Masdevallia nidifica gialla o M. ventricosa

Specie di piccole dimensioni, endemica in Costa Rica, Panama, Colombia, Ecuador e Perù. Per scoprirla nel suo habitat bisogna cercarla sui rami bassi delle fresche foreste montane nuvolose e ventose, ad altitudini da 450 a 2500 metri.
Morfologia: sviluppo simpodiale con esili steli avvolti basalmente da 2 a 3 brattee tubolari con un’ unica foglia apicale, ellittico-lanceolata. Fioritura solitaria in vari periodi, da inverno a estate con fiori che spuntano sopra il livello delle foglie.
Nota: M. ventricosa viene spesso indicata come sinonimo di M. nidifica, questa specie si trova solo in Ecuador e si diversifica per il suoi fiori gialli con code sepaline molto più corte e leggermente più spesse.

Sinonimi: Buccella nidifica (Rchb.f.) Luer 2006 Masdevallia cyathogastra Schltr. 1918; Masdevallia tenuicauda Schltr. 1923;

Bark allert! Ovvero problema rinvasi con corteccia di pino.

Improvvisamente, chi prima chi dopo, ci si è accorti che oggi in Italia si fatica a trovare bark a costi compatibili.
Come spesso accade ci si accorge dell’importanza di quel che si usa con normalità, quando viene a mancare.
Ed è così che il collezionismo orchidofilo italiano si trova ad essere orfano dell’unico produttore di “composto” per rinvasi.
Da tre generazioni, l’azienda Verdi di Bocconi, forniva di buona corteccia di pino, sia ad associazioni che a singoli coltivatori di orchidee italiani. Iniziava l’attività negli anni settanta il signor Mario Verdi; produceva corteccia di pino miscelata con spugna e polistirolo sminuzzati in varie pezzature, poi continuarono i loro figli ed infine i loro nipoti. Da tempo Verdi, per problemi ambientali, produceva solamente bark acquistato in Francia, lavorato e selezionato in tre pezzature. L’azienda trovava l’equilibrio economico fornendo prodotto selezionato a produttori, ma anche a piccoli collezionisti a mezzo le loro Associazioni.
L’equilibrio si è rotto quando all’azienda sono venuti a mancare grossi clienti che garantivano continuità alla produzione, problema via via aggravatosi a tal punto da portare con l’inizio del 2019 alla chiusura dell’Azienda.
La corteccia di pino, si sa, è uasata in primis come prodotto da pacciamatura e da anni soprattutto in vari paesi, considerati grossi produttori di orchidee (Olanda in primis), opportunamente selezionato e/o ammendato, quale substrato di coltivazione.
Questa situazione ha di fatto messo in crisi la possibilità di reperimento di corteccia a costi fisiologici (5-10 euro pro sacco da 60 litri come era prima), da parte di medi coltivatori in quanto i vari produttori di substrati mettono in commercio solamente piccole confezioni da pochi litri, più o meno agli stessi costi.

CHE FARE?
Prima azione da attivare è sicuramente quella di unire le forze di tutti i coltivatori italiani, siano essi piccoli o professionali, e non da ultimo avviare una collaborazione con le varie Associazioni amatoriali, allo scopo di individuare nuove opzioni di rifornimento, sia di bark che di altri materiali.
Forse è giunto il momento di sperimentare nuovi substrati, o nuove miscele, ad esempio fibra di cocco sminuzzata, pomice a grana grossa, torba di sfagno ed altro.
In aiuto a noi poveri coltivatori, orfani dello “spacciatore storico”, può venire da produttori italiani di terricci vari, che per motivi di mera esigenza estetica degli architetti paesaggisti, mettono in commercio buona corteccia di pino a variue pezzature.
A titolo personale sto sperimentando i prodotti di un’azienda italiana produttrice all’ingrosso di corteccia, pomice e fibra di cocco.
I risultati sono incoraggianti, ovviamente altre esperienze potranno essere utili alla soluzione del problema.
Ad esempio sarebbe interessante conoscere eventuali nuove tecniche di coltura.

Nelle foto: campione di bark pezzatura media e altro campione di pomice.

