varietà di forme e strutture delle piante. Guardando il nostro mondo con attenzione si possono trovare piante con altezze che vanno da qualche centimetro fino a piante che superano le decine di metri. La cosa che ci attrae di più in una pianta sono i fiori che essa produce i quali possono avere una varietà di forme e colori da lasciarci incantati di fronte alla loro bellezza. Le orchidee sono degli organismi vegetali che possiedono una miriade di varietà di fiori da distinguersi sicuramente nella loro bellezza estetica. Nonostante la loro differenza estetica, tutte le piante a seme (comprese le orchidee) fanno vedere forti somiglianze nella struttura di base.<br />
<span id="more-831"></span><br />
Tutte le piante presentano tre elementi fondamentali: <strong>RADICI, FUSTO e FOGLIE</strong>. L’assorbimento degli elementi minerali e dell’acqua dal terreno è svolto dalle radici, oltre a tenere salda la pianta al substrato. Il fusto mantiene eretta la pianta e le foglie fungono da centrale energetica ricavando energia con la fotosintesi.<br />
Queste tre strutture sono tutte quante costituite da un certo numero di cellule e le cellule nelle tre strutture si differenziano fra loro per avere acquisito nell’arco di millenni la specializzazione fisiologica a livello funzionale. Invece la parete cellulare è la struttura che accomuna tutte le cellule vegetali ma allo stesso tempo le differenzia dalla cellula animale che non la possiede.<br />
Le cellule delle piante hanno due tipi di parete: la primaria e la secondaria. La parete primaria si trova nelle pianticelle giovani ed è molto sottile, mentre quella secondaria, più spessa, è presente in cellule che sono  specializzate ad una certa funzione ed hanno una certa età.<br />
Esiste un quarto elemento che non è sicuramente di minore importanza: </p>
<p><strong>IL MERISTEMA.</strong><br />
Questa particolarissima struttura è principalmente localizzata all’estremità del <strong>fusto</strong> della pianta nelle <strong>ascelle fogliari</strong> e negli <strong>apici delle radici</strong>. Il meristema è una struttura formata da una quantità di cellule che si mantengono sempre ad uno stato indifferenziato garantendo nel tempo l’accrescimento della pianta stessa. Una delle maggiori domande che la gente si pone è; quali sono i sistemi di trasporti dei nutrienti in una pianta?<br />
Le principali strutture di trasporto che percorrono la pianta sono: lo <strong>xilema</strong> ed il <strong>floema</strong>. Queste due strutture formano il cosiddetto sistema vascolare. Lo <strong>xilema </strong>è un lungo condotto di tubature unite fra loro e chiamate <strong>tracheiti</strong>. In particolare queste strutture sono dei tubicini cellulari che originano dalla morte delle stesse per la perdita delle loro strutture interne <strong>(citoplasma) </strong>ed il successivo ispessimento della loro parete, per contrastare la pressione negativa interna che si origina per assicurare il trasporto dei nutrienti dall’alto verso il basso <strong>(dalla punta della radice all’apice della gemma).</strong><br />
Il <strong>floema</strong> invece è quella parte vascolare che assicura la distribuzione degli zuccheri prodotti per fotosintesi e tutte le molecole organiche verso tutti.</p>
<p><strong>LA CELLULA E LA FOTOSINTESI CLOROFILLIANA</strong><br />
Le piante sono costituite da miliardi di cellule che si differenziano specializzandosi in qualche funzione utile alla vita ed all’accrescimento della pianta stessa.<br />
La cellula vegetale è formata da un involucro esterno costituito dalla parete. A contatto con essa, nella parte interna, troviamo la <strong>membrana plasmatica</strong>, essenzialmente costituita da un doppio strato fosfolipidico dove nel suo mezzo sono immerse proteine di membrana.<br />
All’interno c’è il cosiddetto <strong>ambiente citoplasmatico</strong> che presenta tutti gli organuli essenziali alla cellula.<br />
