La fotografia color seppia

Prologo Care amiche e amici del blog, scrivere un libro che parli di orchidee è una battaglia persa. E’ già stato scritto di tutto e di più. Da bambino rimasi affascinato da un libricino che lessi e rilessi un’infinità di volte, era un piccolo romanzo propedeutico, proverò a meterla così: le orchidee dal romanzo alla storia piuttosto che ai miti, il tutto trasportato in chiave di guida pratica.

Prefazione Eravamo sul finire degli anni 40 del secolo scorso, io avevo compiuto sette anni e da qualche rempo avevo imparato a leggere. La mia famiglia era povera, il destino non è stato magnanime con i suoi componenti, a partire da me. I miei nonni materni misero al mondo sette figli, due femmine e cinque maschi: Maria, Teresa, Primo, Amadio, Giuseppe, Gino e Angelo. Zio Primo e zio Amadio sono morti di malattia durante il sevizio militare, zio Giuseppe lavorava in Germania nelle miniere e gli fu diagnosticata la sclerosi multipla: lo spedirono a casa in barella, eravamo nel 1947. Io sono nato nel mese di Aprile del 1944, figlio illeggittimo (si diceva allora) , la mamma fu travolta dalle vicende della guerra, non trovò il coraggio di raccontare la sua storia a quello che sarebbe dovuto diventare mio padre. La guerra finì ed io rimasi ad attendere il mio destino nella casa materna.

Si viveva in una casa colonica con 5 campi di fondo agricolo da lavorare a mezzadria: alla fine non rimaneva nemmeno il grano per pagare le macine al mulino o il pane che il fornaio ci dava in attesa del conguaglio che normalmente avveniva a fine trebbiatura. In questo scenario mi trovai a vivere i primi anni della mia vita. La scuola andava bene, ero un bambino bravo (dicevano i maestri), da seguire e da aiutare. Ricordo che cercavo sempre qualche libro da leggere, ma oltre alla scarna letteratura scolastica non riuscivo a trovare nulla.

Quel viaggio in città. Ma i sogni, quando meno te lo aspetti, diventano realtà. Di lì a pochi giorni zio Angelo sarebbe dovuto andare dal padrone di casa per fare i conti dell’annata agricola, troppo ghotta per me l’occasione di farmi poratre in città, devo aver insistito talmente tanto che mi portò con se. Avevo 7 anni era autunno inoltrato e lo zio mi caricò sulla bicicletta con la quale ci saremmo recati dai signori Rioni che abitavano nella loro casa padronale in città. Per tutto il viaggio rimasi seduto sull’asse orizzontale della bicicletta da uomo, detto “scheletro” e lo zio durante i 9 chilometri del tragitto, quasi a rendermi meno pesante il viaggio mi sussurrava continuamente – quando saremo dal signor Rioni, chiederò un libro per te, sei contento? Sì! Esclamavo sempre! Ero emozionato.
Tornammo a casa con il libro e la felicità non ci stava tutta dentro di me. Iniziai la lettura… non importava il titolo, il tema, l’autore… era sufficiente leggere. Il titolo del libro era “MINUZZOLO”, in pratica, il racconto delle vicende di una famiglia borghese italiana ambientata negli anni 30-40, sviluppato in chiave propedeutica; ad ogni particolare vicenda c’era la spiegazione scientifica.

Ricordo un capitolo che descriveva le vacanze al mare di Minuzzolo; durante il loro viaggio in auto – pensate, in auto – per recarsi al mare a Follonica – si è guastato lo spinterogeno ed il papà di Minuzzolo giù a spiegargli come funzionava lo spinterogeno.

Minuzzolo l’ho riletto un’infinità di volte… solamente con l’età adulta ho capito che quel libro scritto da Carlo Collodi nel 1877 aveva subito una manipolazione ed un adattamento per renderlo una lode al fascismo e che probabilmente, visto il periodo storico, chi me lo regalò fu felice di disfarsi di libri, eufemismo “compromessi con la ditattura fascista”. Niente paura, quel libro non ha procurato alcun danno alla mia forma mentis.
Sono passati tanti anni da quell’episodio, altre passioni si sono mescolate con la lettura; l’arte figurativa e la coltivazione delle orchidee mi stanno accompagnado nel trascorrere del tempo. In questo libro le racconterò in ambiente romanzato, per certi versi anche utile per far entrare i lettori nel magico, a volte cinico mondo delle orchidee.