Cielo blu, una Cattleya per continuare a sognare

E poi dicono: “Che bello coltivare orchidee!”
Primi giorni del 2019, temperature notturne sotto lo zero termico, la mattinata non promette per niente bene: il ventilatore del generatore d’aria calda n°1 (in totale sono 3), non funziona, non esce aria calda. Triste presagio – forse il motore bruciato, infatti! Da una sommaria verifica, la conferma: avvolgimento fuso!
Che fare? Panico, prima di sera bisogna risolvere il problema, “aiutati che il ciel t’aiuta” mi son detto, passando mentalmente in rassegna le strategie possibili:
1)- estrarre il motore.
2) – sostituirlo.
Sì, logico, ma per estrarre il motore bisogna vivisezionare il generatore, e con il motore in mano bisogna invocare san Michele Zuccarello avvolgimenti per l’improbabile se non impossibile immediata riparazione.
Ed è a questo punto che scatta l’ideona frutto della disperazione: rovistare nei vari pezzi di ricambio accattastati alla rinfusa nella baracca in attesa di futuri utilizzi e sperare di trovare qualche motore simile da adattare con qualche modifica.
Non potendo vivisezionare la stufa per ovvie questioni tempistiche, ho optato per “l’intervento a cuore aperto”, ho effettuato un foro laterale sulla parete esterna, attraverso il quale poter estrarre in poco tempo il motore guasto.
Così è andata, quattro ore di lavoro di seghetto alternativo, cacciavite, pinza, trapano, seghetto, con tanta, tanta fantasia e manualità et voilà, verso le tre del pomeriggio il motore riciclato, seppur con meno potenza era pronto per essere sostituito.
Un ora dopo, giusto, giusto il tempo di accendere e collaudare: operazione conclusa, esito positivo!

E poi dicono: “Che bello coltivare orchidee!”
Infatti, per rilassarmi dopo sì tanto impegno mi son fatto un giretto e mi son goduto le tiepide temperature interne, in contrasto con il freddo fastidioso di questi giorni.
Un delicato profumo muschiato inebriava l’atmosfera umida e calda, era la fragranza di un bellissima Cattleya blu, che vive senza problemi su un tronco di gelso da parecchi anni: C. Dinard ‘Blu Heaven’ AM/AOS.
Lo spettacolo di questa fioritura è stato veramente coinvolgente ed il colore blu- cielo dei suoi fiori ha carpito le mie attenzioni per parecchi minuti….alla fine l’ho fotografata, eccola.
Questo incrocio artificiale è abbastanza datato, ma successivamente, i produttori Hwaiani sono riusciti a selezionare un clone veramente eccezionale: da quello che ho letto, Dinard ha vinto “Best Scent” alla fine degli anni ’90 alla World Orchid Conference.
C. Dinard ‘Blue Heaven’ AM/AOS
Lc. Dinard = Lc. (vedi link più avanti) Saint Gothard x C. Dinah (1930)
Registrata da Charlesworth Ltd.

Note genealogiche.
Lc. Saint Gothard
C. Saint Gothard, precedentemente nota come Laeliocattleya Saint Gothard (1908) perché Cattleya Gottoiana era conosciuta come Laeliocattleya Gottoiana.

Cattleya Dinah

Capanemia micromera

Capanemia micromera Barb. Rodr. 1877 specie epifita, vive su rami sottili degli arbusti e alberi delle foreste del centro-orientale del Sud America.
Questa specie è endemica negli stati del sud-est e sud del Brasile, da Minas Gerais e Rio de Janeiro, fino a San Paolo e Paranà, Santa Catarina e Rio Grande a Sur.
In Argentina è presente nella parte settentrionale della provincia di Misiones. Si trovano colonie anche in Paraguay orientale e parte della Bolivia.
Capanemia micromera è stata originariamente descritta nel 1877 dall’entomologo e botanico brasiliano João Barbosa Rodrigues e pubblicata in Genera et Species Orchidearum Novarum 1: 138. 1877.7. C. micromera è la specie tipo del genere Capanemia, morfologicamente legato al genere Quekettia.

Capanemia: nome generico dato in omaggio al Barone de Capanema.

Micromera: epiteto composto di matrice latina che significa “veramente microscopica”

Laelia anceps ‘trilabello var. vestalis’

Esclusivo
Foto a sinistra: Laelia anceps ‘trilabello var. vestalis’ – collezione rio Parnasso.