Fra questi troviamo il nucleo, che contiene quasi tutto il materiale genetico capace di dare le istruzioni per la produzione delle molecole <strong>(proteine)</strong> necessarie alla vita cellulare. La restante parte del materiale genetico codificante altre proteine è contenuto nei <strong>mitocondri</strong> e nei <strong>cloroplasti</strong>. Questi due sono organelli contenuti nelle cellule vegetali. In particolare i <strong>cloroplasti</strong> sono la centrale energetica nei quali viene convertita l’energia luminosa in energia chimica sotto forma molecolare che in un secondo momento potrà essere utilizzata per le reazioni di sintesi durante l’accrescimento della pianta.<br />
<strong>Fotosintesi</strong><br />
Il termine <strong>fotosintesi </strong>sta a significare letteralmente “sintesi tramite la luce”. <strong>Le parti della pianta che sono più attive nello svolgere le reazioni fotosintetiche, sono le foglie. </strong><br />
Queste possiedono un particolare tessuto chiamato <strong>mesofillo fogliare</strong>, il quale è formato da cellule contenenti una gran quantità di <strong>cloroplasti</strong>. I <strong>cloroplasti </strong>sono specializzati nel raccogliere l’energia luminosa grazie alla presenza di particolari pigmenti chiamati <strong>clorofille</strong>. Nella reazione fotosintetica l’energia luminosa è utilizzata per ossidare molecole di acqua e ridurre molecole d’anidride carbonica dando come prodotto la sintesi di zuccheri (il mattone di costruzione di tutte le piante) e la liberazione d’ossigeno.<br />
La reazione chimica è:<br />
<strong>CO2+H2O?(CH2O)+O2</strong><br />
Nello specifico, la prima molecola che prende parte alla serie di reazioni, è l’acqua che venendo ossidata libera due elettroni <strong>(e-) </strong>due protoni <strong>(H+)</strong> formando una molecola di ossigeno <strong>(O2)</strong>. Gli elettroni saranno indirizzati attraverso un percorso a loro specifico fino a giungere alla riduzione di particolari molecole ad alta energia chiamate<strong> NADPH </strong>(Nicotinammide-adenina-dinucleotide-fosfato).<br />
Queste molecole (NADPH) saranno utilizzate per la sintesi degli zuccheri all’interno dei cloroplasti.<br />
<strong>L’ assimilazione dei minerali</strong><br />
Gli elementi minerali essenziali alla pianta sono assorbiti principalmente a livello delle radici. A loro volta tutti i minerali vengono trasportati verso tutti quei distretti della pianta che ne hanno bisogno grazie al sistema vascolare prima discusso.<br />
Oltre alle radici possono essere coinvolti i funghi micorrizzici che possono essere utili alle radici per aumentare l’efficienza di assorbimento dell’azoto.<br />
Chiaramente l’efficienza di assorbimento dei minerali da parte della pianta è direttamente proporzionale allo sviluppo del sistema radicale.</p>
<p><strong><br />
<blockquote>Le orchidee epifite sviluppano delle radici aeree che nell’arco degli anni si sono specializzate a raccogliere gli elementi nutritivi dall’atmosfera che le circonda. In natura si possono ammirare orchidee che possiedono strutture radicali con lunghezze di parecchi metri.</p></blockquote>
<p></strong><br />
Non tutti gli elementi minerali presenti nella biosfera sono essenziali per il corretto accrescimento della pianta, ma la  mancanza per un lungo periodo di tempo di un minerale considerato essenziale provocherà la morte della pianta.<br />
Gli elementi essenziali sono suddivisi in due categorie; quella dei macronutrienti e quella dei micronutrienti in base alla concentrazione del minerale presente nel tessuto vegetale.<br />
I macronutrienti sono: <strong>ZOLFO (S), FOSFORO (P), MAGNESIO (Mg), CALCIO (Ca), POTASSIO (K), AZOTO (N), OSSIGENO (O), CARBONIO (C) e IDROGENO (H).<br />
I micronutrienti sono: MOLIBDENO (Mo), RAME(Cu), ZINCO (Zn), MANGANESE (Mg), FERRO (Fe), BORO (B), CLORO (Cl).</strong></p>
<p><strong></p>
<blockquote><p>Gli elementi nutritivi possono in parte essere  assorbiti anche dalla lamina delle foglie oltre che dalle radici ed è facile trovare qualche persona che riferisce di fertilizzare le piante attraverso la nebulizzazione dei composti nutritivi direttamente sulla superficie delle foglie.  Questa tecnica è chiamata applicazione fogliare.
