Paphiopedilum Rosy Dawn

Paphiopedilum Rosy Dawn collezione rio Parnasso

grandi e colorati in bianco, rosso e giallo o verde. Paphiopedilum rotschildianum come genitore da qualche parte sulla linea tassonomica, e poi abbiamo Paphiopedilum Rosy Dawn, figlio di Paphiopedilum ‘Astarte’ X Paphiopedilum ‘Gwen Hannen’, entrambi in colori tenui. Questa orchidea bianca incontaminata con un tocco di vaniglia o rosa al centro con le caratteristiche lentiggini è davvero stupendo. A seconda del momento della fioritura il colore del fiore sarà più pronunciato. Le fioriture invernali di solito hanno meno pigmentazione rispetto a quelle estive a causa dell’intensità delle frequenze luminose. Ben noto per la sua robustezza e natura vigorosa, è un vero miracolo per tutti coloro che lo possiedono. Per un buon mix per l’invasatura è utile la corteccia e la buccia di cocco, aggiungendo pezzi di carbone rotti per ammorbidire l’acqua.
Concimazione ogni 2 settimane con fertilizzante equilibrato.
Grazie ai suoi genitori, Paphiopedilum Rosy Dawn può essere coltivato in casa, tuttavia come ogni Paphiopedilum non tollera l’esposizione in pieno sole. L’esposizione a sud con luce dopo le 16:00 sarà buona o dovrebbe essere sufficiente anche un’esposizione a nord con solo sole mattutino. Affinché l’orchidea sia nelle condizioni ottimali, assicurati che si trovi in ??un luogo ben ventilato che aiuti a controllare l’umidità e protegga da funghi.

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L’orchidea perduta: storie e miti.

Note: foto tratte da internet, dalla rivista Gardenia, e dalla collezione rio Parnasso.
Testi di Guido De Vidi.

In qualsiasi collezione di orchidee esotiche c’è sicuramente qualche figlio della famosa Cattleya labiata. Gli ibridi ad essa collegati sono più di dodicimila.
Quando questa orchidea fece la sua comparsa sulla scena, cambiò radicalmente il collezionismo mondiale e diede inizio ad una delle avventure più intense della storia dell’orchidofilia – un’avventura che portò all’introduzione di un intero gruppo di specie dal fiore grande color lavanda, che avrebbe dominato il mondo delle orchidee e la percezione del pubblico orchidofilo, per i successivi 150 anni.

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Cattleya labiata Lindley 1821
Il nome al genere Cattleya è stato dato in onore del coltivatore inglese Sir William Cattley da Barnet. Sir William Cattley era un collezionista di felci tropicali, che si faceva spedire da vari Paesi coloniali. Fu in occasione di una spedizione del signor Swainson che ricevette anche delle nuove orchidee. Così, dopo il rinvaso di tutte quelle piante dalle strane sembianze, nell’autunno del 1819, nelle serre di Cattley, comparvero dei fiori che nessuno prima di allora aveva mai visto.

Nel 1817, il signor Swainson inviò diverse piante simili, anche ai Giardini Botanici di Glasgow, dove fiorirono in seguito, ma il botanico John Lindley (8 febbraio 1799 – 1º novembre 1865), pubblicando nel 1821, la descrizione di questa nuova ed affascinante orchidea, nel libro “Collectanea Botanica”, la nominò Cattleya labiata ‘ autumnalis’ – Cattleya nome di genere, labiata epiteto della specie, ad evidenziare il labello impressionante del fiore e ‘autumnalis’ per il suo periodo di fioritura -, e, con pochi tratti di penna, immortalò per sempre William Cattley nel mondo delle orchidee.
I misteri ed i racconti attorno ai fatti di allora, occuparono molte pagine delle riviste specializzate ed alimentarono discussioni fra raccoglitori e collezionisti di piante tropicali dell’epoca.
La storia più colorita racconta che William Cattley, coltivatore e collezionista di felci tropicali ricevette da William Swainson uno stock di piante raccolte in Brasile, avvolte da strane foglie turgide, che Cattley sistemò fra i bancali della sua serra. Con sua sorpresa dopo qualche tempo scoprì che le strane foglie producevano dei grandi fiori molto appariscenti, erano i fiori della Cattleya labiata.

