Serra per coltivare orchidee

“Lunga è la via dell’insegnare per mezzo della teoria, breve ed efficace per mezzo dell’esempio”. Seneca.

Prologo: un altro articolo esponeva soluzioni economiche per tenere sotto controllo temperatura ed umidità in serre medio piccole, quando piccole voleva dire circa 2 x 4 metri e medie 8 x 10 ( misure puramente esemplificative). In quell’articolo, l’argomento è rimasto sui generis. Ora lo riprendo, cercando di approfondirlo in tutti i suoi aspetti.
Tutti i ragionamenti che seguiranno, saranno riferiti a serre per la coltivazione amatoriale delle orchidee e riporteranno, soluzioni, esperienze e limiti vissuti durante l’auto costruzione della mia prima serra, ma anche del prototipo proposto dalla azienda SerreGiardini.

Riscaldamento invernale
Per il riscaldamento invernale della serra, si deve innanzittutto tener conto di eventuali tecnologie disponibili (vecchie stufe, impianti esistenti ed altro che consenta di contenere i costi.
Ad esempio l’individuazione della fonte energetica a cui attingere è un aspetto strettamente legato alle opportunità contingenti: gasolio, se si riesce ad usare quello detassato – gas metano se l’impianto della serra è una propaggine del riscaldamento di casa, energia elettrica se si dispone del fotovoltaico – oppure utilizzo di sorgenti termali, se disponibili.

Raffreddamento estivo ed umidificazione
Per raffreddare una serra in estate, ci sono due soluzioni: aperture di pareti  e/o tetti, oppure cambiamento forzato dell’aria interna con l’immissione di aria esterna più fresca. Per umidificare l’atmosfera all’interno di spazi chiusi, bisogna mescolarla con piccole particelle di acqua micronizzata.

Le opzioni sono di tre tipi:
1 – Generatore d’aria calda installato in serra.
2 – Radiatori o tubi alettati nel caso di dipendenza con il riscaldamento dell’abitazione.
3 – Tubazioni a pavimento nel caso della disponibilità di acque termali o di riscaldamento a bassa temperatura dell’acqua.
Il motivo più importante che condiziona la scelta della tecnologia di riscaldamento è legato alla tipologia della coltivazione: serra polivalente, che prevede temperature minime non inferiori a 18-20° centigradi oppure soltanto specie con esigenze di bassa temperatura.

Soluzioni professionali
Purtroppo, tutte le soluzioni professionali sono economicamente compatibili se implementate in grandi spazi, perché il costo fisso delle infrastrutture di base è molto elevato. Altro terreno minato è costituito dai calcoli e dalle formule astruse, che hanno buona valenza per tipologie di coltivazione standard, bancali integrati e spazi di utilizzo ricavati nelle forme canoniche,
ma le serre autocostruite per la coltivazione amatoriale delle orchidee sono l’esatto opposto: in certi casi sono delle vere e proprie foreste pluviali in miniatura.

Serre amatoriali Le serre autocostruite per la coltivazione amatoriale delle orchidee sono l’esatto opposto: in certi casi sono delle vere e proprie foreste pluviali in miniatura. Quindi, le soluzioni standard sono difficilmente applicabili nelle serre amatoriali: il governo di temperatura/umidità, nelle nostre serre per così dire (anomale) va messo a punto caso per caso, facendo tesoro di esempi già in esercizio,  adattandoli alle specifiche particolarità. Pertanto la prima cosa da fare, sempre molto utile, è quella di “scopiazzare” le intuizioni già collaudate nelle serre degli amici collezionisti, che quasi sempre sono disponibili a renderele di pubblico dominio.

Soluzioni empiriche nelle serre amatoriali
Nelle serre “fai da te” si possono scoprire varie soluzioni spartane.
Per quanto riguarda il raffreddamento, si va dalle “porte aperte”, alla ventilazione interna, con tutti i problemi che ne conseguono, a partire da tutti i tipi di insetti impollinatori all’eccessiva essiccazione dell’aria.
Per l’umidificazione, si escogitano soluzioni ingegnose, tipo allagamenti vari, oppure il classico vaporizzatore e, proposta assai interessante, la costruzione artigianale del sistema “VENTURI” ovvero la nebulizzazione dell’acqua, risucchiata per depressione, attraverso una rete di tubi dotati di appositi ugelli pilotati da un compressore: per capirci, il principio della vecchia pompetta del “flit. Ora la tecnologia mette a disposizione del collezionista di orchidee, che intende costruirsi la serra, buone opportunità a costi relativamente abbordabili. Da tempo sono disponibili vari kit per la nebulizzazione dell’acqua, ad esempio il sistema “fog”.