</p></blockquote>
<p></strong></p>
<p><strong>Accrescimento delle piante e ormoni vegetali.</strong><br />
L’accrescimento degli organismi vegetali ed il differenziamento cellulare che porta alla costituzione dei differenti tessuti i quali vanno a formare la pianta  è dato dalla comunicazione che avviene fra le varie cellule attraverso gli <strong>ormoni</strong>.<br />
Gli <strong>ormoni</strong> sono delle <strong>molecole</strong> che permettono la comunicazione attraverso le cellule grazie all’interazione dell’ormone con un recettore sulla superficie cellulare, il quale a sua volta trasmetterà la comunicazione all’interno della cellula per fare in modo che il metabolismo della stessa sia modificato per un ottimale accrescimento vegetale.<br />
I principali ormoni vegetali sono<strong>: auxine, gibberelline, citochinine etilene ed acido abscissico.</strong><br />
<strong>Auxina</strong>: L’auxina principale nelle piante è conosciuta anche come acido 3-indolacetico <strong>(IAA)</strong>. Questa sostanza chimica è in grado di stimolare la crescita in allungamento dei fusti nelle piante. Inoltre può avere un effetto inibitorio nell’allungamento radicale.<br />
Dobbiamo anche dire che, la concentrazione dell’ormone, lo stadio di sviluppo della pianta o altri fattori come il coinvolgimento d’altri ormoni può influire nell’effetto finale dell’auxina.<br />
<strong>Gibberellina</strong>: Le gibberelline sono un altro gruppo di ormoni scoperto verso gli anni 50. Tramite l’applicazione delle gibberelline si possono avere una serie di risposte legate all’accrescimento che dipendono anche dal genere di pianta presa in considerazione.<br />
Per esempio, l’applicazione dell’ormone in piante nane (il cavolo) determina una forte crescita in altezza tramite l’allungamento del fusto.<br />
Lo stato di maturità di una pianta è un altro di quei fattori che può essere regolato dalle gibberelline.<br />
<strong>Citochinine</strong>: La principale citochinina nelle piante superiori è la <strong>“zeatina”</strong>. Queste molecole sono responsabili nell’attivazione cellulare e la loro divisione. Per questo motivo sono anche maggiormente concentrate nei tessuti che si trovano in attiva proliferazione, come per esempio nei tessuti meristematici degli apici radicali e nei germogli della pianta.<br />
<strong>Etilene e Acido abscissico </strong><strong>(ABA)</strong>: Questi due ormoni possiedono funzioni inibitorie nella crescita dei vegetali. I tessuti trattati da ABA  ed etilene esogeni, mostrano una marcata variazione nel normale accrescimento di una pianta. L’etilene è una molecola endogena la quale fa notare in maniera particolare la “risposta tripla”.<br />
La risposta tripla è così chiamata perché le variazioni indotte nell’accrescimento della pianta sono tre: Diminuito allungamento del fusto, accrescimento laterale aumentato (rigonfiamento) e un accrescimento orizzontale aumentato (gravitropismo negativo).<br />
L’acido abscissico <strong>(ABA)</strong> porta questo nome perché una delle sue principali caratteristiche è quella di promuovere l’abscissione. La caduta delle foglie e dei fiori di una pianta è chiamata abscissione.<br />
Gli effetti causati dall’<strong>ABA </strong>e rilevati nell’organismo vegetale sono più di uno. Può essere inibito l’effetto di accrescimento promosso dall’auxina nelle piante giovani.<br />
In condizioni di stress come nei momenti di siccità si è notato che può aumentare di molto la concentrazione dell’ABA nelle foglie e questo induce la chiusura degli stomi.<br />
Spero che questo semplice manoscritto riguardante la biologia delle piante possa aiutare qualche appassionato a comprendere in maniera migliore i segreti delle meravigliose orchidee.<br />
A tal proposito ringrazio tutte le persone che mi hanno sempre dato un’iniezione di fiducia nel ricercare e comprendere l’energia che alimenta in me la passione e lo studio di questo stupendo modello di vita che si chiama <strong>ORCHIDEA</strong>.   </p>
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		<title>Orchidee: impollinazione e semina</title>