Il mito della nuova orchidea
Il mito dell’orchidea fiorita incidentalmente fu alimentato anche dal racconto “THE LOST ORCHID.” a pag. 173 del libro di Frederick Boyle (1893) dal titolo “ABOUT ORCHIDS A CHAT”
Probabilmente con quel racconto Boyle intendeva ironizzare sul fatto che il raccoglitore William Swainson non avesse colto l’importanza di quella pianta, né sapesse o volesse spiegare dove era stata trovata; più tardi Swainson raccontò che quelle strane piante forse erano state raccolte in altri luoghi da uno sfortunato cercatore morto a Rio e successivamente usate per proteggere le felci da spedire in Europa.
Effettivamente, nel 1893 nessuno sapeva ancora dove era stata trovata la strana orchidea, ma quell’assurda storia raccontata da Boyle fu presa molto sul serio dai produttori del tempo.
Solamente sul finire del dicianovesimo secolo, quando fu pubblicato il resoconto di un viaggio effettuato da Swainson attraverso il Brasile tra il 1817 ed il 1818, si fece chiarezza degli avvenimenti.
Swainson raccontò che quelle piante le scoprì in Pernambuco e non a Rio de Janeiro. In quell’occasione, vedendole in piena fioritura le descrisse a William Cattley che manifestò di gradirle. Furono inviate successivamente a Barnet e William Cattley se le prese in cura e le fece fiorire alcuni anni dopo.

William Swainson
Però la storia a volte è ingrata, William Swainson, l’uomo che ha reso possibile tutto questo è stato praticamente dimenticato.
Chissa quali erano i rapporti fra John Lindley e William Cattley – pare che l’allora giovane botanico John Lindley fosse stato assunto da Cattley per classificare la sua collezione – ma il nome a questa importante orchidea poteva anche essere stato dedicato a William Swainson.
Swainson, naturalista, ha trascorso parte della sua vita nelle giungle tropicali inesplorate del nord del Brasile per raccogliere muschi, felci e altre piante autoctone da inviare ai vari giardini botanici come quello di Glasgow. Tra queste, come si è già scritto sopra, anche le C. labiata, ricevute, sia da Cattley che dal Glasgow Botanic Garden.
Ad ogni buon conto, Swainson non può essere annoverato fra i maggiori esperti del tempo, egli era un raccoglitore per conto terzi, basti pensare che considerava “parassite” quelle strane piante inviate dal Brasile
Forse il peccato originale di Swainson è stato quello di aver conrtibuito, con il suo comportamento, a far perdere le tracce per oltre settanta anni dell’orchidea che aveva scoperto.
Si dirà, come è stato possibile perdere una pianta così preziosa e ricercata, questa è una delle più strane storie nella storia delle orchidee.
Nonostante gli sforzi delle principali società orchidofile europee che inviarono i loro migliori collezionisti ed i loro botanici più esperti, in Brasile dal 1830 fino al 1880 a cercarla, di questa specie si è persa qualsiasi traccia per molti anni.

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The Lost Orchid
In occasione delle sue spedizioni brasiliane, Swainson non aveva mai detto a nessuno dove aveva raccolto le piante inviate in Europa, poi scomparve per molti anni nelle terre selvagge della Nuova Zelanda, dove nessuno riuscì a trovarlo per chiedergli quelle informazioni.
Varie “British horticultural authorities” – non si sa quanto spassionatamente – divulgarono la notizia che C. labiata era stata trovata nei pressi della città di Rio de Janeiro. Poi, un altro naturalista, il dottor George Gardner, nel 1836, in occasione di un suo viaggio in Brasile in cerca di farfalle ed uccelli, confermò anche lui, che C.labiata viveva vicino a Rio de Janeiro ed inviò pure degli esemplari in Inghilterra per provare la sua scoperta.
Inoltre, Gardner diramò la notizia che i brasiliani stavano distruggendo l’habitat della C. labiata attraverso estesi disboscamenti per far posto a piantagioni di caffè ed altre colture. Con questa notizia spaventosa, i collezionisti europei intensificarono i loro sforzi per trovare qualche altra pianta di C. labiata prima che fosse estinta, ma nessuno riuscì a trovare un’unica pianta. Nel mondo dell’orchidologia si diffuse la convinzione che quella splendida orchidea fosse ormai persa per sempre.

