Paphiopedilum

Paphiopedilum… un pianeta fatto di orchidee, la grande avventura della loro coltivazione

collezione Guido De Vidi – Paphiopedilum oulettianum album
Questo post raggruppa e riorganizza in un unico capitolo 6 precedenti articoli con tema: Conoscere e coltivare i Paphiopedilum

La richiesta giunge da una cara visitatrice del blog alla quale è dedicato questo lavoro.
Spulciando le statistiche delle frequentazioni e degli utilizzi del materiale presente in questo sito, si rileva con soddisfazione che le argomentazioni in esso contenute sono ritenute interessanti poiché molte pagine sono spesso scaricate per gli utilizzi di sorta.
Internet è sinonimo di massima libertà e lo spirito di questo blog rispecchia appieno la filosofia della divulgazione libera. Con l’occasione ricordiamo a tutti voi frequentatori ed utilizzatori del materiale di questo blog, che un vostro piccolo contributo gli renderebbe la vita molto più facile: fatelo cliccando in alto a destra sul tasto PayPal e seguendo le indicazioni per effettuare versamenti in denaro. Anche il vostro aiuto contribuirà a rendere sempre più attuale questo spazio informativo, grazie.
Orchids.it un punto fermo per chi ama le orchidee.

Introduzione
Al genere Paphiopedilum, forse appartengono le più affascinanti orchidee asiatiche. La bellezza dei suoi fiori, turgidi e consistenti è quasi sinistra. Le straordinarie fioriture dei Paphiopedilum, che in alcune specie o ibridi, possono essere ammirate anche per tre o quattro mesi di seguito, collocano queste piante ai vertici dei desideri degli orchidofili.
Collezione Guido De Vidi foto del 15.11.04-tutti i diritti sono riservati.
Paphiopedilum fairieanum (Lindl.) Stein

Le diverse specie di Paphiopedilum fioriscono in epoche differenti e si possono quindi ammirare i loro fiori tutto l’anno. Una delle qualità apprezzabili di queste piante (fatte salve poche eccezioni) è la loro facilità di coltura.
Gli appassionati di orchidee che non possiedono una serra possono tranquillamente coltivarne qualche vaso sul davanzale o nelle deliziose oasi domestiche del verde, in compagnia di altre piante.
Le specie, con qualche eccezione per quelle rare, non sono costose e con pochi Euro è possibile acquistare anni di gioia. Le 70 o più specie oggi conosciute sono originarie dell’Asia tropicale, Malesia e delle isole vicine. Alcune crescono ad altitudini abbastanza elevate, sulle catene montuose dove cade pioggia abbondante con temperature fresche e vivono su strati di vegetazione in decomposizione oppure su sporgenze o in crepacci di rocce calcaree, parzialmente coperte dall’ombra delle pareti sovrastanti o dagli alberi. Altre specie vivono in regioni meno elevate dove le temperature sono più alte.

Collezione Guido De Vidi – foto del 15.11.04 – diritti riservati
Paphiopedilum wardii Summerhayes 1932
Primi passi
I maggiori timori dei neofiti che si accingono alla coltivazione dei Phapiopedilum, derivano soprattutto dalla lentezza con la quale si sviluppa questo genere di orchidee. Effettivamente i Paphiopedilum si sviluppano lentamente, tuttavia se forniamo loro, condizioni climatiche buone, riusciranno a mantenersi rigogliosi anche se non si formano nuove radici. Fornire condizioni climatiche buone, significa dar loro temperatura, umidità e luminosità ideali. Normalmente, per percepire la regolarità dello sviluppo delle orchidee, basta verificare il buono stato vegetativo del loro apparato radicale, ma con i Phapiopedilum, l’equazione non è sempre funzionante perché appunto nella loro crescita s’inseriscono varianti dovute all’andamento stagionale, alla loro particolare caratterizzazione biologica ed al loro bagaglio genetico. In certi casi le radici dei Phapiopedilum smettono di crescere anche per un anno intero mentre il ceppo vegetativo prospera regolarmente e non sarà certamente possibile controllare continuamente il substrato per capire la salute delle piante. Possiamo quindi sostenere che coltivare Paphiopedilum non è un’impresa difficile basta tenere sempre presente che abbisognano di continue ed amorevoli cure.

Conoscerli ed amarli
Alcuni principianti desiderano avere subito specie rare. A mio avviso non è consigliabile partire con piante costose ed anche difficili da coltivare, per tanti motivi conviene dedicare le prime attenzioni e cure alle povere piante orfanelle, che rimangono invendute nei vari Garden ed in ogni caso, scegliere varietà poco esigenti. Altro errore da non commettere quando si cominciano a frequentare coltivatori esperti è quello di copiare le loro soluzioni tecniche. E’ pur vero che le condizioni ideali di coltura vanno percepite con l’occhio, ma nello stesso tempo non si può non tener conto delle inevitabili differenze dei vari ambienti e soprattutto dell’esperienza accumulata dal vostro occasionale maestro che gli consente di interpretare in maniera più spregiudicata l’esigenza colturale delle sue piante. Detto questo, è fuori dubbio che nelle fasi iniziali del vostro approccio con i Paphiopedilum è assai utile la possibilità di attingere esperienze dal bagaglio dei coltivatori esperti. Giova però ricordare che non sono né le tecniche né i prodotti chimici magici a risolvere i problemi della crescita delle vostre piante, bensì la sensibilità e l’esperienza accumulate nel tempo. Dovete credere nelle vostre possibilità e non farvi prendere dal panico con i primi errori. Gli errori aprono le porte ai successi.

