Phalaenopsis… basta la parola? Non sempre!

Foto di copertina: Phalaenopsis bellina, collezione rio Parnasso.

Un genere di orchidee ormai entrato prepotentemente nelle nostre case, qualche notizia per conoscerlo meglio.

phalaenopsisFenomeno di massa
Fiorerie, Garden, IKEA, ed ogni Centro Commerciale, pullulano di orchidee imprigionate da nastri, vasi di ceramica e cellophane, pronte per l’invasione natalizia delle nostre case.
Generalmente sono ibridi opportunamente selezionati e coltivati per uso “commerciale”. L’accezione del termine “commerciale” va inteso come consumo di massa, oppure usa e getta.
Certo, è difficile tracciare un solco fra collezionismo orchidofilo ed uso commerciale, a volte la scintilla dell’inamoramento con le orchidee scatta proprio con l’acquisto di una varietà commerciale. Non sempre è così. Ogni anno, milioni di orchidee, dopo aver ingentilito pro tempore i nostri spazi, vanno a finire nei cassonetti dei rifiuti.
In Italia la vendita di piante fiorite di orchidee diventa fenomeno di massa verso gli anni 70 del 20° secolo, ed allora a farla da padrone era il Cymbidium, facile da coltivare anche senza serra, ma ingombrante. Insieme ai Cymbidium, ibridi ovviamente, si potevano trovare Zygopetalum, qualche varietà di Paphiopedilum. Nel periodo delle feste Natalizie anche bellissime piante fiorite di Paphiopedilum insigne.

Curiosità
I primi coltivatori italiani di orchidee su scala commerciale erano quasi tutti liguri. Si sà che i liguri sono bonariamente noti per la loro nomea di “tirchi”. A tal proposito ricordo un aneddoto molto simpatico e significativo, realmente accaduto qualche decennio fa. Eravamo ai tempi nei quali si coltivavano i Paphiopedilum insigne per essere venduti come piante fiorite, ed è così che un noto coltivatore di Chiavari, per risparmiare sul consumo di gasolio, decise di diminuire di due gradi la temperatura delle sue serre zeppe di Paphiopedilum insigne da far fiorire per Natale. Risparmiò sul costo del gasolio, ma le piante fiorirono a metà gennaio, quando era finita la richiesta del mercato.

Phalaenopsis hieroglyphica [Rchb.f] Sweet 1969
In quegli anni le piante di orchidee costavano abbastanza, soprattutto le Phalaenopsis. Anno dopo anno i costi di produzione diminuirono al punto da assegnare alle Phalaenopsis il primato delle vendite ed ancor oggi sono loro le regine nelle nostre case: non c’è foto, video o interno con vista, che non metta in mostra una o più composizioni di Phalaenopsis.

Orchidee anonime
L’orchidofilo auspica che le piante in vendita siano almeno cartellinate con il loro nome e cognome, purtroppo è un desiderio utopico. Con la massificazione e la globalizzazione del commercio, le loro origini genealogiche si perdono velocemente e volutamente sin dalle prime fasi di vita.
Da qualche anno il mercato propone anche piante in fiore della tribù delle Vandaceae, ma questa è un’altra storia che racconteremo in un altro post.

Phalaenopsis
Dopo anni di intense e mirate sperimentazioni ibridatorie, attualmente le piante fiorite di Phalaenopsis, fra gli altri pregi offrono un ulteriore valore aggiunto alla loro commercializzazione: durata dei fiori, facilità e velocità riproduttiva, compattezza delle piante e non da ultima, relativa facilità di coltivazione anche in casa, tutti fattori che rendono molto popolari queste orchidee al punto da essere considerate quasi banali. Spesso le piante fiorite di Phalaenopsis sono proposte al mercato in anonimato, cioè senza una loro identificazione binomiale, in Italia non è facile trovare un’offerta qualificata.
In molti Paesi Europei c’è una radicata tradizione in tal senso. Si producono ottimi lavori scientifici, e sono presenti venditori specializzati e collezionisti quasi esclusivi di
Phalaenopsis specie ed anche ibridi.

La storia
Dalle prime specie scoperte più di 250 anni fa, queste delicate orchidee hanno percorso molta strada evolutiva. La storia delle Phalaenopsis è ricca di interessanti pagine botaniche e di varie avventure intriganti, la cui conoscenza può contribuire a guardare con occhio più attento queste deliziose orchidee.

