Tossine ecuadoregne post WOC?

Foto di copertina tratta da internet: ORCHID TOURS, referenti in gita.

Sono riuscito, con fatica, a leggere tutto questo post apparso ieri su fb, commenti e risposte comprese.

Che dire, mi pervade un senso di scoramento, e la mia mente va alla fortunata commedia musicale scritta da Iaia Fiastri e Bernardino Zapponi nel 1986 e diretta da Pietro Garinei: “Se il tempo fosse un gambero”. Il debutto, che mi vide spettatore, avvenne a Roma al Teatro Sistina il 23 dicembre 1986.
La commedia tenne a battesimo l’esordiente Nancy Brilli; Protagonista istrionico fu Enrico Montesano.

La commedia
Si dirà – “che c’entra!” – C’entra come metafora delle vita: la protagonista della commedia, la fioraia Adelina, ormai vecchia, nella circostanza del suo solitario compleanno, le appare un diavolo di seconda categoria, inviato in terra per redimersi agli occhi del Maligno (il capo dei diavoli): questo diavolo ha lo scopo di riportare Adelina indietro nel tempo, nel 1928 (cioè a quando lei aveva 20 anni), perché ella accetti la corte del principe polacco Amedeo Poniatowskij, che a suo tempo aveva rifiutato ma, che nel corso degli anni, aveva acceso in lei il sentimento del pentimento. Il Maligno ha, infatti, voglia di divertirsi alle spalle della coscienziosa e pia donna, portandola al peccato che aveva in gioventù scansato.

Ecco, parafrasando la trama della commedia, anche io ho la sensazione che quel diavolo di seconda categoria mi stia proponendo di tornare indietro di 30 anni, a patto – dice lui – di star fuori dall’inferno. Inferno? -Sì – sogghigna Max – quello delle associazioni “Orchid-Green”.

Tornare indietro nel tempo
Suggestionato da Max, e lusingato dalla possibilità di ridisegnare il destino, provo a tornare indietro nel tempo, ma quel diavoletto maligno, portandomi a spasso nella fantasia pretende di modificare a suo piacimento il mio futuro: inferno per inferno, dico io, meglio quello conosciuto e reale.

Il vaso di pandora.
Ed allora rieccomi tornato ad oggi a rileggere la “mise in place” di uno spaccato che poteva essere evitato, ma, forse qualche tossina post WOC, ha fatto scoprire il vaso di pandora come scrive l’estensore del post. Speriamo che serva a qualche cosa.
Un vaso di pandora pieno di gelosie, invidie, frustrazioni e megalomanie che nel mondo orchidofilo italiano, affiorano ciclicamente come l’herpes.
Non intendo soffermarmi sul versante personale del post, la gravità sta altrove ovvero nei retroscena.
Si evocano gruppi segreti, usati quasi come sfogatoio, si mandano messaggi subliminali, si offende, purtroppo.
E sullo sfondo un po’ sfocato affiora quella strana avventura in Ecuador: chi è andato per i fatti suoi a lavorare, ottenendo lusinghieri successi ed altri in gita – pardon, in missione per nome e per conto della fiera di Padova – tornati a mani vuote nonostante dalla loro parte ci fosse stata una irripetibile e positiva congiunzione astrale, colta malamente.
Chissà, colpa delle tossine ecuadoregne?

Epidendrum difforme ‘Alberto’ SM/EOC 2006

Foto in evidenza: Epidendrum difforme‘Alberto’SM/EOC – collezione rio Parnasso

Galeotto fu quell’Epidendrum, ricordi e passioni.
Vita in serra… a Dicembre.
Nelle nostre serre amatoriali, i mesi di Novembre – Dicembre, a mio avviso sono i più brutti e nello stesso tempo i più impegnativi.
Le giornate sono fra le più corte dell’anno, e quando va bene, quel sole freddo e basso all’orizzonte non riesce a scaldare più di tanto. Poi di notte e di giorno quando è nuvoloso o c’è nebbia, deve intervenire il riscaldamento artificiale e l’ambiente chiuso favorisce inevitabilmente la formazione di etilene, nemico numero uno dell’invecchiamento precoce dei fiori.