Cominciamo a conoscerli da vicino.
La coltivazione dei Phapiopedilum è talmente popolare nel mondo, che in diversi Paesi – Giappone, Inghilterra, USA ecc – molti collezionisti d’orchidee fanno capo ad attivissime Associazioni mono-generiche ed esclusive dei Paphiopedilum. Questo racconto non vuole essere un trattato scientifico e quindi nelle sue esposizioni seguirà la via della semplicità e dell’immediatezza. Ciò nonostante, per cogliere appieno l’importanza di questo genere di orchidee è utile scomodare per qualche istante la sua classificazione tassonomica.

Classificazione scientifica del genere
Famiglia: Orchidaceae
Sottofamiglia Cypripedioideae che include: Cypripedium, Paphiopedilum, Phragmipedium e Selenipedium.
Tribù: Cypripedieae
Sottotribù: Paphiopedilinae
Genere: Paphiopedilum Pfitzer, 1886

Nome scientifico: Paphiopedilum Pfitz. Sottofamiglia Cypripedoideae
Orchidea simpodiale senza pseudobulbi, si sviluppa producendo ceppi fogliari posti a ventaglio ed ancorati ad un rizoma basale molto compatto dal quale si snoda un esteso apparato radicale caratterizzato da peluria.
La maggior parte delle specie in questo genere sono state precedentemente incluse nel genere Cypripedium, ma a partire dal 1959 è stato accettato come (valido in uso) il nome Paphiopedilum. Il nome deriva dal greco “Paphinia” la dea di Paphos (città dell’isola di Cipro) Afrodite e “pedilon” che vuol dire sandalo o scarpa, per la forma particolare del labello, che assomiglia appunto ad una scarpetta di donna (approfondiremo più avanti i riferimenti mitologici che hanno spinto i tassonomi a coniare questo nome).

I Paphiopedilum producono infiorescenze rigide ed a volte pelose con uno o più fiori che si aprono nello stesso momento o in sequenza. La maggior parte delle specie di Paphiopedilum conosciute, vivono nelle pianure asiatiche, alcune si sviluppano anche nelle zone elevate dell’Himalaya.
Le oltre 70 specie oggi conosciute, provenienti dall’India del sud, Nuova Guinea e le Filippine, possono essere suddivise in un certo numero di gruppi basati sui loro requisiti colturali:

Gruppo 1
Vegetazione con foglie verdi a fiore singolo. Le specie e gli ibridi appartenenti a questo gruppo, ad esempio: Paphiopedilum insigne, Paphiopedilum spicerianum, Paphiopedilum leeanum possono essere coltivati con temperature relativamente fresche e quindi molto adatte per i nuovi coltivatori che hanno limitate disponibilità di mezzi e di spazi.

Gruppo 2
Vegetazione con foglie chiazzate e generalmente a fiore singolo. Le specie e gli ibridi che s’identificano in questo gruppo, ad esempio: Paphiopedilum concolor, Paphiopedilum bellatulum e Paphiopedilum Maudiae, necessitano di temperature più elevate (per avere un riferimento ormai in uso, vanno coltivate in ambiente da serra intermedia per le Cattleya).
Nel gruppo delle piante a foglie chiazzate, il Paphiopedilum venustum che in natura vive a quote elevate, richiede la sua brava eccezione e può essere incluso tranquillamente nelle esigenze colturali del primo gruppo.

Gruppo 3
Piante di grande dimensione con foglie verdi e fiori multipli a fioritura simultanea o in successione. Le specie e gli ibridi che rientrano in questo gruppo, ad esempio: Paphiopedilum stonei, Paphiopedilum rothschildianum, richiedono temperature ancora più elevate di quelle appartenti agli altri gruppi.

Paphiopedilum venustum [Wall. ex Sims] Pfitz.

Fortunatamente quindi, guardando le foglie della maggior parte delle piante, possiamo capire facilmente i loro requisiti di temperatura. Ovviamente ci sono sempre le eccezioni, ad esempio per gli ibridi intergenerici evoluti, le distinzioni di coltivazione non sono chiare e nette.

Paphiopedilum rothschildianum (Rchb.f.) Stein, Orchideenbuch 482 (1892). Distribuzione: Borneo (Mt. Kinabalu).