Il genere
Parte delle notizie esposte in questo post sono liberamente tratte dal web e da questi libri: “Phalaenopsis” di Olaf Gruss e Manfred Wolff e “Phalaenopsis A Monograph” di Eric A. Christenson. Quest’ultimo propone anche una revisione tassonomica del genere, della quale non tutto il mondo scientifico è d’accordo (inserimento dei generi Kingidium e Doritis nel genere Phalaenopsis).

Il genere Phalaenopsis comprende circa 60 specie incluse nella tribù delle Vandae.
Gran parte delle specie sono epifite, raramente litofite e sono tutte endemiche nel sud est asiatico (India dell’est, varie isole dell’Oceano Pacifico, Filippine e sud Australia.
Le specie epifite si sviluppano abbarbicate ai rami ed ai tronchi degli alberi, mentre quelle litofite crescono attaccate alla superfice delle rocce coperte di muschio.
Il genere Phalaenopsis è composto da piante a sviluppo monopodiale con fusti corti e foglie succulente dalle cui ascelle crescono gli steli fiorali.
Queste orchidee amano luce soffusa e temperature calde: in natura si rilevano mediamente 24° di notte per arrivare fino a 30° di giorno.
Nelle coltivazioni, la minima temperatura tollerata può scendere anche a 18° notturni, ma preferibilmente è bene stabilizzarla attorno ai 18°-20° notturni.

Le origini
Phalaenopsis amabilis [L.] Blume 1825
Phalaenopsis amabilis: diffusa da Sumatra e Java a sud delle Filippine, Nuova Guinea e nel Queensland. E’ la specie tipo per il genere.

Il genere Phalaenopsis è stato istituito nel 1825 dal botanico olandese Dr. Karl Ludwig Blume.
Ad ogni buon conto, l’arrivo in Europa di questo interessante gruppo di orchidee, risale a circa due secoli prima.
La stessa orchidea era stata già raccolta nel 1653 da Georg Eberhard Rumphius, Direttore della ditta olandese Amboin, che la disegnò e la descrisse con il nome “Angraecum album majus” in “Herbarium Amboinense”, ma il suo lavoro fu pubblicato solamente nel 1750, 48 anni dopo la sua morte.

Quindi la prima descrizione di un membro di questo genere, scritta da Rumphius nel sesto volume del suo “HERBARIUM AMBOINENSE”, è pubblicata nel 1750. Due anni più tardi in “Herbarium Amboinense” appare la notizia, che Pehr Osbeck, (della compagnia navale svedese operante nelle indie orientali) trovò nuovi esemplari della stessa orchidea descritta anni prima da Rumphius.
Pehr Osbeck invia una delle piante raccolte, anche al famoso botanico svedese Carl Von Linnè, suo maestro, che la classifica con il nome di “Epidendrum amabile”. Allora, tutte le orchidee epifite erano raggruppate nel genere Epidendrum.
Più tardi, Roxburgh la trasferisce nel genere Cymbidium, a cui è più strettamente collegata. Finalmente nel 1825 il Dr. Blume nella sua BIJDRAGEN, stabilisce un nuovo genere per collocare questa affascinante orchidea: derivando il nome generico dal greco phalaina “falena” e opsis, “apparenza”, per la somiglianza dei fiori bianchi alle falene delle giungle tropicali.

Miti e storie
Nella seconda metà del 19° e nei primi decenni del 20° secolo, aumenta la febbre per le nuove scoperte di Phalaenopsis; si racconta di prezzi folli per possedere queste nuove orchidee e si racconta di vere e proprie distruzioni di massa nelle coltivazioni, dovute alle temperature ed alle umidità eccessive delle serre inglesi di quei tempi.
Thomas Moore nel suo libro “Illustration of Orchidaceous Plants” pubblicato nel1857, evidenzia la crescente attenzione degli amatori per le Phalaenopsis, e scrive di un esemplare di Phalaenopsis amabilis straordinariamente bello con moltissimi fiori, esposto in una mostra organizzata dalla “Royal Horticultural Society”.
Nello stesso libro, Moore, sottolinea anche le forti somme sborsate dal Duca di Devonshire per acquistare un esemplare di Phalaenopsis amabilis, pianta pagata 68,5 sterline: 10 anni prima al raccoglitore fruttò solamente un dollaro USA.
In questa fase semi pionieristica è soprattutto la “Royal Horticultural Society” a dare grande impulso alla popolarità delle prime specie di Phalaenopsis in Europa.
Dopo la scoperta della Phalaenopsis amabilis, seguono altre nuove specie: P. schilleriana, sumatrana, cornu-cervi, stuartiana, sanderiana e mariae, che ricevono significativi premi nelle esposizioni Europee.