Mamma mia, con questa introduzione è assai difficile trovare motivi per raccontare qualche cosa di piacevole sulle orchidee, ma noi coltivatori amatoriali abbiamo un’infinità di risorse, difficili da spiegare, soprattutto a chi non coltiva.
La mattinata, accarezzata da un pallido sole che non prometteva nulla di buono, ma nello stesso tempo ti consigliava di bagnare, mi convinse di procedere ad una decisa bagnatura/fertilizzazione. Sì perché il riscaldamento artificiale ad aria calda, secca l’ambiente e nonostante tutto lasci pensare che in questo periodo non servano bagnature, le piante soffrono e chiedono acqua. Bene, si dirà, e il fog? Mah, con il fog, ultimamente ci vado piano perché ho notato che contribuisce alla formazione di quella patina di microscopiche alghe sulla pagina superiore delle foglie, che alla fine fa brutto a vedere.

Ed è così che verso le ore 10 del mattino iniziai le operazioni: prima la serretta piccola, una leggera spruzzata con sola acqua e poi bagnatura e fertilizzazione con 10-30-20. Tutto nella norma, molte miniature fiorite e qualche “grande fiore” a ricordarmi che anche loro ci sono.
serra_scorcioSerra grande- scorcio d’inverno.

Poi la serra grande. Ed è lì dentro che inizia lo spettacolo esotico. La vecchia serra è tutto: sottobosco di felci – circa una ventina di specie più o meno grandi, tillandsie, succulente a fare da microcosmo ambientale, piante giganti di orchidee, invecchiate insieme a me, a farla da padrone, miniature poste a tutti i livelli e in tutti gli spazi utili, all’apparenza sistemate per caso, ed invece ognuna al suo posto minuziosamente studiato.

Chi coltiva orchidee sa che le operazioni di bagnatura in una serra stipata all’inverosimile, assomigliano ad una ritualità Sciamana: si scelgono i tempi di permanenza con lo spruzzo sulle piante, si schivano i fiori e le specie che stanno dormendo, intanto con l’occhio si controlla l’insieme della popolazione.
Durante l’itinere, che nel mio caso dura più di un’ora, si parla con le varie orchidee, si scruta la situazione e qua e là si scopre qualche fioritura che ti ricorda eventi e fatti che hanno segnato la storia della tua passione.

epidendrum_difformeEccoli là quei fiori color verde traslucido, già bagnati dalla mia mano improvvida, ma ciò nonostante, anzi proprio per questo, con un fascino aggiuntivo.
Sì è proprio la pianta premiata all’EOC di Padova, alla quale assegnai (prassi tassonomica per personalizzare le orchidee che ricevono premi nelle esposizioni) il nome di cultivar ad onore di un amico e socio di Orchids Club Italia: Epidendrum difforme ‘Alberto’
Questa specie fiorisce nel periodo invernale – da Dicembre a Febbraio – e quindi la si piò considerare un’orchidea Natalizia, ma
per me assume anche altri significati ed ecco che mi soffermo a guardare la pianta, a riflettere e rivivere momenti belli ed importanti. Nella mia mente passa anche qualche flashback triste: amici che non ci sono più ed altri, onorati dalla tassonomia e dal sottoscritto a legare il loro nome alla specie di copertina: Alberto Ghedin al quale dedicai la pianta, lui, più avanti sarà complice, insieme al manipolo di Vistorta, di quella nota e vergognosa “porcata di Alano di Piave” contro di me. Rifletto e penso, ma poi i pensieri scivolano nelle cose belle, proseguo e vado avanti: di ieri teniamo il buono, il domani ci aspetta e possiamo prenderlo tutto.

Cresce l’attesa per Pordenoneorchidea 2018 : primi indizi scenografici

Prima di tutto, spettacolo! Pordenoneorchidea, diversa per forza di idee!
Questa volta le orchidee, le tillandsie, le cactacee ed i bonsai, giungeranno in Sidecar e si arrampicheranno sui muri verdi… non tutte però, alcune colonizzeranno le sidecar con le quali sono arrivate.