Alcune specie di Paphiopedilum sono epifite, altre semi-terricole, la maggior parte però sono terricole e vivono in spessi strati di sedimenti composti da humus, muschio e foglie.
Qualche altra specie di Paphiopedilum si sviluppa anche su sedimenti rocciosi, la maggior parte dei loro habitat è a livelli di umidità abbastanza elevata tutto l’anno. Per ottenere una buona coltivazione dei Paphiopedilum, assume importanza rilevante l’ossigenazione delle loro radici, poiché, pur richiedendo queste piante, abbondanza di umidità, il loro substrato di coltura non deve essere stagnante e soffocante. Per questo motivo la giusta composizione del composto colturale di queste orchidee è essenziale.
Inoltre la mancanza di pseudobulbi, naturali riserve d’acqua per le piante che li possiedono, obbliga al mantenimento di una costante umidità delle piante, durante tutto l’arco dell’anno.

Miti storie e leggende
Molti nomi d’orchidea si richiamano alla matrice culturale Latina, ma le fondamenta provengono dalla mitologia Greca. Per dare una risposta a quest’enunciazione, prendiamo ad esempio: Cypripedium e Paphiopedilum. Venere è la dea dell’Amore e della bellezza, leggeremo più avanti che la stessa divinità durante la civiltà greca si chiamava Aphrodite. La prima leggenda è legata al Cypripedium calceolus, orchidea terricola Europea, da tutti conosciuta come “scarpetta di venere”.
Narra la leggenda che Venere, durante una passeggiata insieme con Adone, fu sorpresa da un violento temporale. I due cercarono riparo, ma lo spazio esiguo del luogo dove trovarono riparo ed il desiderio di stare vicini, oltre a procurare un piacere reciproco, fece perdere una scarpetta alla divinità.
Passata la tempesta cercarono la scarpetta, ma non la trovarono perchè nel frattempo fu macchiata da un “mortale” che era corso a raccoglierla. Prima che fosse possibile raccogliere la scarpetta di Venere, questa si trasformò in un fiore di cui il petalo centrale o “labello” fu modellato a forma di scarpetta, mantenendo anche il colore dell’oro con cui era stata fatta.
Il botanico svedese Carl Linnaeus, studiando la pianta alla quale doveva assegnare un nome, si ricordò della leggenda di Venere e della sua scarpetta perduta. Decise di chiamarla Cyprid (isola di Cipro sacra a venere) e pedilom che in greco significa (scarpa, sandalo, pantofola). L’epiteto calceolus proviene da “calcea” una forma del latino tardo settentrionale, derivata dal latino “calceus” (la scarpetta di cuoio fine che si indossava nelle case oppure nella commedia teatrale) che a sua volta sembra derivare da “calx”, tallone.
Echeggiando questa idea, Ernst Hugo Heinrich Pfitzer, oltre un secolo dopo, dispose le orchidee asiatiche sudorientali con il fiore a forma di scarpa, in un nuovo genere chiamato Paphiopedilum, una combinazione fra le parole Paphos e Pedilon.
Quando Pfitzer decise di assegnare a questo genere di orchidee il nome di Paphiopedilum si ispirò pure lui alla mitologia greca e precisamente ad alcune divinità mitologiche: Aphrodite, divinità greca dell’amore, che con la sovvrapposizione della civiltà romana a quella greca, assume poi il nome di Venere.
Varie leggende mitologiche convergono su un evento traumatizzante e nello stesso tempo carico di significati:
….“Fu proprio nella spuma del mare che ribolliva lì davanti, fra gli scogli intorno alla grande roccia di Petra Tou Romiou, che Aphrodite prese forma la prima volta, apparendo subito di una tale bellezza da stupire persino gli Dei. Quando il Caos e l’Universo si unirono, narra una leggenda, nacque il tempo: Kronos
Questa immagine straordinaria già evoca il mistero della creazione con un significato ed una immagine filosofica inquietante. Esiodo trasse da questo episodio il mito del tempo che si ribella al cielo e Kronos armato di una falce evira suo padre Urano (il cielo) e getta nelle onde le spoglie della sua virilità perché non procreasse ancora. Abbandonate nel pelago, le spoglie fecondatrici del cielo, vagarono lungamente nei flutti sino a che non presero forma sulle rive di Cipro presso Paphos concretizzandosi nella più bella e più importante manifestazione,dell’universo:
La bellezza e l’amore uniti insieme”…

Altra leggenda mitologica racconta invece che…”Nella Città di Paphos, teneva la sua corte “Bacco” il dio del vino.
Bacco, divinità molto focosa, per impreziosire le cerimonie e le feste di corte esibisce spesso ai suoi ospiti molte giovani nubili e belle, rimanendo però sempre vigile sulle sue ancelle.
Sembra che in un’occasione, Orchis, divinità minore, ospite a corte del dio Bacco, abbia avuto l’impertinenza di prestare troppe attenzioni alle giovani presenti.
Chi conosceva “Bacco” sapeva che non era consigliabile comportarsi con spavalderia a corte ma Orchis, ignaro, continuò a manifestare il suo particolare interesse, finché “Bacco” in preda all’ira ordinò di evirare Orchis e di gettare le parti della sua virilità, lontano dove mai avessero da toccare terra.
Per questo furono gettate in mare, ma una parte toccò terra e lì nacque le prima orchidea, invece le spoglie mascoline finali del giovane Orchis vagarono nelle acque e dall’unione con le onde spumeggianti del mare ebbe origine Aphrodite. Il nome Paphos deriva da Paphinia che è giusto il secondo nome di Aphrodite”…
Aphrodite o Paphinia, è figlia di “Orchis”, padre di tutte le orchidee, ed i Paphiopedilum sono oggi, uno dei tanti generi di orchidee sparsi per il mondo.