E’ regolarmente fiorita anche quest’anno la mia misteriosa Laelia anceps. Ecco un primo piano del fiore.
Qualche anno fa ho posto il problema sul blog, ma la discussione è rimasta aperta e senza risposte definitive.
A suo tempo, una lettrice individuò una fonte su internet che ora ci aiuta nella discussione… sicuramente siamo in presenza di un clone molto prezioso.
Ecco i link:
Notizia della nuova varietà di Laelia anceps apparsa a pag. 136 – The Gardeners’ Chronicle, 31 Gennaio 1880.
Laelia anceps var. vestalis Rchb. f.
Laelia anceps var. vestalis foto.

Storia:
Riprendo il filo di quel post: l’orchidea in questione proviene dalla ex collezione A&F di Padenghe, cartellinata come Laelia anceps forma alba, gli anni son trascorsi, l’azienda in questione non c’è più; quell’orchidea fiorisce da qualche anno e ad ogni fioritura, come si può notare, la forma e il colore dei suoi fiori pongono molti punti interrogativi sulla sua esatta classificazione.

La serietà dell’azienda A&F (Alessanrdini e Franguelli) è fuori discussione, ma entrambi i suoi fondatori non ci sono più e quel che rimaneva della loro azienda è stato prelevato da un vivaio francese.
Per cercare il bandolo della matassa proveremo a metterla un po’ più sullo scientifico.
laelia_anceps_masse_poll_20 La prima domanda alla quale cercheremo di dare una risposta è la seguente:
Siamo sicuri del genere? Laelia, Cattleya o ibrido?
Su questo versante la risposta è inequivocabile: trattasi di Laelia e la prova scientifica sta tutta nel numero delle masse polliniche dei suoi fiori: nel genere Laelia sono 8 a gruppi di 2, e la foto a sinistra conferma il genere. Nell’ipotesi di ibridazioni, queste possono essere state fatte esclusivamente all’interno del genere Laelia.

laelia_anceps_fiore_20020 Dimensioni del fiore:
Capsula seminale (antera) – 7 cm.
Fiore – 11 cm.
Sepali bianchi – 1,5 x 6 cm.
Petali bianchi con punte leggermente spruzzate di colore rosa pallido – 3 x 5,5 cm.
Labello trilobato aperto con una vistosa carenatura centrale posta orizzontalmente, bianco con leggere sfumature laterali color rosa – 4 x 5 cm.
Colonna con striature scure orizzontali – 0,7 x 2 cm.

laelia_anceps_pianta_2002 Morfologia della pianta
Pseudobulbi oblunghi, turgidi, bifoliati a volte unifoliati – 10-15cm.
Foglie apicali carnose lanceolate, oblunghe – 15-20 cm.
La foto a sinistra evidenzia che la pianta ancora giovane produce pseudobulbi unifoliati, che tendono a diventare bifogliati con la maturità.
Questa caratteristica, posto che Laelia anceps produce raramente pseudobulbi bifoliati (verificate anche voi questa peculiarità morfologica), induce a pensare ad una possibile ibridazione con un’altra specie bifioliata.

laelia_anceps_stelo_20020 Vista d’insieme della pianta
Lo stelo fiorale, molto strutturato e rigido non supera i 70 cm. di lunghezza.
Le infiorescenze sono a gruppi di 2 – 5 fiori avvolti da membrane appiccicose che racchiudono i fiori in bocciolo.
A conclusione di questa discussione, emerge con chiara evidenza la strana forma del labello che assomiglia ad un petalo allargato, tanto da poter considerare il fiore a forma (tripetala): la funzione naturale del labello è quella di indirizzare l’insetto pronubo verso il nettario, quasi obbligandolo ad introdursi in un percorso stretto, e non è certo il nostro caso.
Le incertezze rimangono, la bella Laelia continua a fiorire indisturbata e puntuale a fine dicembre inizio gennaio di ogni anno, e noi ci concediamo la licenza di nominarla in onore delle vergini Vestali, le sacerdotesse romane al servizio della dea Vesta e non solo… forse anche a numa Pompilio.
Vista la rarità, o forse ancor meglio, stante l’unicità di questo clone e posto che nessuno ce lo vieta, potremmo anche nominarla: Laelia anceps ‘trilabello var vestalis’