Cenno storici sulla mia prima serra
Gli spazi serra che ho costruito nel tempo sono un’ insieme di volumi realizzati a più riprese per soddisfare progressivamente le esigenze di coltivazione delle orchidee, che impietosamente continuavano a crescere di dimensione e di numero. Dai primi trenta-quaranta metri quadri, ora sono diventati circa duecentocinquanta, gran parte rigorosamente autocostruiti. E’ stato in pratica un fai da te obbligato dalla dimensione (molto piccola) del mio portafoglio e dalla grande passione per le orchidee. Fortunatamente in giro si trovava molto materiale di recupero, le discariche ed i rigattieri sono stati una miniera; si trovava di tutto ed a poco costo, bruciatori, ventilatori, stufe, tubi, materiale elettrico ecc.
Solamente rasentando l’accattonaggio tecnologico ho potuto dare alloggio dignitoso a qualche migliaio di orchidee esotiche.

Stufa con bruciatore a gasolio

Sin dall’inizio, nella prima serra ho addottato il sistema di riscaldamento ad aria, perché per l’appunto a quell’epoca recuperai un generatore a gasolio da 18 K calorie per la modica somma di 100.000 delle vecchie lire, (nuovo costa 1.500) euro, ora ce ne sono tre, disposti su tre lati della serra. Nei miei volumi riscaldati, la temperatura minima durante le notti invernali non supera i 14/15 gradi centigradi, tenuto conto che, oltre una certa soglia (13 – 15 gradi) i consumi di carburante crescono in forma esponenziale rispetto all’aumento di temperatura), questo è un limite autoimposto, che fra l’altro sconsiglia la coltivazione di piante da serra decisamente calda. Ciò nonostante qualche spazietto più caldo è stato trovato anche per le amatissime specie di Phalaenopsis e di qualche altra specie freddolosa.
Il riscaldamento ad aria ha il gran difetto di rendere l’ambiente interno più secco, ma questo limite, se ben governato, si trasforma in pregio: il flusso d’aria calda, tiene ventilata la serra ed il pericolo (soprattutto di notte) sempre in agguato delle marcescenze si riduce di molto rispetto a quanto può succedere con il sistema di riscaldamento per irradiazione. Inoltre con il sistema di riscaldamento ad aria è possibile anche effettuare bagnature invernali notturne, assai apprezzate dalle piante. Il livello di temperatura voluto è controllato e pilotato da un termostato (elettronico), più preciso per ridurre decisamente il ”delta” della scala , con programmazione giorno e notte (costo 120 euro).

Raffreddamento estivo dei volumi interni
Le mie serre non prevedono aperture di raffreddamento, (finestre laterali o sui tetti), ma soltanto le porte di accesso.
Il controllo della temperatura diurna in repentino aumento con l’insolazione (effetto serra) è garantito da un sistema integrato: estrazione dell’aria calda interna a mezzo aspiratore posto nella parte più alta della parete a sud della serra; per effetto della conseguente depressione interna può entrare aria esterna più fresca dalla parte opposta a nord, dove sono opportunamente predisposti dei pannelli alveolari.

Sistema cooling.
L’ingresso forzato di aria esterna già di per sé raffredda l’ambiente interno, ma il massimo rendimento in termini di umidificazione ed abbassamento della temperatura si ottiene con l’umidificazione dell’aria in ingresso, che si carica  di particelle d’acqua attraverso un percorso d’accesso, lungo, forzato e bagnato. Processo adiabatico.
Poco sopra  consigliavo di evitare rigidi calcoli perché ogni serra amatoriale è un caso a sé, però non si può neanche procedere a casaccio, bisogna aver chiari almeno gli obiettivi fondamentali e specifici.
– Il primo obiettivo è quello di ottenere il controllo del valore massimo accettabile di temperatura interna, che può essere 30/32 gradi centigradi, ottenibili con il minor dispendio di energia elettrica.
– Il secondo obiettivo è la giusta potenzialità dell’aspiratore, cioè quanti metri cubi d’aria riesce ad aspirare x unità di tempo: con questo dato noto, si può decidere in quanto tempo estrarre tutta l’aria interna, che può oscillare dai 40/60 secondi.

Vano aspiratore

Posizione dell’aspiratore
Se la serra prevede piante sistemate anche nella sua parte superiore, l’aspiratore va posto il più alto possibile. Con questa soluzione si estrae facilmente il cuscino d’aria che staziona sotto il tetto della serra: in questo caso si deve prevedere un aspiratore più potente. L’aspiratore può essere installato più basso, solamente in presenza di coltivazione su bancali mono livello. Una certa discrezionalità va concessa nella  collocazione nord/sud dell’aspiratore, la scelta dipende da quali e quanti microclimi si intendono ottenere nella serra: l’aspiratore posto al lato nord crea un’omogeneità di temperature ed invece, installandolo al lato sud, prefigura due settori climatici interni abbastanza diversi.
La decisione finale sarà sempre abbastanza empirica, ad ogni buon conto, meglio abbondare nella potenza estrattiva, sarà sempre possibile regolare la velocità dell’aspiratore.