Primo capitolo

Burlington, Gennaio 1973
Fuori fa un freddo cane, gli inverni nel Vermont sono tremendi. Dik Jenkins, Ufficiale dei Marines è da poco rientrato in patria dal Vietnam e sta godendosi una licenza premio.
E’ il 7 Gennaio del 1973, la guerra in Vietnam sta finendo malamente, insieme ai tanti sogni di potenza, americani.
Dik sa che dovrà tornare ancora a combattere i Vietcong e sa anche che ogni ripartenza per il Vietnam gli garantisce solo il biglietto di andata. Per questo è tremendamente triste.
La mattinata che precede il suo ritorno in guerra, Dik lo trascorre da solo, guarda i grossi fiocchi di neve che cadono silenziosi e sogna una bella ed impossibile sciata fra i boschi del Taconic Range. Sono vallate dolci che degradano verso nord ovest nelle pianure orientali del Lago Champlain. Non può farlo.

Church Street Burlington Vermont

All’indomani, di buon ora, deve trovarsi già all’aeroporto di Burlington per tornare alla guerra. Quel che resta della giornata, la dedica a sfogliare vecchie foto di famiglia in compagnia di Jennifer, la sua giovane moglie. Rovistando fra le carte ingiallite dello studio, Dik Jenkins è attratto da una fotografia color seppia che fa da copertina a fogli di carta grezza, irrimediabilmente aggrediti da vistose macchie di muffa.

E’ cosi che inizia l’avventura di Dik, a metà fra romanzo e realtà.
Quegli appunti tenuti insieme da una piccola cordicella di canapa, attirano sin da subito l’attenzione di Dik; raccontano di strane orchidee quasi azzurre, e dei loro magici poteri.
Jenni! – esclama Dik – mostrando la fotografia a sua moglie – sembra proprio l’orchidea dai fiori leggermente azzurri, abbarbicata sulla parte alta, ad ovest della nostra serra.
– Sì… sì è proprio quella – risponde Jenni – chissà quali segreti nasconde.

Dik chiude gli occhi per un momento, e la sua mente lo riporta agli anni della sua infanzia quando il nonno Adam – parlando con dolcezza e passione – lo trasportava in luoghi misteriosi e lontani.Quando Dik era bambino, nessuno credeva al nonno Adam, era già vecchio, ormai abbondantemente sopra i 90 e quelle storie di donne bellissime dai magici poteri donati loro da una rara orchidea… non incantavano più nessuno in famiglia… solo il bambino Dik lo stava ad ascoltare. Fu quella vecchia foto color seppia che spinse Jenkins, Dik Jenkins, a leggere con avidità gli appunti del nonno Adam, suo progenitore inglese, che descrivevano con dovizia di particolari, le sue avventure e le sue ricerche scientifiche in Assam.

Le Indie Orientali
Eravamo nella seconda metà del diciannovesimo secolo – 1884 – quando un giovane Ufficiale della British Army ” Adam Jenkins” di stanza in Assam per conto della Compagnia Inglese delle Indie Orientali, si trovò a vivere una avventura misteriosa, talmente unica che gli sconvolse tutto il resto della sua vita. Dik taglia lo spago che tiene legati i fogli, alza il sigillo di ceralacca ed inizia la lettura:

“22 di Novembre del 1884, alle ore 7 del mattino sono convocato in ufficio dal commandante – Colonello Jeremy Lobb – per comunicazioni altamente riservate.
Il commandante mi consegna un dispaccio e mi invita a leggerlo.
In questo dispaccio sono contenuti tutti i dettagli di una missione nelle regioni Cherapunji e Shilong. In queste regioni, e precisamente fra le foreste delle colline Khasia Jaintia, vive una tribù matriarcale proveniente da Assam, chiamata Khasia.
Devo recarmi in quelle zone per scoprire una magica orchidea, più volte citata da Thomas Lobb, zio del commandante e ancora introvabile.
Il Colonello Jeremi Lobb mi informa che questa orchidea è stata più volte citata da suo zio Thomas Lobb, ma esiste una rara varietà ancora sconosciuta.
Questa varietà vive aggrappata agli alberi in una zona nota solamente dalle donne Khasi – precisa il Colonello – che si tramandano il segreto con impenetrabile riservatezza. L’orchidea perderebbe il suo potere se fosse disponibile anche per gli uomini e per le donne infedeli.
Pare che con i petali dei fiori fecondati di questa ochidea, le giovani vergini raggiungano il “nirvana” e scelgano in sogno, l’uomo da sposare. Pare anche che sia possibile scegliere, tempo storico, luogo e sogno desiderato.