Louis Forget
Diverse sono state le orchidee a lui dedicate: Brassia forgetiana Sander, Cattleya forgetiana Rolfe, e Masdevallia forgetiana Kraenzl
Nella foto, Louis Forget in un villaggio della Colombia con una partita di Cattleya raccolte per Sander St. Albans firm..
Fu solo un collezionista francese, Louis Forget, che ebbe il coraggio di contestare Gardner, affermando che egli non aveva mai trovato C. labiata nella Provincia di Rio de Janeiro, per la semplice ragione che in quei luoghi non era mai esistita.
I dubbi cominciarono ad insinuarsi anche fra gli esperti. R.A. Rolfe, editore del The Orchid Review, riprese in esame i campioni essiccati inviati al Kew da Gardner e dopo un attenta analisi concluse che Monsieur Forget aveva ragione. Gardner non aveva mai trovato C.labiata nelle montagne Organo o in qualsiasi altra parte della Provincia di Rio de Janeiro. Le piante trovate da Gardner erano Laelia lobata, che ancora vi crescono nonostante le deforestazioni in atto.
Gardner continuò le sue ricerche e fra una scoperta e l’altra – C. warneri sulle rive del fiume Parahyba – riferì ancora di aver trovato C. labiata, e subito molti collezionisti europei si precipitarono alla sua ricerca lungo il fiume Parahyba. La delusione per l’ennesimo fallimento fece posto all’idea che forse la C. labiata non fosse mai esistita in Brasile.
Ad ogni buon conto dobbiamo spezzare una lancia in favore del povero Gardner, a quei tempi, 1836-1841, c’era molta confusione sui nomi delle nuove specie di orchidee, in particolare le Cattleya e le Laelia. Alle nuove piante sono stati spesso dati nomi diversi anche da parte degli stessi tassonomi. Niente meno che John Lindley, per esempio, in un primo momento classificò come Laelia lobata, la Cattleya lobata.
Tutto sommato le notizie fuorvianti di Gardner risparmiarono la C. labiata da una probaile estinzione, a causa delle devastazioni generalizzate attivate in quei tempi dai raccoglitori europei, in quanto non potevano devastare ciò che non potevano trovare. Tutto questo, naturalmente, non sarebbe successo se Swainson avesse semplicemente detto a qualcuno che aveva trovato C. labiata in Pernambuco non a Rio de Janeiro.
Il resoconto dei suoi viaggi attraverso il Brasile nel 1819, avrebbe dovuto dare a tutti degli indizi. In Edinburgh Philosophical Journal, Swainson ha scritto: “Invece di seguire l’esempio di tutti i miei compagni di andare in primo luogo a Rio de Janeiro, sono sceso verso la fine del mese di dicembre nel 1816 a Recife, in provincia di Pernambuco … “Swainson non ha menzionato dove ha trovato l’allora senza nome C. labiata, ma gli indizi contenuti nel suo racconto erano comunque chiari, e 71 anni dopo, nel 1889, C. labiata è stata finalmente ritrovata dove era sempre cresciuta felicemente e indisturbata: nella provincia brasiliana di Pernambuco. Ironia della sorte: fu riscoperta da qualcuno che non era nemmeno in cerca di orchidee.