Professionista: Verde Verticale by CelebrinTrova più immagini di case e interni

Altre novità in itinere 😉

Cymbidium tracyanum

Prologo
Quando si sente pronunciare per la prima volta la parola “orchidea” il pensiero va facilmente al fiore di un Cymbidium. Per la verità, da qualche anno questo affascinante genere è messo un po in disparte dagli appassionati per lasciar posto alle meno ingombranti Phalaenopsis, più economiche e fiorifere tutto l’arco dell’anno.
Però nel cuore di ogni collezionista di orchidee rimane sempre il suo Cymbidium…quella prima orchidea tanto desiderata e finalmente acquistata.
Direi che l’idea di legare l’inizio della nostra passione ad una profumatissima pianta di Cymbidium fiorita è anche più poetica, rispetto alla ormai invadente Phalaenopsis ibrida.


Cymbidium tracyanum Rolfe 1890

Si dirà – ma come, non è più utile iniziare il tema partendo dalla tribù, dal genere e dalle specie?- Sì, ma trovo che sia più coinvolgente iniziare il discorso sui Cymbidium andando subito a curiosare dentro la storia e le immancabili controversie tassonomiche di una specie affascinante: Cymbidium tracyanum.
A tal riguardo mi ha particolarmente incuriosito un articolo apparso sul bollettino AOS del Settembre 1980, scritto da Andy Easton, durante la lettura dell’argomento sono emerse delle discrepanze descrittive rispetto la struttura del mio Cymbidium tracyanum, tanto da indurmi ad effettuare qualche approfondimento.
Come spesso accade in questi casi, si pensa a qualche errore oppure ad un’altra specie o addirittura ad un ibrido.

Storia del nome di specie
Tanto per cominciare, la prima incertezza riguarda l’esatta ortografia dell’epiteto di specie (il nome di specie è stato dato in onore del coltivatore che per primo presentò questa nuova specie fiorita), che alcuni autori ascrivono a AH Tracey, mentre altri a HA Tracy.
A prima vista queste sottolineature possono sembrare insensate pignolerie, ma non è così. Approfondire questi aspetti serve a far capire come sia facile usare nomi sbagliati in future ibridazioni.
La descrizione iniziale di questa specie si trova in Gardeners’ Chronicle, ns, c. 8, pag 718-9, del 20 Dicembre 1890 con il nome di Cymbidium tracyanum in onore del suo proprietario Mr HA Tracy. L’anno dopo in Williams’ Orchid Grower’s Manual , 7a Edizione (1891), appare la descrizione della stessa specie ma con il nome del suo proprietario AH Tracey e quindi Cymbydium traceyanum, lavoro copiato successivamente da Veitch nel suo Manual of Orchidaceous Plants (1893). Al tempo, queste due pubblicazioni erano come la bibbia per i botanici, coltivatori ed ibridatori di orchidee, pertanto molto consultate e copiate nei lavori successivi (anche dal famoso Veitch a quanto pare), con inevitabili proliferazioni di errori postumi.
Qual’è l’esatta denominazione? Una sola ovviamente, ma quale?
L’esatta ortografia del nome è “tracyanum” e per poterlo sottoscrivere con certezza bisogna andare a scomodare il necrologio a Henry Amos Tracy, apparso su Gardeners’ Chronicle 27 Agosto 1910, (n.s., v. 48, p. 169), dove, fra l’altro si può trovare molto materiale interessante su Henry Amos Tracy stesso.
Amos Tracy muore il 10 Agosto del 1910 all’età di 60 anni, quando gestiva ormai da 25 anni il suo vivaio amatoriale “Orchid and Bulb Nursery”, Amyand Park Road, Twickenham. Egli è stato membro molto attivo della Royal Horticultural Society Orchid Committee, alla quale portò il suo contributo nonostante le sue precarie condizioni di salute, anche nei suoi ultimi anni di vita, conclusasi a causa di un ictus.
Tracy fu a suo modo, un anticipatore dei tempi nel mondo del collezionismo orchidofilo. Egli è stato importatore e venditore di orchidee e di altre piante. La sua politica commerciale si è però caratterizzata per essere decisamente controcorrente rispetto alla tendenza Vittoriana dell’epoca, che considerava la coltivazione di orchidee un esercizio aristocratico e costoso. Più che un commerciante di orchidee, possiamo immaginare Tracy come uno dei primi promotori dell’amatorialità e della loro divulgazione di massa. Sicuramente fu molto amato dai collezionisti dell’epoca, perché da lui potevano trovare orchidee a prezzi molto popolari e soprattutto ottimi consigli per la coltivazione, che in quei tempi presentava molte più difficoltà di ora.