Pannelli di raffreddamento
Sostanzialmente sono dei grandi filtri continuamente bagnati dal gocciolio d’acqua immessa sulla parte alta, raccolta nella parte inferiore e messa in ricircolo.
Questi filtri o pannelli che dir si voglia si trovano in commercio ma possono essere anche autocostruiti.
Qualunque soluzione si applichi, i pannelli di raffreddamento devono rispondere nel migliore dei modi alla loro funzione che è quella di far percorrere più strada possibile all’aria di ingresso con il minor atrito all’aria che li attraversa, per consentirgli di captare quanta più acqua possibile.
Nel mercato si possono reperire pannelli delle dimensioni, 10 X 50 x 100 dal costo di 50/60 euro l‘uno. Per ottenere un buon raffreddamento bisogna attrezzare quasi tutta la parete opposta all’aspiratore. Questi pannelli costano abbastanza e purtroppo, una volta installati, sono di difficile recupero, si intasano facilmente di muschio ed alghe, e vanno sostituiti dopo qualche anno dalla loro installazione.

Pannelli autocostruiti
In alternativa ai pannelli industriali c’è la possibilità di costruirli artigianalmente con truccioli di legno. Nella mia serra sono installate su tutta la parete a nord, delle gabbiette di rete di ferro zincato, 10 x 100 x 120, riempite con paglia di trucciolare.
Risultati: costi decisamente inferiori, rendimento pari e superiore ai pannelli e soprattutto, possibilità di sostituzione annuale, veloce ed economica.

Naturalmente la soluzione per così dire “industriale” da meno grattacapi, ad ogni buon conto, soprattutto per serre piccole con un pò di manualità, si può anche optare per le gabbie di trucciolare. Altro particolare non trascurabile, ottenibile con i pannelli in trucciolare di legno, è la possibilità di appendere sulla parte interna della rete dei pannelli stessi, molte orchidee che amano costante umidità. L’alimentazione di acqua per umidificare i pannelli può essere attuata con varie modalità, sia a circuito chiuso con circolo continuo, oppure con alimentazione a mezzo elettrovalvola in sincrono con l’aspiratore e recupero dell’acqua nella vasca dell’acqua di bagnatura.

Umidificazione
Qualsiasi sistema di raffreddamento “cooling” deve essere integrato con un impianto di nebulizzazione interna.
Anche in questo caso l’industria mette a disposizione vari sistemi . La tecnologia nel settore ha fatto passi da gigante, sia in termini di costi che di affidabilità: ora la nebbia in serra si ottiene veramente a buon prezzo, ma questo settore ( impianti integrati fog), sarà prossimamente trattato in un articolo specifico.

Curiosità: il mio vecchio impianto fog autocostruito, ora in disuso.
Ora può sembrare archeologia industriale, ma prima delle attuali soluzioni professionali, bisognava arrangiarsi con quello che si trovava e dar sfogo alle idee. Molti anni fa realizzai questo archetipo di nebulizzazione, ora non più in funzione: ecco cosa scrivevo nel 2004:… “Buoni risultati sono stati ottenuti usando la pompa a pressione (20 atmosfere), in uso per le bagnature: con una semplice implementazione impiantistica, è stato realizzato un’insieme di punti nebbia con ugelli dei bruciatori in disuso. Per quanto riguarda gli ugelli da usare, se si installano quelli recuperati dai bruciatori a gasolio, bisogna scegliere le misure, da 1 a 2 micron.

Pompa a 20bar di pressione

Riepilogo
Tutta l’impiantistica sin qui illustrata, richiede opportuni supporti di comando:
1- Per comandare l’aspiratore, un termostato tarato per chiamare freddo.
2- Per comandare le stufe, un termostato giorno/notte, tarato per chiamare caldo.
3- Per comandare il flusso d’acqua sui pannelli, serve un’elettrovalvola comandata dallo stesso termostato dell’aspiratore.
4- Per comandare l’impianto di nebulizzazione, un umidostato.
Ultima annotazione, poiché si vanno a comandare dei carichi di potenza, bisogna prevedere dei teleruttori di interfaccia con le apparecchiature sopra esposte

Paphiopedilum fairrieanum

Paphiopedilum, che passioni, e che follie!!
Ancor oggi il fascino delle tante specie del genere Paphiopedilum e dei suoi cugini Phragmipedium (saga del Phrag. kovachii), procura attenzioni ed ammirazioni particolari. Vari collezionisti dedicano le loro attenzioni quasi esclusivamente ai Paphiopedilum. Storie contemporanee senza mistero, si dirà, ma nei tempi d’oro delle scoperte di nuove specie di orchidee, le “battaglie” si combattevano a suon di bugie, sotterfugi ed altre mille diavolerie .
Ad esempio, chi scoprì P. rothschildianum raccontò di averlo trovato in Nuova Guinea, mentre il suo habitat era il Borneo. In altri casi, oltre alle false piste, ci si metteva anche la sfortuna delle spedizioni o la cattiva gestione delle stesse ed è così che molte specie di Paphiopedilum rimasero per anni orchidee fantasma.