Phalaenopsis aphrodite (Rchb.f 1862)
Nel 1853 giunge in Europa Phalaenopsis aphrodite e con lei anche il primo ibrido naturale: Phalaenopsis Intermedia (aphrodite x equestris), – P. aphrodite genitore materno e P. equestris genitore paterno.
P. aphrodite è stata spesso coltivata erroneamente come P. amabilis causa l’errore di prima identificazione commesso da parte di Lindley.
Phalaenopsis aphrodite era endemica in una zona geografica molto più limitata della P. amabilis, forse per questo motivo è presto scomparsa in natura.
Questa specie è stata scoperta e descritta per la prima volta da Georg Joseph Kamel (1661-1706), frate dell’ordine dei gesuiti.
Kamel, durante la sua permanenza nelle isole dell’Asia Sud-Orientale, si dedicò anche ad un intenso studio della botanica e fra l’altro produsse un buon lavoro scientifico sulla scoperta della Phalaenopsis aphrodite. Il lavoro di Kamel fu però trascurato da Linnè e nella sua prima lista di “Specie Plantarum”, fra le orchidacee non compare questa nuova specie.
La stessa specie è ritrovata nelle Filippine da Hugh Cuming nel 1836 e inviata nel 1837 al collezionista inglese Rollinsonn nelle cui serre fiorisce in autunno dello stesso anno.
Lindley, studiando questa pianta la scambia erroneamente per la Phalaenopsis amabilis di Blume, e quindi la specie filippina, per molto tempo è comunemente coltivata sotto il nome di quest’ultima, dando vita alla prima fonte di confusione su questo gruppo di orchidee.
Dieci anni dopo, quando iniziarono a giungere in Europa le vere P. amabilis, Lindley commise un secondo e fatale errore: questa volta è convinto di studiare una nuova specie e la descrive con il nome di Phalaenopsis grandiflora.
Questo doppio errore di Lindley è stato e continua ad essere la fonte di impianti tassonomici sbagliati nelle ibridazioni.
Phalaenopsis aphrodite è più bella di Phalaenopsis amabilis, i fiori sono più pieni, anche se leggermente inferiori. Non c’è dubbio che in alcuni degli ibridi in questo genere, la specie effettivamente usata non è sempre stata identificata correttamente, con conseguenti conclusioni erronee sulla riproduzione.
Reichenbach nel 1862 rettifica gli errori (Phalaenopsis aphrodite, Rchb.f., 1862), ma gli inglesi che gestiscono il registro dei nomi non accettano di buon grado le tesi di un tedesco, atteggiamento che ancor oggi procura stati di incertezza agli ibridatori.
Tutti i botanici, inglesi compresi, nel 1960 prendono atto del lavoro di Reichenbach, ciò nonostante le autorità che registrano gli ibridi, continuano ad ignorare il nome Phalaenopsis aphrodite e scrivono altresì P. amabilis.
Oggi sembra superato questo problema, nel 2003 la RHS prende atto che Phalaenopsis aphrodite è specie.

Selezione di cultivar specie e primi ibridi.
I primi decenni del 20° secolo sono caratterizzati dalla coltivazione e dalla selezione delle varie specie giunte in Europa, che come si è già scritto sono: P. aphrodite, amabilis, violacea (Borneo e murtoniana), schilleriana, stuartiana, sanderiana, amboinensis ed equestris.
E’ con queste specie che iniziano le sperimentazioni evolutive, sia alla ricerca di cultivar selezionati, che di ibridazioni volte a soddisfare le esigenze ed i desideri del mercato.
I coltivatori e gli ibridatori, inglesi, francesi e soprattutto americani (negli anni 60 – 70, Irene Dobkin, John Ewing e Charles Beard con i loro ibridi di Phalaenopsis, tutt’ora pietre migliari nel mondo dell’ibridazione), hanno impresso un deciso salto qualitativo, sia alla qualità delle fioriture che alla consistenza delle piante.