Sistemazione tassonomica delle specie
Dopo aver individuato la classificazione scientifica del genere e sistemato per bene i nostri Paphiopedilum all’interno dei tre gruppi canonici di temperature e prima di addentrarci nelle varie strategie e tecniche di coltivazione, ci soffermiamo ancora un po’ sulla suddivisione interna alle specie, comprese le relative ed inevitabili disquisizioni di studiosi e botanici.
Collezione Guido De Vidi. Foto 08.06.04-Tutti i diritti sono riservati.
Paphiopedilum callosum (Rchb. f.) Steinver.
Opinioni a confronto
A riguardo della sistemazione tassonomica del genere Phapiopedilum, negli anni 80, si sono scontrate due linee di pensiero.
Per semplicità nominiamo due nomi di spicco nel mondo della tassonomia: Braem e Cribb.
Braem ed altri, dando più peso alle caratteristiche morfologiche delle varie specie, raggruppano il genere Phapiopedilum in 5 sottogeneri (Brachipetalum- Polyantha- Parvisepalum – Paphiopedilum- Sigmatopetalum) e varie sezioni. Cribb e compagnia, seguendo un loro filone sull’evoluzione delle varie specie di Phapiopedilum, ritengono di poterle rappresentare con un numero ridotto di sottogeneri e sezioni. Penso che per noi sia sufficiente prendere atto di questo lavorio mentale dei professori; chi vuole documentarsi con più cognizione di causa nel merito, non ha che da cercare tra la bibliografia cartacea ed informatica.

Iniziamo ad avventurarci nella coltivazione
La traccia che seguirà, tiene conto delle esperienze di molti collezionisti e vi propone le linee guida essenziali, sia per le coltivazioni in serre sia per quelle “domestiche”.
Entrando nei vari aspetti della coltivazione dei Phapiopedilum, mi preme ricordare che nessun parametro può assumere valore se non collocato nell’insieme delle necessità.

Collezione Guido De Vidi- Tutti i diritti sono riservati
Paphiopedilum rothschildianum Ex (Reichb.f.) Stein

Luce per i Paphiopedilum.
Può sembrare strano iniziare con la luce, ma per i Phapiopedilum è assai importante tenerla sotto controllo sin da subito.
Si è detto che i Paphiopedilum e per la precisione quelli appartenenti al primo gruppo, (foglie verdi di piccola dimensione) si prestano con facilità ad essere coltivati in casa o comunque in ambienti all’aperto, direttamente a contatto con la luce del sole: angolo del giardino, loggia aperta, veranda ecc.
Mentre le coltivazioni in serra sono facilmente gestibili in termini di luminosità, all’aperto la giusta luce da dare ai Paphiopedilum è strettamente legata al loro stato di salute.
In altre parole, se le piante hanno il composto in ottime condizioni e un fiorente apparato radicale, possono sopportare con profitto la luce solare leggermente filtrata 30%, se invece le radici sono malconce, sono più soggette ad avvizzimento precoce e quindi bisogna moderare ulteriormente l’esposizione alla luce.
Stesso discorso vale anche per le piante sui davanzali e sulle finestre.
In linea generale i Phapiopedilum vanno inclusi nella fascia delle orchidee amanti della luce debole e quindi anche in serra bisogna trovar loro, zone più ombreggiate. Volendo essere dei puristi, bisogna anche tener conto delle diverse esigenze fra specie e specie ed ibridi conseguenti.
Propongo qualche dato numerico che potrà servire come indicazione di massima.
Preciso subito che questi parametri sono validi per la mia zona (Italia settentrionale), penso che verso il sud, dove si dispone più luce, si debbano aumentare le percentuali d’ombreggiatura.

Da Aprile ad Ottobre: 50 – 70% d’ombreggiatura. Rimanenti mesi luce diretta, massimo 20 – 30% d’ombreggiatura.

Temperatura e umidità, c’è una linea comune?
La temperatura ideale per i Paphiopedilum, come si è visto nella tabella riportata in precedenza, varia da specie a specie, ad esempio quelle provenienti dall’Indonesia gradiscono temperature più alte, mentre le Cinesi preferiscono più fresco. Detto questo però, molti collezionisti coltivano le varie specie alle stesse condizioni di temperatura ed ottengono ugualmente ottimi successi.