A proposito di orchidee che hanno segnato capitoli di bramosia del possesso, interessante è la storia del Paphiopedilum fairrieanum, giunto quasi incognitamente nell’Inghilterra Vittoriana insieme ad altre orchidee e fiorito nelle serre del Signor Fairrie, di Liverpool nel 1857.

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Paphiopedilum fairrieanum

Paphiopedilum fairrieanum [Lindley] Stein 1892. Fra le tante del suo genere, è una delle specie più facilmente riconoscibili. Il sepalo dorsale bianco ha margini laterali ondulati ed è contrassegnato con venature viola e verdi, mentre i suoi petali puntano decisamente verso il basso per poi incurvarsi all’insù, tanto da ricordare le corna di bufalo. John Lindley nominò la specie in onore di Mr. Fairrie, collezionista orchidofilo di Liverpool che la fece fiorire per la prima volta nel 1857. Come fosse giunta in Europa la prima pianta di questa nuova specie, rimase, forse volutamente, incognita per vari anni: circolavano fonti probabili di provenienza, Bhutan e Assam.

Nel 1880 Frederick Sander, noto vivaista inglese, fiutando l’affare inviò Forsterman, uno dei suoi raccoglitori, nel nord dell’India con le istruzioni per raccogliere quante più piante possibili di quell’orchidea fantasma, ma in quei luoghi non si trovò traccia di P. fairrieanum. Nel 1905 in tutta Europa risultavano in vita nelle collezioni, solo cinque piccole piante di P. fairrieanum.Tale situazione procurava fermento nel mondo delle orchidee e negli ambienti del collezionismo aleggiava la frenesia per il possesso di quel Paphiopedilum fantasma.

Ed è così che Sander, nel 1904, mise in palio una ricompensa di 1000 sterline al primo raccoglitore di orchidee che gli avesse recapitato, non solo una buona quantità di quel Paphiopedilum, ma anche informazioni esclusive del suo habitat. Ovviamente Sander sperava di vedersi recapitare molte piante in modo da realizzare abbastanza soldi dalla loro vendita, che gli consentisse di pagare il grosso premio e di guadagnare pure. Non trascorse nemmeno un anno, quando l’ingegnere inglese, G.C. Searight, in collaborazione con un vivaista indiano (tale SP Chatterji), inviò a Frederick Sander diverse grandi piante di P. fairrieanum da Assam. Tuttavia, non fu un’esclusiva per il buon Sander, altre piante quasi contemporaneamente arrivarono, sia al Kew Gardens che a singoli coltivatori: il luogo ‘segreto’ del Paphiopedilum fantasma si rivelò non essere poi tanto sconosciuto.
Ad ogni buon conto nei mesi successivi, Sander riuscì a piazzare 179 piante di P. fairrieanum all’asta, ma il prezzo più alto pagato non superò 21 ghinee a pianta e la spedizione totale produsse un incasso di sole 550 sterline.
Ma il ‘volpone’ Sander’, prima dell’asta vendette le migliori piante piante a suoi clienti privati, pare per un introito di 5000 sterline che consentirono la salvezza della sua azienda.

Di quelle famose mille sterline del premio, Searight, avendo trasgredito gli accordi con Sander (spedì piante di quella orchidea anche ad altri acquirenti), incassò solo la metà del premio originariamente offerto. Nei mesi successivi furono molte le piante di P. fairrieanum a giungere in Europa, offerte in vendita a Darjeeling (Bengala Occidentale – India), al prezzo di pochi scellini a pianta.

Leptotes

Un genere di orchidee fatto di piccole piante, Leptotes, nome derivato dalla parola greca “Leptotis” dal significato ampio: delicato, fine, grazioso così come i suoi fiori.

Leptotes unicolor

Leptotes è un genere di orchidee formato da 9 piccole specie che crescono nelle foreste asciutte del sud e sud-est del Brasile, anche in Paraguay e Argentina. Sono miniature epifite a crescita cespitosa, con foglie sottili e teretiformi, vagamente simili alle specie del genere Brassavola.
Leptotes sono fra le specie più difficili da coltivare, alcune sono presenti nelle collezioni, altre sono talmente rare da essere quasi sconosciute.
Curiosità
Oltre ad essere coltivate per il loro valore ornamentale, le specie Leptotes bicolor e unicolor sono utilizzate come sostituto di vaniglia nel latte, gelati, tè e dolci.
Il baccello di Leptotes (bicolor o unicolor) è a forma di uovo (quasi come un uovo di piccione), con uno speciale trattamento il suo gusto è molto simile alla vaniglia, ed è usato in Sud America come sostituto economico per aromatizzare il gelato. I baccelli vengono raccolti quando sono quasi maturi, poco prima dell’apertura, sono messi al sole caldo per un paio di giorni, poi conservati in un barattolo a chiusura ermetica.