Dik, visibilmente frastornato, guarda ancora la fotografia, la gira e sul retro legge:

Orchidea dai fiori blu probabilmente appartenente al genere Dendrobium – vive su alberi di Gordonia (Theaceae) nelle foreste di querce e pini delle colline Khasia dell’India orientale.
Thomas Lobb, zio del mio commandante ha portato la specie in Inghilterra e nel 1850 è stata esposta per la prima volta la pianta fiorita, fra lentusiasmo degli appassionati di orchidee.
Questa varietà dai poteri magici è stata raccolta da me nel 1886. Solo alcune specie di api indiane, come l’ape nana (Apis florea), riescono a fecondare i fiori di questa varietà. Purtroppo nella mia serra non vivono più; chi le riporterà sarà sicuramente fortunato; potrà sognare a piacere e provare tutte le mie emozioni vissute in terra Khasia”

– Jenni, sussurra Dik – vorrei poter sognare che la guerra è finita! Sì amore, sarebbe bello – risponde Jenni, accarezzandole i capelli – se Dio vorrà, ritroveremo queste api, le accompagnaremo nella nostra serra e chiederemo loro di farci sognare.

Capitolo 2: l’orchidea dai fiori blu

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Masdevallia

Storia, storie di tragici destini, immaginate che siano le orchidee a raccontarveli.

Basta che guardiate le foto e indovinerete subito il nome del grande genere di orchidee al quale apparteniamo, siamo in tante sapete! Ma non vi vogliamo tediare con tutti i nostri nomi di specie; vi racconteremo le avventure e le tragedie che ci hanno accompagnato in Europa ed ora anche nelle vostre collezioni.

Il nostro genere (Masdevallia) è stato costituito nel 1794 dai botanici spagnoli Hipolito Ruiz Lopez (1754-1816) Josè Antonio Pavon (1754-1840). Il nome è stato dato in onore di José Masdevall, medico e botanico alla corte di re Carlo III di Spagna. Eravamo sul finire del 1700 quando Carlo III re di Spagna promosse una serie di spedizioni scientifiche nei suoi possedimenti d’oltre mare per conoscere e pianificare lo sfruttamento delle risorse delle colonie.

Anche il botanico francese Bernard De Jussieu è interessato allo studio della flora andina e per farlo, intende inviare il suo aiutante Joseph Dombey (1742-1794) in Perù (dove si trova l’albero da cui estrarre il chinino), ma quei luoghi non sono colonie francesi e quindi si stipula un accordo di compromesso, nel quale Dombey è solo “accompagnatore”, con l’impegno di lasciare alla corona spagnola una copia di tutte le sue piante raccolte, ed anche gli appunti e disegni relativi.

Tragico destino Nel 1784 Dombey inviò il suo materiale in Francia su “El Peruviano”. Ruiz e Pavon invece, organizzarono la loro raccolta in 53 casse e la caricarono sul “San Pedro de Alcantara” ma la nave naufragò ed il prezioso carico andò irrimediabilmente perduto.Ma la storia non finì così, durante la navigazione, El Peruviano fu intercettato e catturato da un vascello da guerra inglese nei pressi delle coste portoghesi.

Sbarcati a Lisbona, gli inglesi venderono all’asta il carico rastrellato su “El Peruviano”, che venne prontamente acquistato da un emissario spagnolo per conto del Re. Però gli inglesi trattennero furbescamente le copie di tutta la documentazione scientifica raccolta da Dombley, e restituiscono solo gli esemplari unici del materiale di Dombey. Dombey non si curò del suo materiale che prese la strada dell’Inghilterra dove verrà in parte descritto e pubblicato a Londra, nonostante gli accordi che proibivano espressamente di divulgare i risultati della spedizione prima che fossero pubblicati in Spagna.

Doveva uscire una grande opera a cura di Ruitz e Pavon “Flora Peruviana et Chilensis” prevista in sette volumi e cinque supplementi, ma nel 1816, con la morte di Ruiz la pubblicazione si interruppe dopo il terzo volume. Il quarto volume era quasi terminato ma Pavon, rimasto da solo pensò bene di sospendere le pubblicazioni e di vendere, non solo tutto il materiale in sua custodia presso “Oficina Botanica” di Madrid, ma anche le raccolte di un’altra spedizione messicana che il governo spagnolo gli aveva affidato, attribuendosele come sue. Tutto quel materiale è oggi disperso in vari erbari, a Ginevra, al Brtish Museum, all’erbario di Firenze, e in altri erbari europei.

Il Genere Masdevallia Il nostro è un grande genere appartenente alla sottotribù delle Pleurothallidinae. Siamo oltre 500 specie; più di metà descritte negli ultimi anni da Carlyle A. Luer e raggruppate in diversi sottogeneri. Siamo native dal Messico al Brasile meridionale, ma soprattutto nelle regioni più alte (2500-4000) delle Ande dell’Ecuador, della Colombia, del Perù e della Bolivia. Viviamo come epifite, a volte terrestri o litofite su anfratti rocciosi umidi. Ci sviluppiamo su brevi rizomi striscianti da cui appaiono pseudobulbi minuti. All’apice degli pseudobulbi formiamo foglie verdi, carnose, liscie, ovate o lanceolate.