		<link>http://www.orchids.it/2005/12/28/se-avete-intenzione-di-riprodurre-le-orchidee-attraverso-la-semina-dovete-sapere-che%e2%80%a6/</link>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2005 21:54:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido</dc:creator>
				<category><![CDATA[Biologia delle orchidee]]></category>

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		<description><![CDATA[Dall’impollinazione al “community Pot”: qualche nota generale. L’impollinazione è l’atto iniziale per la riproduzione delle orchidee attraverso la semina. Il principale elemento, che distingue le orchidee dalle altre Monocotiledoni affini (Liliíflorae) e che costituisce il valore aggiunto in termini evolutivi, del successo di questa famiglia è il ginostemio (colonna centrale che porta gli organi riproduttivi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b>Dall’impollinazione al “community Pot”: qualche nota generale.</b></p>
<p>L’impollinazione è l’atto iniziale per la riproduzione delle orchidee attraverso la semina.<br />
Il principale elemento, che distingue le orchidee dalle altre Monocotiledoni affini (<i>Liliíflorae</i>) e che costituisce il valore aggiunto in termini evolutivi, del successo di questa famiglia è il<b> ginostemio</b><i> (colonna centrale che porta gli organi riproduttivi sia maschili che femminili)</i>.<br />
Questa struttura posizionata in stretta relazione con il labello, consente il ripetersi del meccanismo di impollinazione in un gran numero di piccole varianti fondamentali per i processi coevolutivi fra orchidee e pronubi <i>(insetti impollinatori)</i>.<br />
L&#8217;interdipendenza di questi processi si è affinata al punto che a ciascuna specie impollinata corrisponde sempre una sola specie impollinatrice, in modo che questa funga da perfetto mediatore tra le antere che liberano il polline e lo stimma che lo riceve. Nelle orchidee, l&#8217;impollinazione può essere addirittura autogama. In questo caso gli stimmi sono impollinati dai granuli pollinici <i>(polinodi) </i>dello stesso fiore. In alcune specie i fiori sono fecondati anche senza sbocciare, in altre parole ancor prima che questi si aprono: tale fenomeno è detto cleistogamia <i>(fecondazione tra il polline e l’ovulo dello stesso fiore).</i><br />
In conclusione, le orchidee possiedono strutture riproduttive altamente ricercate ed affinate per mantenere integra la specie, ma nello stesso tempo, attraverso azioni di impollinazione artificiale <i>(intervento dell’uomo)</i> è possibile effettuare anche incroci intragenerici <i>(impollinazione fra generi diversi appartenenti alla stessa famiglia)</i>.<br />
<span id="more-574"></span><br />
<b>Impollinazione pilotata</b><br />
Nel capitolo introduttivo, che ci ha accompagnato nel mondo dell’impollinazione naturale, si è visto quanto sia facile, ma nello stesso tempo, quanto sia importante la presenza di un pronubo specializzato per ogni singola specie. Questo particolarismo rende le orchidee dipendenti e conseguentemente in pericolo d’estinzione nel caso in cui l’impollinatore viene a mancare.<br />
Caso rappresentativo è la <i>Vanilla planifolia</i>, originaria del Messico ed impollinata da un insetto endemico esclusivamente di quel Paese.</p>
<p><a href="http://www.orchids.it/2007/09/27/vaniglia-che-passione/">La <i>Vanilla planifolia</i> </a> è coltivata per usi dolciari in altri Paesi quali ad esempio il Madagascar: in assenza del pronubo l’impollinazione è effettuata artificialmente dall’uomo. L’uomo quindi interviene ed imitando gli insetti riesce a fecondare le orchidee a propria discrezione.</p>
<p><b>Dalla fecondazione alla semina</b><br />
Mediamente occorrono da sei mesi ad un anno affinché maturi una capsula seminale.<br />
Ogni capsula contiene decine di migliaia ed in certi casi anche 3.000.000 di semi molto piccoli ed appena visibili ad occhio umano. I motivi della loro ridottissima dimensione ed il loro gran numero, stanno tutti nella necessità di farsi trasportare dal vento in molti luoghi diversi e soprattutto fra gli anfratti degli alberi.<br />