Habitat
Gran parte delle specie di questo genere, tutte epifite, provengono dalla foresta atlantica del Brasile. Solo due sono state trovate in altri paesi, L. unicolor in Argentina, e L. bicolor in Paraguay.
Gli habitat di edemicità variano da specie a specie, Leptotes tenuis e Leptotes pauloensis, prediligono quasi esclusivamente le foreste pluviali montane, Leptotes bicolor vive sia nelle foreste pluviali, sia nei boschi asciutti degli altopiani della Serra do Mar e Leptotes unicolor cresce bene in zone più fresche, oltre i 700 metri di altitudine, sugli alberi di Araucaria e Podocarpus nelle zone del sud del Brasile.

Morfologia
La struttura morfologica delle piante è caratterizzata da un breve rizoma cilindrico con piccoli pseudobulbi sui quali, quasi impercettibilmente, partono, una, raramente due foglie teretiformi e carnose. Le foglie hanno caratteristiche variabili, possono essere corte o lunghe, erette o pendenti. L’infiorescenza è apicale, generalmente di breve durata, spunta all’apice dello pseudobulbo e porta da uno a sette fiori relativamente grandi per le dimensioni della pianta, di solito parzialmente piegate. In alcune specie, le infioresacenze formano gruppi di fiori dall’aspetto molto vistoso. I fiori sono fragranti ed il loro profumo può durare 10-20 giorni.
I petali ed i sepali di dimensione quasi uguale, si presentano con sfumature verdastre, bianche o con varie tonalità di rosa ed il labello giallo pallido, viola o lilla. Il labello è trilobato (tre lobi). I lobi laterali sono piccoli, quello intermedio è molto più grande e abbastanza variabile tra le specie. La colonna è corta, fitta e dritta, normalmente verde, e porta sei masse polliniche di diverse dimensioni, due più grandi al centro e quattro più piccole in due coppie tenute da un breve caudicolo: caratteristica unica tra le orchidee. I loro frutti sono arrotondati, succulenti e hanno un profumo che ricorda di Vaniglia.

Agente impollinatore
L’agente impollinatore dei fiori di Leptotes non è mai stato osservato. Cássio van den Berg, a giudicare dai colori e la morfologia dei fiori, suppone che siano le api, l’agente primario, altri osservatori sostengono che gli impollinatori più importanti per questo genere siano i colibrì.

Coltivazione
In coltivazione bisogna stare molto attenti al marciume radicale che si insinua facilmente con l’umidità eccessiva, i risultati migliori per coltivazione del genere Leptotes si ottengono quando sono montati su placche di fibra vegetale o di sughero. Annaffiatura e fertilizzanti devono essere più frequenti durante i periodi di crescita, e di meno durante i periodi di riposo. Condizioni di crescita ideali richiedono una temperatura intermedia e l’esposizione alla luce solare filtrata.



Note storiche
Illustrazione originale pubblicata da John Lindley nel 1833 quando ha descritto il genere Leptotes in Edwards Botanical Magazine. Leptotes bicolor Lindley 1833
Eravamo nel mese di Aprile del 1833, quando nelle famose serre degli Harrison, fiorì una specie sconosciuta proveniente dal Brasile (Serra dos Órgãos).
La signora Harrison, era una collezionista inglese di orchidee, già immortalata nelle descrizioni di diverse specie: Bifrenaria harrisoniae e Cattleya harrisoniana. Poco tempo dopo, la signora Arnold Harrison, pensando di trovarsi difronte ad una nuova specie inviò un disegno ed una divisione di questa pianta al botanico John Lindley, che verificò essere non solo una nuova specie, ma anche un nuovo genere. Nella sua descrizione, data nello stesso anno, Lindley costituisce il nuovo genere assegnandogli il nome di Leptotes, dal greco (Leptotis) raffinato, delicato, in riferimento ai fiori della pianta.

leptotes_bicolor

Nei suoi appunti, Lindley scrive che Leptotes è simile a Tetramicra, ma ha diverse strutture del pollinarium, lobi laterali del labello più piccoli, e senza calcar (membrana) attaccata all’ ovario. Rileva anche qualche differenza rispetto al genere Brassavola (morfologicamente simile), sia nelle masse polliniche sia nel labello trilobato. La pianta descritta da Lindley diventerà la specie tipo del genere: Leptotes bicolor.