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Un primo libro sul nostro genere apparve sul finire del dicianovesimo secolo in “The genus Masdevallia”(1896). Da quei tempi ormai lontani ad oggi, il nostro genere ha subito e continua a subire molte revisioni. La più recente, non accettata da tutto il mondo scientifico della botanica è frutto di uno studio sul DNA di Carlyle A. Luer.

Carlyle A. Luer, a seguito di una malattia smise la sua professione di chirurgo a 62 anni e si dedicò alla botanica. Amico dei Selby, si recava spesso al Mary Selby Botanical Garden,(importante fondazione americana per lo studio e la classificzione delle piante), per dialogare con il direttore Calaway Dodson ed è proprio in occasione di una disquisizione su una pianta del genere Pleurothallis, che prende corpo l’idea di avviare uno studio, basato sulle nuove opportunità della scienza, sulle Pleurothallidinae.…”Luer, C. A. 2006. A reconsideration of Masdevallia (Orchidaceae). Monogr. Syst. Bot. Missouri Bot. Gard. 105: 1-20.” A seguito di questi studi, il nostro grande genere è stato suddiviso in 19 sub generi dei quali 16 convalidati come nuovi generi: Acinopetala, Alaticaulia, Buccella, Byrcella, Fissia, Luzana, Megema, Petalodon, Pteroon, Regalia, Reichantha, Spectaculum, Spilotantha, Streptoura, Triotosiphon e Zahleria. Bene, il nostro racconto finisce qua, senza pretesa e senza recriminazioni, prendeteci per quel che siamo ammirate la delicatezza ed il fascino discreto dei nostri fiori, il resto è un’altra storia.

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Stand By Me – Stai Con Me

Non importa chi sei. Non importa dove arrivi nella vita, avrai bisogno di qualcuno che stia dalla tua parte. Non importa quanti soldi hai o gli amici che hai, avrai bisogno di qualcuno che stia dalla tua parte

Quando cadrà la notte
e la terra sarà buia
E la Luna è l’unica luce che vedremo
no, non avrò paura
oh, non avrò paura
finché tu sarai con me, sarai con me…

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Jumellea comorensis

Presentazione: Jumellea è un genere di orchidee con circa 60 specie originarie del Madagascar, delle Comore, delle Mascarene e dell’Africa orientale. Origine etimologica del nome di genere Jumellea (60 – 80 specie), in onore del Dr. H. L. Jumelle, un botanico francese. Jumellea comorensis, descritta da (Rchb.f.) Schltr. nel 1915. Etimologia del nome di specie fa riferimento al luogo di sua endemicità (isole Comore). Orchidea epifita a crescita monopodiale, di piccole dimensioni, endemica sull’isola di Grand Comore.

Jumellea comorensiis – collezione rio Parnasso

Jumellea comorensis (Rchb. f.) Schltr. Beihefte zum Botanischen Centralblatt 33 (2): 428 (1915); Perrier de la Bâthie in Humbert H. (ed.), Flore de Madagascar, 49e fam., Orchidées 2: 184 (1941); Stewart et al., Orchidee Angraecoid: 186 (2006). — Basonimo: Aeranthes comorensis Rchb.f. (1885: 540), Flora 68: 540 (1885). Mystacidium comorense (Rchb.f.) T. Durand & Schinz, Conspectus Floræ Africæ 5: 52 (1892); Angraecum comorense (Rchb. f.) Finet, Bulletin de la Société Botanique de France 54: 13 (1907). — Tipo: Grande Comore, litorale, 24.IX.1884, Humblot 1247. Jumellea comorensis è endemica in Mayotte e nelle Comore (Grande Comore e Moheli). Fino a 800 m di altitudine, raramente a quote superiori.

Descrizione: vive su alberi con corteccia ruvida in foreste molto umide con buona circolazione dell’aria e luce moderata. Questa specie ha fusti ramificati e pendenti, un po’ appiattiti portanti foglie, distiche lungo il fusto, lineari-ligulate, di colore verde scuro. Produce fiori profumati, 4 cm di larghezza e 12 cm. di lunghezza, di colore bianco con un lungo peduncolo tipico delle angraecoidi, su un’infiorescenza ascellare, corta, a fiore singolo che si forma più volte l’anno, ma appare più spesso in inverno.

Revisione del genere Jumellea Schltr. per le specie endemiche nell’Arcipelago delle Comore (Grande Comore, Anjouan, Moheli, Mayotte). Su queste isole vivono 6 specie: Jumellea anjouanensis (Finet) H. Perrier, J. arachnantha (Rchb. f.) Schltr., J. arborescens H. Perrier, J. comorensis (Rchb. f.) Schltr.,J. maxillarioides e J. pailleri. F.Rakotoar. queste specie non sono le stesse scoperte da Schlechter; Jumellea arborescens, J. maxillarioides(Ridl.) Schltr. e J. pailleri sono state aggiunte all’elenco mentre Jumellea phalaenophora è stato rimossa perchè è dubbia la sua endemicità nell’arcipelago delle Comore mentre le altre tre sono presenti anche in Madagascar.