Selezione per gruppi di colore e forma
Phalaenopsis con fiori bianchi: la gamma dei colori bianchi, vede protagoniste indiscusse le P. aphrodite e P. amabilis, a partire dalle vecchie forme di P. aphrodite (‘East Bay’, e ‘East Bay Sunshine’) con petali poco regolari per giungere al recente cultivar di P. amabilis ‘Pamela’s Perfection’ AM/AOS, ben strutturata con i petali rotondi, simmetrici e proporzionati.

Phalaenopsis con fiori lavanda: schilleriana e sanderiana.
Fra le migliori Phalaenopsis schilleriana, troviamo i cloni ‘Brazos’ AM/AOS, e ‘Riverbend’s Plum Jam’ AM/AOS, il miglior cultivar in assoluto fra le Phalaenopsis sanderiana è sicuramente il clone ‘Varina’, FCC/CCM/AOS.
Le ibridazioni di queste due specie con le selezioni dei grandi fiori bianchi, hanno prodotto i progenitori delle Phalaenopsis color rosa-lavanda di buona forma ed ottima sostanza che possiamo apprezzare attualmente, uno per tutti è sicuramente Phalaenopsis Abendrot ‘Tammany Rose’ HCC/AOS.

Phalaenopsis con fiori gialli: amboinensis.
L’ utilizzo delle forme “gialle” inizia negli anni 50 e la dominanza del “carotene” crea dei discendenti con colori dei fiori più carichi e variabili.
Un buon clone giallo è Phalaenopsis amboinnensis ‘Spring Creek’, AM/AOS e due ibridi ben riusciti sono: Phal. Universal Princess ‘Evergreen Hill’, AM/AOS, e Templed Hills ‘Helge’s No. 6’, AM/AOS.
Per cogliere il senso, va detto che gli incroci con genitore P. amboinensis mirano soprattutto alla creazione di fiori colore giallo intenso.

Phalaenopsis inusuali: violacea del borneo (ora bellina) e violacea var. sumatrana.
L’utilizzo della P. violacea nelle ibridazioni non è inteso a produrre discendenti con moltissimi fiori, ma punta soprattutto all’ottenimento di fiori consistenti e con colorazioni particolari.
Ibridazioni recenti hanno prodotto fiori con buona forma e colorazioni fantastiche, ad esempio: Phal. Princess Kaiulani ‘Michael’ HCC/AOS, (amboinensis gialla x violacea alba), e Phal. George Vasquez ‘Eureka’, FCC/AOS, (violacea x luedde-violacea)

Phalaenopsis con punteggiature: stuartiana.
Shaeffers e qualche altro ibridatore francese, dopo parecchi tentativi (inizialmente, la tipica punteggiatura della P. stuartiana si è dimostrata essere una caratteristica genetica molto regressiva e quindi di difficile mantenimento nei suoi discendenti) hanno ottenuto degli incroci con piacevoli punteggiature su sepali e labello.
Se vi capita di acquistare la P. stuartiana cercate questo clone: Phal. stuartiana ‘Dorothy Martin’, AM/AOS.

Phalaenopsis multiflora: equestris.
Fra le varie qualità da ottenere con le ibridazioni di Phalaenopsis, una molto importante e ricercata è il numero dei fiori prodotti dagli steli.
P. equestris è la specie che insieme alla P. amabilis ed alla P. stuartiana, hanno contribuito alla creazioni dei moderni ibridi multiflora.
Due cloni di Phalaenopsis equestris, che hanno rivoluzionato le ibridazioni sono (P. equestris ‘Riverbend’, AM/AOS e P. equestris v. rosea ‘Dorothy Martin’ AM/AOS), il primo sicuramente tetraploide ed il secondo, seppur probabile, non ancora dimostrato.
A questo punto torna utile ricordare che il genere Phalaenopsis si divide in due gruppi principali, uno caratterizzato dal labello diviso in due filamenti finali e l’altro con il labello semplice, compatto e spesso con fiori più piccoli.
La maggior parte degli ibridi moderni multiflora a fiore grande derivano dalle specie del primo gruppo, soprattutto dalla P. amabilis bianca con 5-6 fiori che si aprono in veloce successione, dalla P. stuartiana che produce rami portanti anche un centinaio di fiori, e la P. schilleriana dai toni rosati.
Molto spesso, nella linea genetica delle P. multiflora sono presenti alcune specie del secondo gruppo, come la P. pulchra, la P. violacea, la P. lueddemannianaa o la P. mannii per dare ai fiori una maggiore consistenza o tonalità di colore dal verde al giallo al porpora.