In Europa arrivano altre nuove piante
Qualche anno più tardi, nel 1838, Lindley riceve altre piante provenienti dal Brasile, in esse nota delle sostanziali differenze rispetto alle specie già descritte (lobi laterali del labello leggermente seghettati, fiori più grandi e sporadicamente, la presenza di una seconda foglia sugli pseudobulbi: non esita a considerare queste nuove orchidee come appartenenti ad una nuova specie, che descrive come come Leptotes serrulata.
Cinque anni dopo, il conte tedesco Johann von Centurius Hoffmannsegg nota la differente pigmentazione delle foglie di una pianta di Leptotes, presente nella sua collezione e la descrive con il nome di L. glaucophylla.
Nel 1990 Carl Withner, rivisitando i disegni pubblicati da Lindley sottolinea alcune differenze aggiuntive tra L. bicolor e L. serrulata, tuttavia, la botanica ritiene che entrambe le descrizioni siano riconducibili a L. bicolor e le variazioni siano dovute alle vaste aree di endemicità delle colonie.
Nel 1865, da una località sconosciuta in Brasile giunge a Heinrich Gustav Reichenbach, una nuova pianta, che diventerà la seconda specie del genere. In questo caso il campione è molto diverso da Leptotes bicolor, fiori più piccoli e meno arrotondati, con ampi segmenti color giallo pallido giallo: la descrive con il nome di: Leptotes tenuis. Dodici anni dopo, il botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues descrive la terza specie: Leptotes unicolor. Nei suoi appunti si legge che è una specie molto profumata, precisa che vive come pianta epifita in colonie formate da centinaia di piante, lungo le rive dei fiumi Dourado e Sapucai, nei pressi della città di Alfenas, in Minas Gerais.
Nel 1881, nello Stato del Paraná, Barbosa Rodrigues scopre piante con più foglie di quelle già note e con lievi differenze nella struttura floreale. Anche in questo caso il botanico non esita a descrivere la pianta come nuova specie del genere Leptotes, assegnandole il nome L. paranaensis: oggi questa specie è considerata solo una variazione di L. unicolor, la specie descritta quattro anni prima.

Corsa alla descrizione di nuove specie
In questa fase storica, sono molti i casi di nuove descrizioni di specie già note; Robert Allen Rolfe descrive una pianta ricevuta dal Brasile (molto simile alla L. tenuis) con il nome di L. minuta: oggi è conosciuta come una variante di L. tenuis.
La confusione non si ferma alla descrizione di presunte nuove specie, ma anche all’appartenenza di genere, ad esempio, il botanico danese Johan Albert Constantin Loefgren descrive una nuova specie come Leptotes blanche-amesiaesi, solamante più tardi, il lavoro di Carlos Frederico Hoehne la sposta in un nuovo genere, nominandola (in omaggio a Loefgren): Loefgrenianthus blanche-amesiae. Nel 1934, Hoehne descrive una nuova specie, chiamandola Leptotes pauloensis perché è stata trovata nello stato di San Paolo . Questa specie è strettamente correlata alla Leptotes tenuis, ma i suoi fiori hanno colori diversi. Per decenni i tassonomi sono stati divisi su questa nuova descrizione, ad esempio, Guido Pabst la considera un sinonimo di L. tenuis. Di recente sono state scoperte nuove colonie con colori simili a quella descritta da Hoehne, e Withner propone ora che L. pauloensis sia accettata come una specie separata.

Riassunto
Fino al 2004, le specie conosciute erano quattro, tre con nome consolidato, L. bicolor, L. unicolor e L. tenuis, e una, L. pauloensis, sempre più frequentemente accettata dai tassonomi, ma è in questi anni che questo genere vede raddoppiate le specie assegnate, Eric Christenson descrive ed include nel genere con rango di specie Leptotes harryphillipsii, molto simile a L. pauloensis (già una specie problematica di per sé), e Leptotes mogyensis.
Altre due nuove specie molto affini alla Leptotes bicolor, entrambe trovate nella regione di Buerarema, a sud di Bahia, sono state successivamente descritte e nominate Leptotes bohnkiana, dal nome del suo scopritore, e L. pohlitinocoi, per lo più in base al colore. Infine, nel 2006, Sidney Marçal de Oliveira scopre quella che ad oggi è l’ultima specie ad essere descritta: Leptotes vellozicola.

Caratterisiche morfologiche
Le tre caratteristiche principali che differenziano le specie del genere Leptotes sono le proporzioni generali delle foglie, la forma dei fiori, e il modo in cui fiori si aprono. Queste caratteristiche consentono di dividere il genere in due gruppi principali. Primo gruppo: L. unicolor, L. bicolor, L. bohnkiana, L. pohlitinocoi
Il gruppo è formato da quattro specie con fiori dai segmenti allungati, generalmente semi chiusi. I fiori di queste specie sono spesso rivolti verso il basso. Quasi tutte le specie di questo gruppo hanno le foglie più lunghe delle infiorescenze e con superfici lisce.

leptotes_unicolor

Foto a sinistra: Leptotes unicolor
Fra le specie attribuibili a questo gruppo fa eccezione Leptotes unicolor: foglie corte, rugose, mentre i suoi fiori sono di colore uniforme rosa pallido, sempre a faccia in giù.
Le altre specie di questo gruppo hanno fiori dai colori più forti.
Leptotes bicolor è la specie che produce più fiori per infiorescenza ed è presente in un’areale più ampio. Si tratta di una specie variabile, anche se è facilmente individuabile per il colore dei fiori (sepali e petali bianchi,labello viola), e per qualche pseudobulbo con due foglie: qualche pianta di questa specie vive anche come litofita.
Leptotes bohnkiana ha alcune somiglianze con L. bicolor, tuttavia, i suoi fiori sono un terzo delle dimensioni di quest’ultima, petali e sepali sono proporzionalmente più ampi, forma un solo fiore per infiorescenza e la pianta adulta è grande circa la metà della L. bicolor. Di questa specie è stata trovata un’unica colonia in Bahia.