Genere Jumellea Schltr. Die Orchideen: 609 (1914); Perrier de la Bâthie in Humbert H. (ed.), Flore de Madagascar, 49e fam., Orchidées 2: 157 (1941); Du Puy et al., e Orchidee del Madagascar, 1a ed. (1999); Stewart et al., Angraecoid orchidee: 186 (2006); Hermans et al., Orchidee di Madagascar 2a ed. (2007); Cribb & Hermans, Guida sul campo alle Orchidee del Madagascar (2009). — Tipo: Jumellea fragrans (Touars) Schltr., Die Orchideen: 609 (1914). Le varie specie sono epifite o litofite, raramente terrestri; gambo assente o allungato; foglie frequentemente distiche, generalmente ovali o oblunghe, conduplicate alla base o lungo tutta la lunghezza della foglia, relativamente bilobate-ottuse all’apice. Facilmente riconoscibili dal loro fiore singolo, le infiorescenze compaiono nella parte superiore del fusto, perforanti o emergenti da vecchie guaine fogliari. Fiore bianco o color crema, tendente al giallo chiaro con l’età o dopo l’impollinazione. Sepalo mediano triangolare spesso diritto o capovolto all’indietro; sepali laterali collegati alla base sotto lo sperone, sporgenti in avanti con petali e labello, dando una forma particolare al fiore. Petali stretti, labello sempre contratto alla base, e collegato allo sperone. In certe specie può mostrare una parte allargata a forma pandurata. Colonna dilatata alla base, antera coperta da cappuccio removibile ed asportato in due nudi pollinie. Pollinia attaccata a due viscidi (parte modificata del rostello) da un picciolo retrattile, libero o appena aderente alla base. Rostello diviso su due grandi lobi, uniti nel mezzo, sporgenti in avanti con ingresso a forma di tunnel che facilita la visita degli impollinatori e funge da supporto alla calotta dell’antera; ovaio inferiore collegato direttamente al pedicello chiamato ovaio pedicellate , spesso più lungo del peduncolo. Lunghezza sperone varia da 6 a 150 mm. Le specie di Jumellea vivono in habitat umido o roccioso. Sono distribuite a varie altitudini che vanno dalla regione costiera alle alte montagne pressenti nelle quattro isole dell’arcipelago delle Comore, fino a 2200 m sul livello del mare nel monte vulcanico di Karthala (2361 m) su Grande Comore.

Note storiche: Il genere Jumellea Schltr. è stato descritto per la prima volta da Schlechter nel 1914, come Jumellea fragrans (Touars) Schltr. (basionimo: Angraecum fragrans (Touars); sinonimi: Aerobion fragrans (Touars) Sprgl., Aeranthus fragrans (Touars) Rchb.f., Epidorkis fragrans (Touars) Kuntze) endemico dell’Archipelago Mascarenes. Nome di genere in onore del botanico francese Henri Jumelle (1866-1935) che studiò per molti anni la flora del Madagascar. Precedentemente all’istituzione del genere Jumellea, le specie erano ragruppate nei generi Aerobion Spreng., Epidorkis Touars, Angraecum Bory e Aeranthes Lindl. per le loro somiglianze morfologiche. Dalla nascita del genere Jumellea, il numero di specie descritte è costantemente aumentato e ora ha raggiunto circa 60. Dal 1915 al 1925, Schlechter includeva 27 specie e una varietà al genere. Perrier de la Bâthie (1941) ha enumerato 44 specie, quattro sottospecie e due varietà del Madagascar e le Comore. Le varie specie sono divise in sette gruppi basati sulla lunghezza dello sperone e altri caratteri morfologici utili ad effettuare più facilmente l’identificazione. Du Puy et al. (1999) elenca 47 specie, quattro sottospecie e due varietà del Madagascar e l’arcipelago delle Comore. Stewart et al. (2006) hanno riconosciuto 60 taxa tra cui due specie africane, 10 specie dalle Mascarene, cinque specie da le Comore, 42 specie e due varietà da Madagascar suddivise in 6 gruppi in base al portamento di crescita (lunghezza di foglia e fusto) Hermann et al. (2007) ha riconosciuto 46 specie, tre sottospecie e una varietà del Madagascar e le Comore. Infine, Cribb & Hermans (2009) includevano 41 specie, tre sottospecie e una varietà del Madagascar. Un riepilogo storico della della classificazione evidenzia che le specie dell’arcipelago delle Comore sono state identificate per la prima volta nel 1915. Inizialmente Reichenbach filius (1885) descrisse Jumellea arachnantha (Rchb.f.) Schltr., J. comorensis (Rchb.f.) Schltr., J. gladiator (Rchb.f.) Schltr., e J. phalaenophora (Rchb.f.) Schltr. sotto Aerante Lindl. Ma in seguito Schlechter (1915) la trasferì al genere Jumellea. Nel 1941 Perrier de la Bâthie ha spostato la specie Angraecum anjouanense (Finet) nel genere Jumellea (J. anjouanensis). Jumellea confusa (Schltr.) Schltr. (Stewart 1968, Du Puy et al. 1999, Stewart et al. 2006, Pailler et al. 2009) e J. maxillarioides (Ridl.) Schltr. (Pailler et al. 2009) sono stati registrati in seguito nell’arcipelago. Nel 2011, una nuova specie è stata descritta come J. pailleri F.Rakotoar. (Rakotoarivelo et al. 2011).