Per quanto riguarda le giuste temperature, ci sono tre scuole di pensiero
1-Coltivazione suddivisa in due gruppi: a foglie chiazzate clima caldo e fresco a foglie verdi.
2-Suddivisione in tre gruppi: fresco per le piante di piccola dimensione a foglie verdi, intermedio per le foglie chiazzate e caldo per le piante di grande dimensione a foglie verdi.
3-Unico spazio di coltivazione e tenuto conto della buona duttilità delle varie specie ed ibridi dei Paphiopedilum, studiare un giusto equilibrio dei tre parametri, “luce, temperatura, umidità”, fra le varie piante in collezione.
La mia esperienza di coltivazione dei Paphiopedilum mi consiglia il terzo punto. Ovviamente, la coltivazione che possiamo definire a temperatura relativa, sarà intrapresa solamente con un buon ambiente e soprattutto quando lo si conosce e si controlla molto bene. In verità, con i Paphiopedilum, i problemi colturali legati alla temperatura si manifestano in maniera più pesante in estate piuttosto che in inverno. In estate le specie d’alta quota e gli ibridi derivati, si stressano perché nelle nostre zone non c’è un grande sbalzo termico fra notte e giorno e quindi si consiglia di attrezzare gli spazi dove alloggiano le nostre piante, con dei ventilatori. Vedremo più avanti che i ventilatori saranno utili anche per prevenire malattie alle piante. Nei luoghi endemici dei Paphiopedilum, l’ambiente è molto umido e quindi il fattore umidità ambientale nelle coltivazioni è altrettanto importante degli altri due, analizzati poc’anzi.

Umidità ambientale
Nelle coltivazioni in serra, il “cooling” ed il “fog” ci vengono in aiuto per creare umidità controllata, a grandi linee possiamo stabilire un valore minimo invalicabile del 70% relativo. Nelle coltivazioni domestiche, per aiutare le nostre piante è molto utile usare umidificatori ad ultrasuoni che ora si possono trovare a costi abbordabili. La movimentazione dell’aria circostante è indispensabile per garantire salute alle piante, un ambiente di coltivazione non ventilato non potrà mai essere sano e le piante saranno in balia di aggressioni patogene di vario tipo.

Riepilogo
a)– Luce moderata, all’aperto con piante in salute si può anche eccedere dalla norma.
b)– Temperature, trovata la via mediana si possono coltivare specie che in natura richiedono esigenze diverse in un unico microclima: cautela nelle notti estive.
c)– Umidità, fattore importante che va in ogni modo di pari passo con una sana movimentazione dell’aria.

Bagnature e rinvasi, come e quando.

Quando bagnare le piante.
La prima domanda che un neofita rivolge al coltivatore esperto di Phapiopedilum è di solito la seguente: quando e quanto devo bagnare i miei Paphiopedilum?
Il coltivatore esperto di turno fa buon viso a cattiva sorte e tergiversando, risponde come le sacerdotesse Greche con gli oracoli, al tempio di Delfi: “dipende dal clima e da…. ecc”. In verità questa domanda buttata lì a bruciapelo, infastidisce il coltivatore perché non può dare una risposta soddisfacente, senza dover fare tutta una serie di valutazioni colturali e dei vari modi di annaffiatura. Il requisito fondamentale da rispettare con le bagnature è quello di non lasciare mai asciugare il composto del substrato. Come si può ben capire, il mantenimento della costante umidità del substrato, varia in funzione della formulazione del composto, della dimensione dei vasi, dell’alloggiamento della pianta, della posizione della serra e dello stato dell’apparato radicale (radici sane ed in pieno sviluppo, oppure radici ferme o deteriorate).
Ciò detto, potete ben capire quanto è difficile stabilire dei tempi precisi; ad ogni buon conto nelle coltivazioni domestiche, per capire se i nostri Paphiopedilum hanno sete, si può anche procedere al controllo manuale ed approssimativo del peso dei vasi.
Altra regola utile è quella di aumentare la frequenza delle annaffiature proporzionalmente al clima stagionale: massime in estate, molto ridotte in inverno, con particolare attenzione per le piante con il substrato e le radici in crisi. Considerandola semplicemente come indicazione generale, possiamo affermare che durante la stagione calda bisogna bagnare almeno ogni due giorni e nel restante periodo, una volta la settimana.
Nel dubbio che la pianta sia asciutta non indugiate, bagnatela! Alla presenza di piante con le radici compromesse, tenetele leggermente all’asciutto; così facendo si sollecita la ricostituzione dell’apparato radicale. Si consiglia inoltre di bagnare nelle prime ore della giornata e con mattinate soleggiate, questo per consentire alle piante di asciugare le foglie prima delle ore notturne.
Ovviamente, nulla vieta di bagnare anche di notte, in tal caso bisogna prestare attenzione a non spruzzare acqua sulle foglie, in quanto l’asciugatura durante le ore notturne fresche ed umide è molto rallentata: l’acqua stagnante tra le ascelle delle foglie giovani, è veicolo di marcescenze.