Cymbidium tracyanum: comparazione dei fiori con le illustrazioni iniziali
Per avere ragionevole certezza sulla corrispondenza tassonomica di una specie in esame è utile risalire alle illustrazioni iniziali.
L’operazione non è sempre agevole, spesso non si dispone di adeguata bibliografia scientifica ed in certi casi le
illustrazioni datate (opera grafica di artisti all’uopo incaricati) lasciano molti dubbi.
Analizzando la foto del fiore di Cymbidium tracyanum in esame si nota molta discordanza, sia fra le varie illustrazioni iniziali, che fra queste ed il fiore in analisi.

(foto n°1)
L’illustrazione di cui e corredato l’articolo apparso sul bollettino AOS (foto 1) raffigura una struttura di fiore assai diversa da quelle presenti in “Williams’ Orchid Grower’s Manual (foto 2), in Veitch’s Manual, of Orchidaceous Plants (foto 3).

(foto n°2)
A prima vista appare chiaramente che i fiori disegnati nelle due pubblicazioni sono diversi fra loro e non assomigliano nemmeno alla struttura morfologica del nostro fiore.
A tal proposito torna utile leggere una annotazione di Rolfe (Orchid Review, v. 19, p. 39-40)

(foto n°3)
Secondo Rolfe, il cultivar presentato da Tracy è stato l’unico esemplare di Cymbidium tracyanum esposto in pubblico fino al mese di gennaio 1895, quando una seconda pianta fiorita è apparsa in una mostra.
Di conseguenza – sostiene Rolfe – le due illustrazioni pubblicate rispettivamente nel 1891 e nel1893, devono per forza rappresentare quel cultivar premiato con FCC/RHS

(foto n°4)
Però, come si può vedere nella foto 4, i disegni delle illustrazioni precedenti divergono enormemente anche con questo disegno apparso più tardi sulla rivista Orchid World, v. 5 pag.22 . In questo caso, la rappresentazione grafica del fiore si avvicina maggiormente a quello in esame e rappresentato nella foto iniziale.

La spiegazione probabile per tutte queste inesattezze è che i due artisti incaricati a riprodurre la morfologia dei fiori abbiano avuto poco tempo per abbozzarli.
La pianta è stata venduta tre giorni dopo l’apertura dell’esposizione e quel che più conta, ai disegnatori non è stato concesso di togliere nessun fiore per poterlo riprodurre con calma ed attendibilità.
Forse per l’insensibilità botanica dell’acquirente di quella nuova specie fiorita, ora non disponiamo di pubblicazioni esatte e quindi non raffrontabili come esempi tipici dei Cymbidium tracyanumu attuali…il tutto per 75 Ghinee.
Nel frattempo comincio ad avere qualche dubbio …forse la pianta in esame potrebbe essere un ibrido, mi preoccupano le punteggiature orizzontali sui sepali inferiori (dovrebbero essere più continue e marcate)…mah, vedremo.