Referenze: Rakotoarivelo F., Pailler T. & Faliniaina L. 2013. — Revision of the genus Jumellea Schltr.
(Orchidaceae) from the Comoros Archipelago. Adansonia, sér. 3, 35 (1): 33-46. http://dx.doi.
org/10.5252/a2013n1a

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Pleurothallis loranthophylla

Pleurothallis loranthophylla , Rchb.f. 1852 (Kew accettato)
Sottogenere Rhynchopera

Origine del nome di specie: in riferimento alla morfologia delle foglie, simili a quelle della famiglia delle Loranthaceae

Origine: Costa Rica, Panama, Colombia, Venezuela, Ecuador, Perù, Bolivia
Sinonimo: Pleurothallis spathata
Temperature: 12-19°C
Bagnature settimanali + nebbia giornaliera
Umidità dell’aria: 80-100%
Collocazione: Posizione ombreggiata + buona ventilazione
Tempo di fioritura: da 10 a 14 giorni
Fragranza: profumo delicato

I fiori sono prodotti da una guaina che si forma nell’asse della nuova foglia, per poi seccarsi, ma non allarmarti e sii paziente poiché le piante rimarranno pronte a fiorire per mesi e poi produrranno una massa di fiori quando le condizioni sono giuste, che di solito è da settembre a dicembre. I singoli fiori hanno un diametro di circa 1 cm e contrastano bene con le foglie verde brillante. Descrizione: Pleurothallis loranthophylla Rchb.f., Bot. Zeitung (Berlin) 10: 674 (1852).
Protoluogo di raccolta: Venezuela
Publicato in: Botanische Zeitung (Berlino) 10(39): 674. 1852. (24 Sett. 1852).

Specie epifita a sviluppo cespitoso, endemica in Costa Rica, Panama, Colombia, Venezuela, Guyana, Ecuador, Perù e Bolivia. Pianta di piccole dimensioni da clima fresco intermedio, vive negli ambienti umidi delle foreste montane e dei boschi pedemontani ad altitudini di 2100 metri sul livello del mare.
Produce esili fusti avvolti da guaine basali al cui apice cresce un’unica foglia lanceolata e acuminata. Nella pagina superiore della foglia, durante la fase vegetativa, si forma e si secca una spata allungata dalla quale, in inverno, uscirà una infiorescenza racemosa, incurva e carica di piccoli fiori color rosa antico.

Coltivazione
Questa specie preferisce clima fresco e umidità costante, quindi conviene coltivarla in piccoli vasetti di plastica, avendo cura di sistemarla nella parte ombreggiata della serra.
Il segnale della crescita ideale è dato dalla formazione di muschio sulla parte superiore del substrato che deve essere drenante, ma nello stesso tempo anche accumulatore di umidità.
Le fertilizzazioni devono essere delicate e non frequenti

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Orchidofilia e orchidologia

La “macchina” orchidofila italiana è composta da associazioni, da commercianti, da produttori e quel che più conta, da persone legate nel loro peregrinare dalla comune passione per il variegato mondo delle orchidee. Più che macchina possiamo definirla “agorà” intesa come luogo ideale nel quale si discute, si studia, si compra, si vende e qualche volta si coltiva quella follia buona declinata con l’epiteto “orchidofilia”.
Follia buona paragonabile ad un tavolo con quattro gambe: mercato, ricerca, comunità e collezionismo, come tutti i tavoli anche questo sta in piedi solamente se tutte le gambe sono solide. Le quattro gambe del tavolo, paradigma, per poter iniziare la discussione sullo stato di salute dell’orchidofila in Italia.