Come bagnare i Paphiopedilum.
Il sistema ideale sarebbe quello di bagnare ogni singola pianta, avendo cura di agire solamente sul composto, ripetendo l’azione finché il substrato è ben fradicio. Questo sistema è praticabile, quando le piante in collezione sono relativamente poche. Nelle coltivazioni di Paphiopedilum in serra, l’operazione “bagnatura” che inevitabilmente consiste in una doccia generalizzata, si fa un pochino più complessa e richiede una certa accortezza. Ovviamente i nostri Paphiopedilum convivono in serra con altri generi di orchidee e molto spesso in situazioni di sovraffollamento, bisogna pertanto evitare di commettere due errori in contemporanea: lasciare all’asciutto qualche pianta e procurare altresì, inopportuni ristagni d’acqua sui colletti dei nuovi germogli.
E’ importante quindi attrezzarsi con un getto doccia non molto violento e usandolo con padronanza, agire tra i vasi, quasi a voler cercare le parti a vista del composto. Durante quest’operazione manuale, al fine di poter stabilire il tempo di permanenza del getto d’acqua sopra ogni vaso, l’occhio del coltivatore deve scandagliare l’esistente.
Terminata l’operazione della bagnatura, tornerà molto utile fare un controllo generale allo scopo di eliminare con soffi decisi, eventuali ristagni d’acqua sui colletti dei germogli.

Composti per il rinvaso dei Paphiopedilum.
Nel variopinto mondo delle orchidee, non c’è nulla di più intricato della giusta soluzione per il loro substrato di coltura. I prodotti per realizzare i vari composti sono legati alle diverse zone di coltivazione e quindi alla facilità di reperimento di materiali esistenti in loco. Sentiremo parlare di sfagno (muschio acquatico) di bark (corteccia di pino) di fibra d’osmunda (esteso groviglio radicale di una felce chiamata Osmunda regalis), torba, corteccia di cocco sminuzzata, pietra vulcanica, carbone vegetale, roccia calcarea, terra cotta sminuzzata, ecc.
Sono tutti prodotti dai nomi affascinanti, messi al servizio della fantasia dei coltivatori e spesso sembrano più miracolosi quelli più difficili da reperire. La nostra fantasia nella realizzazione dei composti per orchidee è messa a dura prova proprio con i Paphiopedilum che essendo orchidee semi terricole, sono relativamente più esigenti delle sorelle epifite (devono trovare essenzialmente nel substrato di coltura, i loro elementi nutritivi). Non me la sento di elencare tutte le combinazioni, mi limito ad illustrare la mia soluzione, raccomandando di interpretare i miei consigli ed adattarli alle vostre esperienze di coltivazione. Dopo anni di preparazione dei composti per i miei Phapiopedilum, ancor oggi, quando mi accingo ad iniziare la fatidica miscelazione, c’è sempre qualche dubbio che mi induce ad apportare qualche piccola modifica.
La scelta di base parte dalla questa considerazione: utilizzo di materiali facilmente reperibili, che consentano di realizzare c c composto soffice, drenante e che contenga i minerali necessari al nutrimento dei Paphiopedilum.

Prodotti e loro miscelazione
1) – 35% corteccia di pino di media e piccola pezzatura, messa preventivamente a bagno in acqua per almeno tre giorni.
2) – 35% torba di sfagno molto filamentosa.
3) – 20% agriperlite, eolite, pomice equamente miscelate (può anche essere usato solamente uno dei tre componenti, sempre 20% in percentuale totale).
4) – 10% materiale calcareo grossolano, rocce o sassi preventivamente triturati ( sabbia o ghiaino).

Il tutto va depositato in un contenitore capiente per poterlo mescolare energicamente e ripetutamente: a questo punto il composto è pronto per l’uso. Ultima annotazione: è possibile variare le percentuali secondo la dimensione dei vasi e delle piante (ad esempio per vasi grandi è consigliabile aumentare percentuale e dimensione del bark).

Quando rinvasare.
La regola generale direbbe almeno ogni due anni, nei periodi di sviluppo delle piante e cioè, in primavera (marzo–giugno), oppure in autunno (settembre–ottobre).
In piena estate è sconsigliabile toccare le piante perché sono stressate dal caldo: stesso discorso per motivi opposti, durante la stagione fredda. Volendo entrare un po’ più nel dettaglio possiamo stabilire che i Paphiopedilum vanno rinvasati quando:
1) – le radici si comprimono troppo all’interno del vaso, al punto da rendere inefficaci le annaffiature.
2) – eccessivo invecchiamento del substrato di coltura.
3) – problemi all’apparato radicale.

Esempio di rinvaso
Per chiudere l’argomento dei substrati, vi ripropongo la sequenza fotografica del rinvaso del mio Phapiopedilum parishii

Pianta da rinvasare, con chiari sintomi di substrato in crisi. La pianta, pur essendo stata rinvasata l’anno scorso, a causa della torba scadente usata nel composto, presentava un substrato eccessivamente compattato, con ristagno eccessivo d’acqua.

Prima operazione

Svasatura, analisi dell’apparato radicale e valutazione per un’eventuale divisione della pianta. La decisione risulta abbastanza facile, perché nelle piante di Paphiopedilum, i ceppi, si presentano già divisi, basta separare le radici dal composto e da eventuali marcescenze, il resto arriva da solo.