I semi per essere fertili devono contenere il loro embrione. La sicurezza di essere alla presenza di semi fertili è data solamente dal microscopio.<br />
Altra particolarità che caratterizza i semi delle orchidee, è quella di essere quasi senza sostanze nutrienti ed in natura hanno quindi bisogno di un fungo per la loro germinazione, chiamata “simbiotica”.<br />
Fino al 1922, anche nelle semine in laboratorio, il metodo “simbiotico” era l’unico conosciuto.<br />
Nel 1922, il dott. <b>Lewis Knudson</b> dell’università di Correll mise appunto un nuovo metodo più semplice ed efficace: “germinazione asimbiotica”.<br />
I semi sono fatti germinare in ambienti sterili su un terreno di coltura costituito da gelatina, zuccheri ed altre sostanze nutrienti: con questo metodo si evita di avvalersi del sussidio della simbiosi con un fungo.<br />
Ancor oggi la formula “C” del dott. <b>Knudson</b> è usata nei laboratori di tutto il mondo.<br />
Ovviamente la presenza di zuccheri propaga esponenzialmente, sia batteri che funghi, pertanto, tutto l’occorrente (semi compresi) va  sterilizzato e le varie operazioni della semina, vanno effettuate in ambiente accuratamente sterile, ad esempio nella “cappa sterile a flusso laminare”.</p>
<p><b>Preparazione del terreno di coltura e semina.</b><br />
L’agar (gelatina solida) dopo essere stato sciolto, scaldandolo in un forno a micro onde, va rimpinguato di sostanze nutritive, zuccheri e stabilizzato nell’acidità desiderata. Dopo un’energica miscelazione, il terreno di coltura va versato in contenitori di vetro chiusi con coperchi non avvitati a fondo.<br />
La dimensione dei vasi (fiasche madri) deve consentire di metterli a bagno maria in una pentola a pressione dove saranno sterilizzati con bollitura a pressione per ½ ora e lasciati raffreddare.</p>
<p>Questa operazione consente di preparare una buona quantità di terreno sterile, che poi sarà usato all’occorrenza.<br />
Fatto ciò, si procede alla sterilizzazione dei vasetti per le semine, attraverso la bollitura in pentola a pressione o con agenti antibatterici.<br />
La distribuzione nei vasetti per le semine del terreno di coltura preparato in precedenza (reso nuovamente fluido nel forno a micro onde), va fatta manipolando con guanti in ambiente sterile creato da una cappa a flusso laminare (aria esterna aspirata e resa sterile da filtri <b>HEPA, </b>e fatta uscire passando attraverso lo spazio di lavoro).<br />
I vasetti con dentro il terreno di coltura devono rimanere aperti  nell’ambiente sterile della cappa fino a raffreddamento avvenuto (anche per più di un’ora).<br />
A raffreddamento ultimato, sempre con manipolazioni protette e dentro la cappa in funzione, si chiudono i vasetti.<br />
La preparazione e distribuzione del terreno senza semina, consente di verificare la sterilità ottenuta, senza dover sprecare inutilmente semi in caso di indesiderati inquinamenti.<br />
Dopo alcuni giorni, e verificato che non sono intervenute muffe interne ai vasetti preparati, si può procedere alla semina, distribuendo i semi sopra il terreno di coltura….sempre in ambiente sterile e con attenzione alle manipolazioni.<br />
La semina è fatta. Ora comincia il periodo della coltivazione in vitro  ed i vasetti vanno tenuti a temperatura oscillante tra 24 e 26 gradi medi di temperatura e sottoposti ad un fotoperiodismo di 12 ore luminose ( tubi al neon serie flora o Cool White&#8230;mai sole diretto) e 12 ore di buio effettivo.<br />
I tempi di germinazione e di crescita variano da pianta a pianta, generalmente gli ibridi sono più facili, mentre per le specie, la situazione è più articolata.<br />
Dopo qualche mese, quando gli embrioni saranno cresciuti e le piantine avranno preso forma, potranno  essere trasferite in contenitori più grandi con terreni più ricchi (ricopertura).<br />
La ricopertura e/o il trasferimento in vasi più capienti va sempre fatto in ambiente sterile. Nel nuovo ambiente le piantine crescono velocemente e generalmente, dopo un anno di permanenza <i>( possono rimanere anche di più)</i> sono pronte per essere tolte e sistemate in “community pot”.</p>
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