Il ritrovamento
Cattleya labiata è stata ritrovata da un raccoglitore al servizio del signor Moreau di Parigi. Moreau era un distinto entomologo. Questi, al fine di aggiungere nuovi esemplari di insetti al suo museo, inviava cercatori nel centro e nel nord del Brasile. Dal momento che anche lui coltivava alcune orchidee come un hobby, un suo raccoglitore gli mandò 50 piante di orchidee dai grandi fiori color lavanda, raccolte in Pernambuco. Con una coincidenza incredibile, Frederick Sander della “British orchid firm Sanders Ltd” si recò a far visita a Moreau quando le piante erano all’inizio della fioritura e con stupore si rese conto che erano esemplari della perduta C. labiata. Non avendo incentivo commerciale per mantenere segreto il luogo di ritrovamento delle sue piante, Moreau spiegò senza problemi a Frederick Sander, dove il suo raccoglitore le aveva trovate. Eravamo nel 1889, la riscoperta della C. labiata è stata annunciata dalla rivista The Orchid Review come “l’evento dell’anno”, e il mondo dell’ orchidofilia fu presto inondato con migliaia di piante raccolte in sito. Dalla data della sua reintroduzione, 1889 fino al 1907, la Royal Horticultural Society ha assegnato alla C. labiata 15 FCC e 22 AM come piante con nuovi e suggestivi colori. Finita la corsa alla riscoperta dell’orchidea perduta, iniziò la disputa fra orticoltori e botanici, i primi a seguire l’idea che le Cattleya a fiore grande dovevano essere chiamate con vari nomi di specie, ad esempio Cattleya trianaei e Cattleya mossiae,mentre i botanici fra i quali anche John Lindley ritenevano di poter raggrupparle tutte in un’unica specie con tante varietà: non si sa chi l’ha spuntata. Ancor oggi, abbiamo i resti di quei giorni che ci perseguitano. I termini “Cattleya labiata vera” e “Cattleya labiata autumnalis” appaiono ancora nelle pubblicazioni, sulle etichette e nei cataloghi commerciali, come se queste fossero cloni specifici di C. labiata.

I fiori di C. labiata sono normalmente prodotti da una doppia guaina a differenza delle Cattleya colombiane e venezuelane che fioriscono da una guaina unica. Cattleya labiata è la sola specie di Cattleya a fiore grande, che fiorisce in autunno, ed è facilmente separata dal suo parente brasiliano stretto, Cattleya warneri per la sua stagione di fioritura: C. warneri fiorisce in primavera. Cattleya labiata è un’orchidea sensibile al fotoperiodismo, accorciando la lunghezza del giorno (meno ore di luce), si può effettivamente indurre la fioritura in qualsiasi momento dell’anno. In natura fiorisce quando la stagione accorcia la durata del giorno, cioè in autunno. Da qualche decennio, le Cattleya a fiore grande non sono più di moda nelle collezioni, ma ritengo che ogni nuova generazione di appassionati di orchidee, debba riscoprire la bellezza di queste specie. Le mode cambiano, ma l’elegante bellezza, i profumi dei loro fiori e l’ impareggiabile sensualità, oltre alla varietà infinita di queste specie, hanno sempre fatto sognare generazioni di appassionati di orchidee, e continueranno a regalarci fascino e fragranza,

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Ricordi: quel Larice della Val Visdende

Una storia di vita e di morte: il salvataggio e la fine di un larice raccolto quasi 50 anni fa in Val Visdende

Quando incontri la donna della tua vita, cominci a condividere con lei, luoghi belli e momenti magici, che con il passare degli anni diventano i ricordi dell’anima.  Ed è così che quella mattinata primaverile del 1971, io e Rosetta decidemmo di visitare una valle del Comelico adagiata fra le Alpi del Cadore: la Val Visdende. Nella Val Visdende, vallata dalla natura incontaminata facente parte del Comelico si trovano le sorgenti del Piave “fiume sacro alla patria”.
Raggiungere le sorgenti di quel fiume, che per noi abitatori dei paesi rivierarschi, Maserada sul Piave, Breda di Piave, San Donà di Piave e via dicendo, posti più giù in pianura verso il mare, può essere considerato come un pelegrinaggio verso luoghi spirituali.
Da bambini al Piave si andava per “prendere” le arie buone del mattino, da ragazzi, in estate, si faceva il bagno sbirciando con timidezza i primi bikini delle ragazzine provenienti dai paesini dell’interland. Le grave del Piave erano la nostra spiaggia fatta di sassi levigati dal tempo e dal rotolare giù a valle, dopo aver percorso un lungo viaggio a partire proprio da quella valle dove in fiume nasceva.