Dagli ibridi multiflora famosi all’invasione di ibridi e meristemi Taiwanesi


Phal. Cassandra x Doritis pulcherrima ‘Faint Blue’
Fino agli anni 60-70, il monopolio delle ibridazioni era circoscritto agli USA con queste aziende protagoniste: Irene Dobkin, John Ewing e Charles Beard.
Gli incroci prodotti da queste ditte sono famosi, ad esempio John Ewing usò spesso la Palaenopsis Cassandra (vecchio ibrido primario – equestris x stuartiana registrato da Veitch nel 1896) nelle sue ibridazioni, ma per vari motivi si sono trovate in difficoltà nel soddisfare le esigenze del mercato asiatico e questo limite segnò la loro involuzione commerciale.

Il mercato giapponese privilegia fiori grandi e bianchi ma a Taiwan e più in generale nella cultura cinese, i colori hanno forti significati (bianco = dolore, giallo = oro e quindi ricchezza e rosso = fortuna), ed è a questo punto che i coltivatori di Taiwan decidono di produrre e commercializzare le Phalaenopsis e dopo aver acquistato quanto possibile dagli USA, iniziano a creare nuovi ibridi di Phalaenopsis e generare quantità enormi di meristemi.

Questo evento segna anche l’iniziò di una nuova confusione tassonomica dovuta all’immissione nel mercato di vecchi ibridi, ma meristemati con nuovi nomi.

Il resto è storia dei nostri giorni e dell’invasione di milioni di Phalaenopsis…rigorosamente anonime.

Le notizie e le descrizioni di ogni post del blog sono supportate da ricerche sulla letteratura esistente e sul web, ma si riferiscono esclusivamente a esperienze di coltivazione su orchidee presenti nella mia collezione.
Eventuali errori o incompletezze possono essere rimediati dalla vostra collaborazione.

Pleurothallis ochreata

Pleurothallis ocreata – collezione rio Parnasso – fioritura08.12.2016

Pleurothallis ochreata una specie litofita proveniente dal Brasile. Le infiorescenze hanno un portamento recurvo e i suoi fiori color ocra rossa, seppur umili, mostrano grazia e delicatezza.
Quando questa specie è arrivata nella mia serra, era una piccola piantina con le foglie semicilindriche e tozze. Non avevo molte notizie del suo habitat, non sapevo che in natura è prevalentemente litofita e quindi l’ho sistemata su di una zattera di legno duro e poroso.
Notai subito che le nuove vegetazioni (vedi foto pianta) formavano foglie molto più lunghe di quelle vecchie: il fenomeno mi incuriosì al punto di cercare qualche notizia nel merito.
In sito esiste anche la sottospecie Pleurothallis ochreata sottosp. cylindrifolia.

Pleurothallis ochreata Lindl. 1835
Sinonimi:
Acianthera ochreata (Lindl.) Pridgeon & M.W.Chase 2001; Humboldtia ochreata (Lindl.) Kuntze 1891

Qualche notizia
Pleurothallis ochreata è una specie ampiamente distribuita nel nord-est del Brasile, soprattutto a Bahia, ma si trova anche in Pernambuco e Paraíba.
A Grão Mogol, nel nord del Minas Gerais, sud-est del Brasile è presente un’unica popolazione. Il ‘campos rupestres’ di Grão Mogol appartiene alla stessa catena montuosa dove è endemica la specie (catena Espinhaço), ma si formano due colonie geograficamente isolate.
A seguito di analisi morfologiche e genetiche, sono state riscontrate differenze significative tra le popolazioni conspecifici. Queste popolazioni, come si è scritto sopra, crescono su formazioni rocciose ‘campo rupestre’.
A causa della discontinuità delle catene montuose e degli affioramenti, dove vive questa specie, si formano colonie disgiunte, peculiarità considerata come il fattore responsabile della grande diversità degli endemismi di queste aree, tra i più alti in tutti i tipi di vegetazione brasiliana (Joly, 1970; Giulietti e Pirani, 1988).