Il mercato
Il mercato delle orchidee in Italia, c’è ed è anche consistente; a partire dalla “signora Maria”, metafora per indicare il neofita che acquista la sua Phalaenopsis all’ IKEA, o nelle mostre itineranti, per giungere alle vendite on-line a colpi di varie migliaia di euro per accaparrarsi qualche rarità.
Questa è la fotografia odierna della potenziale platea orchidofila italiana, ben più numerosa rispetto a 20 – 30 anni fa. Allora (ante CITES) ci si forniva di orchidee alla fonte dai produttori di tutto il mondo, attraverso macchinose operazioni, listini cartacei, comunicazioni via fax ecc. oppure nelle poche occasioni dei rari eventi orchidofili. Ora internet semplifica e riduce qualsiasi distanza, facilita acquisti on-line, gli eventi sono all’ordine del giorno, se non addirittura sovrapposti l’uno all’altro. La nuova dimensione del mercato on-line, unita alla ploriferazione di garden generici che improvvisano mostre di orchidee, per altro alimentate dalla caparbia e insistente “mise en place” di qualche manipolo locale, sta rendendo effervescente anche il mercato amatoriale italiano. Non sfugge all’occhio attento degli orchidofili, il proliferare di una nuova generazione di “venditori” di orchidee.
Accanto a loro, nelle esposizioni sono giunti i teutonici in compagnia di varie aziende sudamericane e asiatiche.
Ad ogni buon conto, oggi in Italia ancora non c’è produzione (intesa come ciclo completo, fecondazione, semina, crescita e selezione) di orchidee da collezione: non conviene – dicono, costa meno acquistare nei mercati asiatici o sud americani e rivendere. Questo è vero, ma così facendo si fa traballare la gamba del mercato di quel famoso tavolo; non regge più l’equilibrio della crescita produttiva e della ricerca scientifica, nelle mostre italiane non si presentano nuove orchidee e nemmeno produzioni su larga scala di orchidee selezionate in laboratori italiani.

Ricerca
L’epiteto forse è troppo generico per titolare un tema di grande rilevanza nella biologia in generale, orchidee comprese, tenuto conto che tutte le specie della sua grande famiglia sono protette dal CITES. Non sono un esperto ricercatore, nell’ambiente orchidofilo italiano occupo solamente un posticino come coltivatore amatoriale, status che mi da la piacevole opportunità di conoscere giovani studiosi di biologia e di chimica, ansiosi di scoprire le magie delle orchidee.
Questi studiosi insieme tanti altri giovani che si affacciano sempre più numerosi al mondo delle orchidee, sono una grande risorsa da organizzare, sia per favorire le loro esperienze, ma anche per incentivare la divulgazione. Chi deve promuovere questo new deal, e che ambito dare al progetto? Ad esempio penso ai produttori/venditori europei coordinati dalle varie associazioni di orchidofilia e/o orchidologia nazionali in concerto con l’EOC europea.

Comunità
Con l’avvento di internet e di tutto quello che questa nuova dimensione comunicativa rappresenta, sono saltati tutti gli strumenti che prima servivano per conoscere, acquistare e socializzare.
Prima del web, la conoscenza e lo studio delle orchidee passava inesorabilmente per le biblioteche più o meno fornite o attraverso la frequentazione di coltivatori esperti. Come conseguenza logica, nasceva la dimensione associata, associazioni locali e nazionali. Tutto era ordinato dalla carta stampata e dalle informazioni via posta. La mutazione epocale di internet è stata graduale, all’inizio rozza, macchinosa e con molti limiti, oggi quasi dominante su tutte le altre forme di vita associata: i social, Fb in testa.
Bene, si dirà, ora è tutto più facile, per acquistare, per conoscere e per socializzare. Sì certo. Quello che non è cambiato rispetto alle epoche passate è solamente quella certa difficoltà a stare insieme, ora amplificata dalla facilità di interazione virtuale.