Leptotes unicolor: pianta.
leptotes_-pohlitinocoi

Foto a sinistra: Leptotes pohlitinocoi VP Castro & Chiron, Richardiana 4: 78 (2004).
Leptotes pohlitinocoi è più vicina a L. bicolor, ma ha fiori leggermente più piccoli con tutti i segmenti completamente rosa. Esiste solo a Bahia.

Secondo gruppo: L. vellozicola, L. tenuis, L. pauloensis, L. harryphillipsii, L. mogyensis, di quest’ultima specie non esiste traccia in sito, tutte le informazioni provengono da una collezione californiana USA, potrebbe essere un raro ibrido naturale tra L. tenuis e L. unicolor
Questo gruppo è formato da cinque specie più piccole che hanno fiori più arrotondati con petali e sepali aperti e più piatti. Le foglie sono rugose e più corte, in genere di colore verde scuro o pigmentate viola. Le specie di questo gruppo formano solo uno o due fiori per infiorescenza. Le specie sono molto simili e talvolta difficili da distinguere.
Leptotes vellozicola è l’unica specie facilmente riconoscibile in questo gruppo, per il suo callo spesso centrale, posto accanto al vertice del labello. E’ l’unica specie di questo gruppo endemica in Bahia, tutte le altre vivono da sud-est a sud del Brasile. Questa specie è quella che in natura prende più sole, perché vive come epifita su arbusti di Vellozia. La regione in cui vive asciuga molto rispetto alle aree abitate da altre specie.
Leptotes tenuis è l’unica specie con le foglie color verde pallido, fiori giallastri o bianchi e labello color lilla. Si tratta di una specie molto piccola e rara, endemica nel sud-est del Brasile.
Leptotes pauloensis è una specie molto simile a L. tenuis; unica motivazione della sua separazione è data dal colore dei fiori, cioè: petali e sepali lilla pallido e labello bianco con un punto giallo crema nel mezzo. La sua distribuzione si sovrappone a quella della L. tenuis ma anche molto più a sud.
Leptotes harryphillipsii Christenson 2004
Leptotes harryphillipsii, un’altra specie simile a L. tenuis, ma con bande del labello leggermente più lunghe e, rispetto alle altre specie, che in genere hanno colori più vivaci, si differenzia per il colore rosa pallido su petali e sepali, .
Questa specie è stata per molto tempo, confusa con L. pauloensis.
Leptotes mogyensis, ancora un’altra specie legata al gruppo L. tenuis, con qualche assomiglianza a L. unicolor eccetto che ha fiori bianchi con un profondo segno viola centrale sul labello. Non vi è alcuna traccia di questa pianta in natura. Tutte le informazioni provengono da una pianta coltivata in una collezione USA (California). Potrebbe essere un raro ibrido naturale delle due specie citate.

Dendrobium fairchildae

Dendrobium fairchildae Ames & Quisumb. 1932 SEZIONE Calcarifera. Specie originaria delle Filippine (Luzon) Nome di specie in onore di Fairchild, donna americana appassionata di orchidee (1900).

Dimensione dei fiori da 3,75 a 5 cm

Questa specie è originaria delle Filippine. Foglie decidue, pianta litofita da clima fresco, predilige vivere su rocce esposte ad altitudini superiori a 1200 metri con steli a grappolo, terete e sottili che portano molte foglie lanceolate, appuntite, decidue.

Fiorisce a metà estate e autunno formando un corto racemo fiorito molto corto, ascellare, pendulo, che sorge dai nodi vicino all’apice e ai lati delle canne più vecchie, già spoglie.