Recenti studi sulle differenziazioni della stessa specie in rapporto ai luoghi di endemicità, popolazione di Grão Mogol rispetto alle restanti popolazioni, non hanno trovato una chiara differenziazione genetica in questa popolazione rispetto alle altre popolazioni: stesso insetto impollinatore e interfertilità fra le stesse.
Si è però notata la presenza di plasticità fenotipica nelle foglie delle specie endemiche a Bahia e Pernambuco: soggetti in crescita in aree aperte di solito hanno le foglie carnose e più brevi, ma quando sono coltivate in serra, crescono di più e si appiattiscono, diventando simili a quelle dei soggetti in ombra, che vivono come specie epifite simili cioè alle foglie olotipo della specie.
Questa caratteristica ha portato Pabst (1956) a dare uno status specifico per le popolazioni rupicole come P. bahiensis Pabst, ma questo è stato successivamente sinonimizzato dallo stesso autore (Pabst e Dungs, 1975). Per converso, la stessa plasticità, anche dopo anni di coltivazione in serra non è stata rilevata nelle foglie di individui della popolazione Grão Mogol.
Queste osservazioni sono riportate nel lavoro di: EDUARDO L. BORBA, GEORGE J. SHEPHERD, CÁSSIO VAN DEN BERG e JOÃO SEMIR
“Floral and Vegetative Morphometrics of Five Pleurothallis (Orchidaceae) Species: Correlation with Taxonomy, Phylogeny, Genetic Variability and Pollination Systems”
In questo loro studio, viste le differenze sia nelle foglie che chimiche (Borba et al., 2001 b) è stato proposto lo stato di sottospecie per la popolazione Grão Mogol di P. ochreata:
Pleurothallis ochreata sottosp. cylindrifolia Borba and Semir subsp. nov. TYPE: BRAZIL. Minas Gerais: Grão Mogol, Serra do Barão, 16°33?S, 42°54?W, xii.1997, E. L. Borba 505 (holotype here designated: UEC!; isotype: BHCB!, HUEFS!, SP!, SPF!). Fig. 2D.

A subspecie typica characteribus floralibus maxime affinis sed ab ea foliis angustioribus teretis sulcatisque differt.

Leaves erect, cylindrical, sulcate, fleshy, approx. 65 (45–78) mm length, approx. 7 (6–9) mm lateral diameter, approx. 6 (5–7) mm dorsiventral diameter, approx. 4 (3–5) mm thickness, approx. 5 (4–7) mm distance between margins.

Conclusioni
L’assenza di differenze in caratteri floreali, attrazione degli stessi impollinatori (Borba e Semir, 2001), interfertilità (Borba et al., 2001 a) e similarità genetica delle popolazioni endemiche in Mogol Grão (Borba et al., 2001 c) ha indotto il gruppo di studio a propendere per la tesi di dar vita ad una “sottospecie” piuttosto che creare un nuovo “status” specifico per questa popolazione. Questa conclusione è rafforzata dalla distribuzione geografica, perché P. ochreata subsp. cylindrifolia si limita all’estremo sud della gamma della specie.

Inoltre, nonostante la differenza del tempo di fioritura in sito, tra la popolazione Grão Mogol rispetto ad altre popolazioni conspecifici, in serra fioriscono in contemporanea (Borba e Semir, 2001). Questa differenza può essere motivata dalle differenze nella stagione delle piogge in queste località (Borba e Semir, 2001).

Incontri con le orchidee: vogliamo fare festa in rio Parnasso, possiamo? Sì certo!

INCONTRI

img_20140928_104013182Una telefonata informale: “Ciao Guido, che programmi hai Domenica 18 Dicembre?”“nessuno” – rispondo – “Possiamo venire a far festa da te, per parlare e vedere un po’ di orchidee e per gli auguri di Natale a te e Rosetta?
Ed è così che nasce il raduno invernale nella collezione “rio Parnasso”.
Al telefono c’era un emissario degli “Angeli di Schio” e la cosa mi ha fatto molto felice.
Poi arrivarono altre telefonate di amiche ed amici orchidofili: “Desidererei visitare la serra, quando sei libero?”più o meno è stato questo il tono delle telefonate che seguirono, ed allora ho capito che quel magico mondo delle orchidee, al quale hai dato la tua passione, continua ancora a riscaldarti il cuore.