Nel mio caso, la pianta si è divisa in due unità.

Composto per il rinvaso
35% di corteccia di pino di pezzatura medio piccola – 35% di torba di sfagno abbastanza filamentosa – 15% di terriccio a base di eolite, fertilizzante a lunga cessione, sabbia e d altri elementi – 15% di agriperlite.

Sul fondo dei vasi, quale strato drenante, un po’ di polistirolo, economico ed inerte.
Sistemazione della pianta sul vaso e riempitura con il composto preventivamente preparato: per farlo penetrare fra le radici, uso della punta dell’indice, o più correttamente, di un apposito bastoncino.

Lieve battitura all’esterno del vaso, con il palmo della mano, per agevolare l’assestamento del composto.
Per la definitiva sistemazione del composto fra le radici, messa a bagno del vaso ( nel caso mio, sul ruscello ‘ Rio Parnasso’) e delicata bagnatura della parte superiore del vaso, finchè il substrato è ben fradicio.
Questa operazione è utilissima anche per evitare lo stress secco da rinvaso, ma non è comunque consigliabile, se l’apparato radicale è stato manomesso e presenta ferite da taglio, in questi casi, dopo aver protetto le radici con fungicida, è bene aspettare due giorni, prima di innaffiare la pianta rinvasata.

L’operazione di rinvaso del mio Paphiopedilum parishii, è ultimata, dalla pianta iniziale ho ottenuto due divisioni, pronte per una promettente fioritura, o per essere scambiate con qualche specie che manca alla mia collezione. I vantaggi di acquistare una divisione, piuttosto di una piantina piccola , magari da semina, sono indubbiamente notevoli: fioritura immediata e garanzia della qualità, avendone gia visti i fiori.
Altro aspetto importante che da valore alla pianta, è quello di poter avere divisioni di piante raccolte in sito: le semine e le clonazioni, presentano sempre delle incognite.

La fertilizzazione

Note generali.
Sappiamo tutti che i tre valori alfa numerici riportati sulle etichette dei fertilizzanti si riferiscono ai tre minerali di cui hanno assoluto bisogno le piante: azoto (N), fosforo (P), potassio (K).
L’azoto è un elemento essenziale delle proteine e della clorofilla, il fosforo agisce da catalizzatore e da regolatore dell’attività vitale ed il potassio serve da catalizzatore e regolatore di funzioni particolari, quali la giusta dimensione della pianta.


Collezione Guido De Vidi. Foto del 22.11.04 – Paphiopedilum: primo piano di coltivazione.

Pertanto, somministrando nella fase vegetativa primaverile il 30.10.10 che contiene una quantità tripla d’azoto, si agevola la vegetazione, usando il 20.20.20 si alimenta la pianta in maniera equilibrata ed intervenendo con il 10. 30.20 a prevalenza di fosforo, (considerato la dinamite delle cellule viventi), si favoriscono buone fioriture. Detto questo, nello specifico è importante analizzare a quale popolazione d’orchidee si vuol dar da mangiare e per quali scopi: può essere utile stabilire regole e quantità variabili prestabilite, su popolazioni omogenee e può essere scarsamente praticabile in una collezione di specie diverse.
Per capirci meglio, un produttore di Phalaenopsis per scopi commerciali, trova sicuri benefici da un’alimentazione particolareggiata, così pure un produttore di Vanda, Cymbidium o per l’appunto Paphiopedilum. Al collezionista generalista, fatta salva la primavera in cui può fertilizzare due o tre volte con 30.10.10, conviene alimentare le sue orchidee in maniera bilanciata: 20.20.20 con dosaggi molto bassi, quasi tutte le volte che bagna le piante.
Il massimo risultato di questo tipo di fertilizzazione, si ottiene attivando un semplice trucchetto: indugiare con la doccia sulle piante che normalmente mangiano di più e scivolar via appena possibile dalle piante che non desiderano troppi minerali. Così facendo accontentiamo i Paphiopedilum che amano mangiare poco e pure le Vanda che hanno sempre un po’ di fame in arretrato.
Morale del ragionamento: ad un appassionato torna più utile avere tutta la collezione in buona forma e qualche fiore in meno, mentre per il produttore che cerca il massimo risultato, favorire la crescita veloce e la gran fioritura delle sue piante attraverso una fertilizzazione spinta, rende di più in termini di profitto.
Il calcio somministrato nella sua formulazione chimica di nitrato, è necessario alla strutturazione delle pareti delle cellule ed alla regolazione delle loro attività: io l’uso con molta parsimonia. Inoltre, tenuto conto che è già presente nei substrati di coltura ed anche nella composizione dell’azoto,fatta l’eccezione delle orchidee terricole quali i Paphiopedilum, una dose eccessiva di calcio, può risultare tossica.
Dei concimi organici si fa un gran parlare ed in buona sostanza si può affermare che sono naturali e non di sintesi, quindi, portatori di una gamma più completa d’elementi definiti secondari (ferro – magnesio – zolfo – boro ecc), che sono già relativamente presenti nel substrato di coltura o nei tronchetti su cui coltiviamo le nostre orchidee.
I chelati sono delle sostanze organiche capaci di attrarre a se vari elementi minerali e di tenerli disponibili in qualsiasi momento per le piante; quelli combinati con il ferro, tipo il sequestrane, risultano più convenienti, ma anche in questo caso, vale la regola delle specificità che non vige nell’amatorialità.