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Il Piave
In altri tempi il Piave ci dava tutto quello che serviva per costruire le nostre case e forniva anche il pesce per sfamare tanta gente. Ma il Piave, per noi era ed è anche storia, tragedia e riscossa: fra le sue sponde, oltre 100 anni fa si decisero i confini della nostra Italia, chissà come sarebbero ora se le sorti della epica battaglia del Piave avessero avuto risvolti diversi.
Ecco, con tutto questo carico di cultura, tradizione e riverenza, quel giorno del 1971, ci inerpicammo lungo quel sentiero che ci avrebbe portati più in alto, ma fu una piccola pianta già sradicata, forse a causa di qualche evento alluvionale, a richiamare la nostra attenzione. La raccogliemmo e decidemmo di portarla con noi per dargli nuova vita piantumandola nel giardino di casa: era un piccolo larice che gli eventi della natura avevano deciso di imolare alla sua ferrea legge.
La portammo a casa e la mettemmo a dimora in un angolo del giardino della mia ragazza, Rosetta, ora mia moglie.
Ci ringraziò quel piccolo Larice e cominciò a crescere, tanto da non poter più stare in quel posto. Noi eravamo diventati marito e moglie e c’era già anche Daniel, nostro figlio, quando dovemmo prendere la decisione di trovare un’altra sistemazione al nostro larice, che nel frattempo aveva già raggiunto i 2 metri di altezza.
Riuscimmo a spostarlo senza grossi traumi, le radici rimasero protette da una enorme zolla di terra. Lo portammo nel giardino di casa a Pero. Gli anni passarono e il nostro Larice della Val Visdende continuò a vivere ed a crescere indisturubato. Durante la stagione fredda si spogliava dei suoi aghi e puntualmente in primavera si rivestiva di quel verde delicato delle giovani foglie per colorarsi di giallo ocra nella stagione autunnale.

La crisi Poi il nostro Larice, ormai alto più di 5-6 metri, andò in crisi, cominciò a mostrare fatica a rivestirsi, qualche rametto si essicò e nella primavera del 2014 non si risvegliò più, rimase spoglio, morto.
Aspettammo invano la primavera del 15 e poi, qualche giorno fa decidemmo, con molta tristezza, di eliminare quella nostra amica pianta carica di ricordi e di passioni.
Ecco quel che rimane di tanti sogni e di tante primavere vissute con gioia: i suoi 47 anni scritti nei segni circolari ben visibili nella sezione del suo fusto.

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Un cumulo di legna secca.
Questo cumulo di legna servirà a riscaldarci nel prossimo inverno, ma, a dimostrazione che la vita non si ferma con la morte, il nostro larice ha voluto farci l’ultimo regalo: ci chiese di salvare la parte più alta del suo fusto per allestire qualche mostra futura di orchidee: sarà fatto, amico larice della Val Visdende, eccolo il tuo fusto, la tua vita continuerà in altra forma: grazie.

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Dendrobium speciosum in fiore

Conversazione semi seria con  il Re delle Orchidee.

Dendrobium speciosum, esemplare in fiore collezione rio Parnasso

Capita, sapete, c’è chi non ci crede, ma capita!
E’ la dimensione un po’ metafisica del collezionista di orchidee, quella di trovarsi a dialogare con le piante della sua collezione, e con un po’ di fortuna può succedere pure di conversare con il Re delle orchidee che ti mostra la sua splendida fioritura, con rispetto però… con il rispetto dovuto ai Re!

Ed è così che nel mese di gennaio, chi coltiva qualche esemplare di Dendrobium speciosum si può godere quella maestosa esplosione di fiori bianchi che profumano intensamente;  e con un po’ fantasia, il feeling porta quel fortunato coltivatore di orchidee a immaginare una possibile conversazione con le piante.

“Sua Maestà” – esordisco, con un cenno di inchino – “Si rende conto dell’importanza del suo titolo, lei è Re di un mondo fantastico… quello delle orchidee!”