VIDEO

E’ una bella scommessa incontrarci d’inverno, le serre stipate ed infreddolite di un collezionista amatoriale, non è che promettano chissà che cosa in termini di amenità, giova ricordare che non siamo nelle serre di un garden, ma insieme sapremo rendere piacevole questa “pazza idea”.
L’invito a presenziare è rivolto a chiunque ami le orchidee, senza se e senza ma, per ovvie limitazioni di spazi, se desideri partecipare telefona per conferma al N° 3495444568.

Programma
Domenica 18 Dicembre 2016.
Ore 10: saluti di benvenuto e presentazioni davanti ad un buon caffè.
Poi…
– in giro per le serre a scaldar le orchidee e a frugare nell’angolo dei desideri.
– quattro ciacole sulle nostre orchidee, spontanee e coltivate
– sul futuro della coltivazione e del collezionismo delle orchidee in Italia.
Ore 13: sediamoci attorno ai tavoli di Rosetta a far festa insieme a “Lucullo”
Non solo orchidee al rio Parnasso, ma anche polenta e formaggi, funghi, sopressa, e tante altre leccornie…

Restrepia brachypus

Nella foto: Restrepia brachypus, fioritura 03.12.2016 nella collezione rio Parnasso.

E’ veramente difficile, districarsi nella sistemazione tassonomica delle specie che compongono il genere Restrepia.
Memore di questa reiterata incertezza sui nomi ed i sinonimi assegnati alle varie specie, ad ogni fioritura di qualche Restrepia della mia collezione, inseguo le varie classificazioni e cerco di interpretare le motivazioni dei botanici che le hanno descritte.
Forse è il mio limite di coltivatore amatoriale, con scarsa conoscenza delle dinamiche della scienza botanica e della tassonomia, ma faccio veramente fatica a riordinarmi le idee.

restrepia_brachypus_as_restrepia_striata_-_curtis_118_ser-001 Prendiamo ad esempio l’orchidea rappresentata nella foto a sinistra. Luer nel suo riordino del 1996, l’ha nominata Restrepia antennifera sottosp. striata.
A tal riguardo nella World Checklist del Kewsi legge:
Genere:
Restrepia Kunth in F.W.H.von Humboldt, A.J.A.Bonpland & C.S.Kunth, Nov. Gen. Sp. 1: 366 (1816)

Specie tipo: su Facebook si legge Restrepia antennifera Kunth in F.W.H.von Humboldt, A.J.A.Bonpland & C.S.Kunth, Nov. Gen. Sp. 1: 367 (1816).
Referenze: Kunth, K.S. (1816) Nova Genera et Species Plantarum (folio ed.) 1: 293.

Ma allora? Siamo alle solite incertezze tassonomiche: i botanici che descrissero le prime specie scoperte rimasero evidentemente impressionati dalla morfologia dei petali, all’evidenza simili ad antenne e questo fatto condizionò per molto tempo le successive descrizioni: ancor oggi capita di leggere l’epiteto ‘Antennifera’ ad indicare più specie di Restrepia, distinte fra loro da diversi nomi di sottospecie.
Non sfugge a questa volatilità tassonomica nemmeno la nostra bella specie in analisi.

005Restrepia brachypus Rchb.f.
Etimologia del nome di specie: dal greco brachypus, “vicino ai piedi”, riferendosi ai suoi corti ramicauli.
Sinonimi:
Restrepia striata Rolfe
Pleurothallis hawkesii Flickinger
Restrepia antennifera ssp. striata (Rolfe) Mohr
Specie epifita di piccole dimensioni endemica in Venezuela, Perù, Ecuador, Bolivia e Colombia nelle foreste montane umide, predilige clime freddo, vive ad altitudini di 1.200-3.200 metri, con ramicauli eretti avvolti comletamente da da diverse guaine che trasportano un unica foglia apicale, sostanzialmente ellittica all’apice della quale nei mesi invernali si forma un’unica infiorescenza su un terminale, eretto e filiforme.

Maxillaria equitans o Heterotaxis equitans ?

Il genere
Maxillaria Ruiz & Pav. (1794)

Orchidee misteriose, strane, poco cercate rispetto a quelle di altri generi, eppure sono molto attraenti per i colori dei fiori e per gli aromi intensi di molte specie, caratteristiche che evocano nomi popolari quali: orchidea tigre, fiamma ecc.
Il nome scientifico del genere deriva dal latino “maxilla” con riferimento alla forma mascellare del labello di qualche specie.
Specie tipo Maxillaria ramosa Ruiz & Pavon 1794.