Alimentazione mirata
Abbiamo già capito che i Paphiopedilum sono preminentemente orchidee terricole. Pure quelle che scelgono di vivere in anfratti rocciosi oppure sui rami degli alberi a bassa quota, sono biologicamente strutturati per raccogliere il massimo del loro nutrimento, dal substrato nel quale si sviluppano le loro radici.
Questa loro peculiarità biologica li rende meno dipendenti da forme d’alimentazioni occasionali esterne e le differenzia dalle loro sorelle che poggiano le radici su tutori abilitati più all’abbarbicamento che al nutrimento. In questo secondo caso, le orchidee considerate “epifite” a tutti gli effetti, per loro necessità di sopravvivenza sono costrette a sviluppare un esteso apparato radicale ben disposto ad assorbire con buon rendimento, cibo ed umidità dall’aria e da agenti esterni al substrato di supporto.
In questa sede è appena il caso di specificare che le radici delle epifite, nel loro percorso evolutivo, si sono attrezzate sia per sostenersi con apposite ventose e sia per assorbire umidità ed acqua circostante, quasi come fossero delle spugne.
Faccio quest’introduzione discorsiva per motivare la scarsa necessità di fertilizzazione chimica dei Paphiopedilum ed evidenzio la parola, chimica, per poter dividere in due modi, le forme d’alimentazione dei Paphiopedilum.
Considero alimentazione chimica, l’aggiunta di minerali N P K ed altri secondari, già formulati e sintetizzati chimicamente, sia liquidi sia solidi.Definisco alimentazione in dotazione, tutto quello che le piante riescono a trovare nel composto del substrato, indipendentemente dall’aggiunta di minerali esterni.
Detto questo, una volta sistemati i nostri Paphiopedilum in un buon substrato, completo di tutte le sostanze minerali a loro utili, si potrà intervenire con l’aggiunta di N (azoto) – P (fosforo) – K (potassio) molto saltuariamente ed in quantità molto blanda.

Quando e quanto fertilizzare.
L’aggiunta di minerali al substrato dei Paphiopedilum è consigliabile effettuarla soltanto nei momenti del loro sviluppo:
– primavera “marzo – giugno”
– autunno “settembre – metà novembre.
In primavera, per sollecitare la crescita dei nuovi germogli, consiglio di usare formulazioni: 30.10.10, mentre nel restante periodo formulazioni equilibrate 20.20.20 oppure 18.18.18. Usate quantità molto basse ( 0,3 grammi per litro d’acqua). Cercate nel mercato, prodotti solubili in acqua che diano garanzie in etichetta, d’alta solubilità e scarsi sali residui.

Controllo della salute
Le piante di Paphiopedilum, forse perché non producono sostanze mielose, sono raramente aggrediti dai parassiti. Quindi conviene intervenire solamente se si nota la presenza di agenti patogeni esterni. Consiglio di usare insetticidi sistemici che sono molto efficaci e poco dannosi. Fortunatamente anche le malattie fungine sono rare. La miglior cura è prevenire ed un’ottima prevenzione si ottiene coltivando piante sane, vigorose e sistemate in ambiente ordinato e pulito.
Pur adottando tutte le precauzioni, qualche errore si commette sempre, bagnature di troppo, ristagno indebito sui colletti dei germogli ed ecco che si scopre qualche rizoma o foglia basale color bruno scuro: è già in atto una malattia fungina.
L’intervento deve essere deciso ed immediato: agire con un bisturi opportunamente sterilizzato, tagliare tutte le parti infette, 2 centimetri oltre la massima propagazione dell’infezione e poi togliere la pianta dal vaso, eliminare tutte le radici colpite da marciume bruno, disinfettare la pianta mediante l’immersione in una soluzione fungicida (possibilmente sistemica). A questo punto conviene lasciar asciugare le radici della pianta per almeno una giornata e poi procedere celermente ad un provvidenziale rinvaso.
Come potete notare non faccio riferimenti a nomi specifici per i prodotti da usare, mi permetto di darvi soltanto il consiglio di usare i meno nocivi: le orchidee sanno apprezzare.
Con queste ultime considerazioni chiudo il mio racconto sui Paphiopedilum, sicuramente non completo, pertanto, qualsiasi vostro contributo sarà utile al suo perfezionamento prima di diventare un capitolo del libro famoso.
Ringrazio di cuore tutti i visitatori del blog e soprattutto le amiche ed amici orchidofili che con la loro partecipazione rendono quest’ esperienza viva e dinamica.

Un pensiero riguardo “Paphiopedilum

Ciao! Che ne pensi?