“Ma dai!”–  risponde la grande pianta “sono gli orchidofili australiani, dove io sono di casa, che mi considerano Re… le genti dei posti in cui vivo mi chiamano anche Giglio delle rocce.”
“A perbacco” – aggiungo incuriosito Racconta, racconta!” – esclamo con interesse –
Caro amico, se andrai a leggere nei libri o magari se navigherai su internet, troverai che la mia sistemazione tassonomica binomiale è Dendrobium speciosum; Dendrobium, per la solita storia che gran parte delle orchidee del mio gruppo vivono sugli alberi… io no sai, a me piace la luce e me ne sto tranquillo al sole, arrampicato sulle pareti di roccia arenaria, lungo il litorale orientale dell’Australia, solo raramente trovo posto sugli alberi.”

Dendrobium speciosum J. E Smith 1804 Il Re si concede una pausa e poi continua… Speciosum è l’epiteto specifico assegnatomi nel 1804 da Sir James Smith per esprimere la bellezza dei miei grandi steli fiorali carichi di molti fiori profumati color crema”

…”Vorrei ben dire” – Aggiungo io, mentre lui, visibilmente pomposo, continua il suo racconto.

  “Da Sir James Smith, giunsi come omaggio del chirurgo J. Whit, che mi raccolse a Port Jackson dove vivevo. Come sai, noi del regno vegetale viviamo molto a lungo, se vorrai vedere il mio vecchio ceppo, lo troverai all’Herbarium di Linn; altre piante mie sorelle furono inviate al Kew Garden da Cunningham nel 1823.
Non ti dico l’interesse dei botanici australiani, Clements, M.A. & Jones
contnua a raccontare il Re, impartendomi anche una lezione di botanica – I miei cari scienziati compaesani stanno studiandomi di dentro e di fuori, per cambiarmi nome. Sai, noi viviamo in un areale molto vasto e con il tempo sono state riscontrate sostanziali variazioni morfologiche all’interno della nostra specie. Questi signori intendono darmi questa nuova sistemazione generica: (Thelychiton)Siamo alle solite – intervengo! “Sì”, afferma il Re, e continua Thelychiton deriva dalla composizione di due parole greche – thely = femmina, chiton = coperto, in riferimento alla colonna dei miei fiori, che in due specie originarie dell’isola della Norfolk, la superficie stigmatica è circondata dal tessuto della colonna (che forma un tubo) con la copertura dell’antera. Per questo motivo tali specie non possono essere impollinate tramite lo scambio di pollinia: sono cleistogame. In queste piante l’impollinazione avviene per autogamia. – “Perbacco!” – Esclamo! – Sia quel che sia – continua il Re –, ora però ti voglio raccontare alcune cose belle di me.

“Caro amico, sono una delle orchidee più grandi che si possano trovare in Australia, e come ti dicevo, a noi piace vivere sulle pareti rocciose di arenaria, ma qualche nostra colonia può essere trovata anche sugli alberi delle foreste vicine alle scogliere dove si formano dei gruppi giganteschi di piante che offrono viste spettacolari. A Gennaio quando siamo in fiore, offriamo uno scenario da favola, e per questo ci chiamano “giglio delle rocce”.
Una delle sensazioni più piacevoli offerte dalle nostre popolazioni in natura è l’aroma dei nostri fiori, che può propagarsi fino a grandi distanze: qualche chilometro.
Concludendo il suo racconto in tono confidenziale, il Re mi da un consiglio:
“Guardati il video, amico mio, anche qua da te dove vivo da diversi anni, se riesci a trattarmi nel giusto modo, ti inebrio  di intenso profumo. A volte tu mi coccoli troppo ed io non trovo il tempo per fiorire; vedi amico, io ho bisogno di soffrire un po’ per poterti regalare delle belle fioriture.”
Grazie, grazie, effettivamente è così – sussurro con discrezione – Mi raccomando però, non fare scherzi caro Re!

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Auguri! Buone feste e buon 2023 a tutti.

… in questi giorni siamo tutti un po’ più buoni, sono giorni affettuosi.
Chi può sta con la famiglia, con i parenti e si gode il calore della comunità.
Chi è solo dialoga con la sua spiritualità.
Chi ama cerca conferma.
Chi soffre spera in giorni migliori.
Chi ha problemi di salute trova la forza di superarli.
E’ giusto che sia così.
Tanti auguri a tutti!

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