Ridurre gradualmente la quantità di acqua e fertilizzante durante i mesi autunnali e invernali e riprendere in primavera dopo la formazione delle nuove vegetazioni

Epigeneium amplum

Epigeneium amplum

Epigeneium deriva dal greco antico latinizzato, epi=sopra e geneion=mento in quanto i sepali laterali sono fusi con il piede esteso della colonna formando un struttura simile ad un mento; amplum deriva invece dal latino e significa ampio, grande, notevole, suppongo dovuto alla dimensione del fiore rispetto alla pianta.
Così lo descrive Lindley nel 1830 in “The genera and species of orchidaceous plants” sotto il nome di Dendrobium amplum:
“D. rhizomate repente squamoso pseudo-bulbos ovatos squamosos diphyllos gerente, foliis ovato-oblongis emarginatis petiolatis, floribus solitariis longipendiculatis axillaribus e bracteis duabus oblongis petaloideis provenientibus, sepalis ovatis acuminatis obtusis petalis angustioribus, labello sessili trilobo medio lamellato: lobis lateralibus abbreviatis rotundatis, intermedio ovato crenulato acuto.
Flores straminei, intus guttati, expansis 3 uncias lati: labellum cum basi dilatata columnae articulatum, lamellis tribus in medio, quarum intermedia abbreviata; lobo intermedio atropurpureo. Ovarium ferè tres uncias longum bracteâ ad basin solitariâ ovatâ. Pedunculus vix unciam excedens bracteis 2 margnis foliaceis albis ex basi ortis tectus”.
Come poi puntualizzato dallo stesso Lindley tale specie ha caratteristiche più affini al genere Bulbophyllum che non a quello dei Dendrobium.
Una caratteristica che balza subito all’occhio, peculiarità quasi esclusiva dei Bulbophyllum è la mobilità del labello che invece di essere ben saldo sulla colonna è libero di oscillare dall’alto al basso come ad esempio in B. lobbii.
Di questa specie apparve bando d’asta sul “Gardener’s Chronicle” del 9 Marzo 1895, vendita operata da Proterhoe and Morris nella loro principale sala vendita al 67 e 68 di Cheapside a Londra, asta che sarebbe avvenuta il venerdì 15 marzo successivo. La specie allora all’asta era venduta come Dendrobium coelogyne uno dei sinonimi di questa specie.

La specie:
Epigeneium amplum (Lindl.) Summerhayes, Kew Bull. 12: 260 (1957).
cresce epifita o litofita dal Nepal (centro Himalaya), Bhutan, Nord-est India, Myanmar (ex Birmania) Thailandia alla Cina (Yunnan e Sud Guangxi).
Descrizione:
Pseudobulbi lunghi 4-7 cm., angolati sui 4 lati, che si dipartono 5-12 cm dal rizoma. foglie lunghe 10-15 cm e larche 3-5 cm. Infiorescenza singola, fiore di circa 7-9 cm., profumato, ceroso, dal crema al giallo macchiato di marron, labello di un marron-porpora scuro.
Epifita nelle foreste con fronde ampie, o litofita sulle rocce a 1.000-2.000 mt. di altitudine
Sinonimi homotipici: * Dendrobium amplum Lindl. in N.Wallich, Pl. Asiat. Rar. 1: 25 (1830). (BASIONIMO)
Sarcopodium amplum (Lindl.) Lindl. & Paxton, Paxton’s Fl. Gard. 1: 155 (1850).
Bulbophyllum amplum (Lindl.) Rchb.f. in W.G.Walpers, Ann. Bot. Syst. 6: 244 (1861).
Callista ampla (Lindl.) Kuntze, Revis. Gen. Pl. 2: 654 (1891).
Katherinea ampla (Lindl.) A.D.Hawkes, Lloydia 19: 95 (1956).

Sinonimi eterotipici:
Dendrobium coelogyne Rchb.f., Gard. Chron. 1871: 136 (1871).
Callista coelogyne (Rchb.f.) Kuntze, Revis. Gen. Pl. 2: 654 (1891).
Sarcopodium coelogyne (Rchb.f.) Rolfe, Orchid Rev. 18: 238 (1910).
Sarcopodium annamense Guillaumin, Bull. Mus. Natl. Hist. Nat., II, 26: 693 (1955).
Katherinea coelogyne (Rchb.f.) A.D.Hawkes, Lloydia 19: 95 (1956).
Epigeneium coelogyne (Rchb.f.) Summerh., Kew Bull. 12: 261 (1957).
Epigeneium annamense (Guillaumin) Seidenf., Dansk Bot. Ark. 34: 73 (1980).

Una piccola nota in merito al fiore…inizialmente i due petali inferiori erano disposti a V, a formare con il petalo mediano superiore un ideale triangolo, caratteristica comune a tantissime orchidee, dopo alcuni giorni dall’apertura i due petali inferiori si sono piegati convergendo verso il centro fino ad incrociarsi come appare nelle foto.
Coltivazione
Coltivo questa specie su zattera di sughero, supporto che la pianta pare gradire, purtroppo data la tendenza della pianta ad allungare i rizomi prima di emettere un nuovo pseudobulbo, le zattere da utilizzare è opportuno siano ben più grandi della pianta.
Questa orchidea trova posizione nella zona più luminosa della serra , le radici sono supportate da un piccolo pane di muschio sempre umido. Data l’altitudine alla quale cresce sopporta bene tanto le temperature fresche autunnali quanto quelle calde estive.
Concimazioni regolari con bilanciato Peters Professional 20-20-20 .