Storia
La storia dell’orchidofilia italiana intesa come movimento di massa, sin dai suoi primi embrioni, si è caratterizzata per la sua frammentarietà e litigiosità.
Per dare un senso a questa mia affermazione, torno un po’ indietro nei tempi (anni 70), limitandomi solamente a citare l’operazione “scalata” all’allora SIO (Società Italiana Orchidee), che scatenò le ire funeste del suo fondatore, Dalla Rosa, tanto da indurlo minacciare querele nei confronti degli “scalatori di turno”.
I risultati non furono positivi. La SIO, passò di mano in mano (Ravanello, Giorgi, Corvi), tutti convinti che controllando l’orchidofilia amatoriale avrebbero aumentato il loro busines, salvo poi lasciarla al suo destino non appena si accorgevano che non era tutto oro quel che luccicava. Accanto a questa effimera dimensione associativa nazionale, nascevano, si dividevano e/o rimanevano sulla carta, vari gruppi locali. Poi venne l’era per così dire “erudita” e nacque l’Associazione Italiana di Orchidologia a vocazione scientifico/intellettuale. Molti aderirono con entusiasmo al suo decollo ed alla sua “salita in campo internazionale”. Anche io aderii ai loro obiettivi mettendo a disposizione le orchidee della mia collezione nelle mostre europee (Hannover 1994) e successive. L’AIO si fece conoscere in campo europeo, forse anche per merito di quelle timide piante che vinsero diversi premi.
Quello è stato il periodo d’oro dell’AIO, che culminò, non senza azioni oscure, con l’organizzazione dell’EOC italiana del 2006 a Padova.
Tutto bene allora! No, non seguì l’effetto trascinamento tanto auspicato. Nel 2008, la riproposizione su dimensione biennale di un evento orchidofilo in Fiera a Padova fu un flop clamoroso che diede inizio al periodo buio, durante il quale un po’ tutti si divertirono a “sparare sul pianista”.
Le Associazioni locali, chi più chi meno, con diverse motivazioni continuarono a snobbare l’importanza di un livello rappresentativo nazionale e l’AIO continuò a vivacchiare con fortune alterne fino ai giorni nostri.
Ma cosa manca a questa Associazione per essere autorevole fino al punto da guidare veramente l’orchidologia italiana? Non ho risposta e non spetta a me rispondere, mi limito solamente a osservare.
Eccolo qua che ritorna in gioco l’epiteto “orchidologia”; che non sia proprio questa parola a frenare le adesioni all’AIO?
Orchidologia o orchidofilia? Già, questo è il dilemma.
Effettivamente, leggendo l’articolo 2 dello statuto, nella sua parte esplicativa, in estrema sintesi recita quali sono i compiti dell’AIO: promozione di una rivista scientifica internazionale, promuovere e coordinare giudizi sulle orchidee, promuovere corsi per giudici, tenere aggiornato un’elenco di giudici, diffondere informazioni, rilasciare premi e certificati.
Chiaro lo spartiacque: studio delle orchidee da una parte (orchidologia), passione e coltivazione delle orchidee dall’altra (orchidofilia). Forse l’associazionismo per diventare ulteriormente autorevole deve favorire la confluenza dei due rigagnoli e entusiasmare gli appassionati che si accingono ad entrare nel mondo delle orchidee, dando loro, sogni ed opportunità di conoscenza. Per farlo, forse basterebbe recepire le finalità dell’ American Orchid Society alla quale noi tutti facciamo spesso riferimento quando abbiamo bisogno di conoscenza:
… “Il 7 aprile 1921, un gruppo di trentacinque uomini e una donna si incontrarono nella Sede del Tesoriere della Massachusetts Horticultural Society per ascoltare una lettura della proposta di costituzione, del regolamento e della lista di soci per la neonata American Orchid Società Il regolamento originale ha cercato di consentire l’importazione di orchidee, incoraggiare l’adesione di dilettanti e professionisti, organizzare mostre di orchidee a livello nazionale, pubblicare pubblicazioni relative alle orchidee e creare un sistema per l’assegnazione di premi a orchidee di qualità superiore”. Gli obiettivi dell’American Orchid Society sono ancora basati su quelli stabiliti dai nostri fondatori e hanno continuato ad espandersi e evolversi per soddisfare le esigenze di un mondo che cambia
…” On April 7, 1921, a group of thirty-five men and one woman met in the Treasurer’s Room of the Massachusetts Horticultural Society to hear a reading of the proposed constitution, bylaws and slate of officers for the newly formed American Orchid Society. The original bylaws sought to allow for importation of orchids, encourage a membership of amateurs as well as professionals, organize orchid exhibitions nationwide, issue orchid related publications and create a system for awarding orchids of superior quality. The goals of the American Orchid Society are still based on those set forth by our founders and have continued to expand and evolve to meet the needs of a changing world”…

Collezionismo
Anche se non sempre si dà importanza al collezionismo orchidofilo amatoriale, esso è l’elemento portante di tutto quello che ruota attorno al mondo dell’orchidofilia: mercato, giudizi e divulgazione.
Le orchidee che da secoli turbano i desideri degli appassionati di tutte le parti del mondo, sono quelle che per semplicità sono definite “esotiche”. Sono esse che ancor oggi, oltre che nei tempi passati, continuano a provocare tensioni, interessi, ego e gelosie.
Stabilire dove inizia e finisce il confine del collezionismo è impresa ardua, ad ogni buon conto, dentro quel recinto nascono, maturano e muoiono amicizie, ma la fine delle amicizie non è mai imputabile alle orchidee, siamo noi i pazzi da non capire che fuori dal nostro “recinto” la gente ride delle nostre follie. Loro, gli esterni, quando ti incontrano riescono a ricordare a mala pena il nome “orchidea” e non di rado ad esempio capita di sentirti dire: – Come va con le tue Azalee? –
Basterebbe questo per tenerci un po’ più tranquilli tutti!

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