053E’ un genere molto numeroso (circa 600 specie) caratterizzato da forme morfologiche diverse, tanto che vari botanici stanno da tempo lavorando ad una sua revisione.
Le specie di questo genere sono principalmente epifite (piante grandi), alcune sono terrestri ed anche litofite (Maxillaria rupestris),oppure, ad esempio la Maxillaria picta, può essere trovata sia sugli alberi che sulle rocce.
Sono endemiche nelle foreste piovose (America tropicale e subtropicale), al livello del mare ed anche ad altezze ragguardevoli (3500 metri), questa peculiarità fa capire che le varie specie di questo genere richiedono condizioni di coltivazione assai diverse.
A grandi linee possiamo immaginare il genere Maxillaria diviso in due gruppi (gruppo a fiore piccolo e gruppo a fiore grande).
Molte specie già comprese nel genere Maxillaria sono state sistemate in altri generi: Lycaste e Xylobium.
Il genere Maxillaria, ha disorientato tassonomisti fin dalla sua origine. E’stato fondato da Ruiz e Pavón (1794) con una breve descrizione del genere, correllata da un disegno di un fiore e da capsule seminali, da Félix Prieto. Nel primo volume della loro successiva ‘Systema Vegetabilium Florae Peruvianae et chilensis’, Ruiz e Pavón nel 1798 elencarono 16 specie (13 di queste sono ora relegate ad altri generi e sottotribù, Garay, 1997. Maxillaria platypetala Ruiz & Pav. è attualmente considerato come il lectotipo valido (Brieger e Hunt 1969; Garay 1997; McIllmurray e Oakeley 2001. Il gran numero di specie descritte negli ultimi due secoli, e le diverse abitudini vegetative tra le specie hanno portato a una grande confusione, purtroppo, ancora non del tutto chiarita.

Maxillaria equitans (Schltr.) Garay, Bot. Mus. Leafl. 18: 208 (1958).
img_0243 Specie di medio/piccole dimensioni da clima caldo, epifita, a crescita cespitosa. E’ endemica in Colombia, Perù, Venezuela, Brasile e Bolivia, e vive nelle foreste montane umide ad una altitudine da 200 a 1500 metri.
Etimologia: dal latino ‘equitant’. Equitant è un termine botanico riferito a piante con foglie sovrapposte alla base, una dopo l’altra.
Specie originariamente descritta da Schlechter nel 1920 , con il nome di Camaridium equitans, nel 1958 è stata trasferita da Garay al genere Maxillaria come Maxillaria equitant, nome ancora ampiamente usato da molti collezionisti di orchidee, tuttavia, la tassonomia moderna consiglia la sua classificazione nel genere Heterotaxis.

Heterotaxis, etimologia: disposizione morfologica asimmetrica delle parti.

max_equitans_piantaMaxillaria equitans, che illustriamo in questo post non sfugge al clima di incertezza generale che si può cogliere anche in questo articolo pubblicato in American Journal of Botany nel mese di Novembre del 2007, da cui evidenzio:

…”The distinctly fleshy flowers usually possess fiber bundles in the sepals and petals, a character shared with the M. nasuta clade (A) but absent in Ornithidium (clade C). Heterotaxis is characterized by short rhizomes and laterally compressed, oblong, minutely wrinkled, unifoliate pseudobulbs subtended by various leaf-bearing sheaths. Exceptions are Maxillaria equitans Schltr. and M. valenzuelana (A. Rich.) Nash that exhibit pseuomonopodial growth without pseudobulbs. Based on these characters, Hoehne (1947)? created the genus Marsupiaria for these two species. Brieger and Illg (1972)? included M. nasuta and M. proboscidea (as synonyms of each other) in the Heterotaxis group, but these two species form their own separate clade along with M. cymbidioides (see clade A). Brieger and Illg excluded M. equitans and M. valenzuelana from this group. The generic concept Pentulops Raf. (based on M. discolor) is also embedded within the Heterotaxis clade. Barros (2002)? reinstated Heterotaxis, a decision supported and amplified by Ojeda et al. (2005)?, but the World Checklist of Orchidaceae (Govaerts et al., 2005?) still includes Heterotaxis as a synonym of Maxillaria.