C. tracyanum, forme, varietà e ibridi.
Volendo dare un po di valenza alle prime illustrazioni di questa specie ed anche osservando diverse fotografie dei suoi fiori, possiamo ragionevolmente supporre che esistano due forme diverse di Cymbidium tracyanum. Una con fiori consistenti, petali e sepali larghi con maculature orizzontali brune su sfondo che va dal verde pallido al rossastro, l’altra con petali e sepali più stretti, fiori con meno sostanza e tendenzialmente più luminosi.
Probabilmente è limitativo immaginare solamente queste due forme, molte altre varietà intermedie saranno state individuate in oltre 100 anni dalla scoperta della prima pianta.
Da quel lontano 1890, oltre a qualche possibile ibrido naturale, molti incroci artificiali sono stati creati con genitore C. tracyanum, per questo è assai difficile risalire alle origini, anche perché non molto è stato scritto su questa specie.
Il C. tracyanum è spesso confuso con altra specie (Cymbidium iridioides ex giganteum), c’è chi sostiene che C. tracyanum sia il risultato finale di un percorso evolutivo del C. iridioides, ma la confusione non si ferma qui.
Nel “Journal of the Royal Horticultural Society, v. 28, p. ccliv” si legge che nella riunione “R.H.S. Orchid Committee del 15 Dicembre 1903, J.T. Bennett-Poe, Esq., V.M.H., (Coltivatore: Mr. Downes) esibisce una pianta di Cymbidium con il nome di (Cymbidium Tracyano-giganteum).
Nella Sander’s List of Orchid Hybrids, nel 1946 si fa menzione di un Cymbidium Bennett-Poei, elencato come ibrido primario fra Cymbidium tracyanum e Cymbidium giganteum (= iridioides).

Solamente nel 1959 il Cymbidium Bennett-Poei è inserito nella “Hand-List of Orchids in the Royal Botanical Gardens, Kew” come ibrido prodotto in coltivazione.
Pertanto, una stessa pianta la troviamo con due nomi diversi, siglati in epoche differenti: Cymbidium Tracyano-giganteum nel 1903 e Cymbidium Bennett-Poei nel1930. Può anche essere, che il Cymbidium Bennett-Poei creato artificialmente, rappresenti una forma intermedia fra il Cymbidium tracyanum e Cymbidium iridioides.

Queste disquisizioni fanno capire quanto sia intricato il percorso delle ibridazioni e soprattutto delle corrette registrazioni.
Nella letteratura dell’inizio 900 troviamo notizie di ibridi naturali del C. tracyanum. Molto noto è stato Cymbidium i’ansonii, ora considerato specie o forse una varietà del Cymbidium lowianum.

Possiamo continuare ma ci imbatteremmo sicuramente in altre discordanze, ad esempio: il Cymbidium i’ansonii è stato considerato per molto tempo un ibrido naturale fra Cymbidium lowianum e Cymbidium tracyanum, soltanto quando è fiorito il vero ibrido artificiale fra queste due specie si è potuto stabilire che le cose stavano diversamente.

Il fiore di copertina è specie o ibrido?
Tornando al nostro fiore presentato inizialmente, sul quale abbiamo posto dei seri dubbi sulla sua identità, dopo una giornata di ricerche puntigliose e di comparazioni con varie illustrazioni, penso di poter spezzare una lancia in favore della sua appartenenza alla specie C. tracyanum.
Dopo aver confrontato il fiore della pianta in esame con le foto presenti in questo link, ritengo che le marcature sui sepali, seppur molto meno continuative rispetto alla norma, non possano essere elevate a indizio significativo per non considerarla appartenente alla stessa specie : vedi foto sotto e sopra.
Le differenze sono troppo insignificanti per indurre l’ipotetico ibridatore a registrare il suo lavoro. Nemmeno un ibrido naturale può risultare così simile alla specie, probabilmente siamo in presenza di una forma specifica, magari anche rara?
Concludendo questo capitolo, a ristoro del lungo lavoro di ricerca svolto, propongo di chiamare questo cultivar: Cymbidium tracyanum ‘rio parnasso n°1’
Se non siete d’accordo ditelo subito o tacete per sempre 😉

Martedì 18.12.07
Queste informazioni inducono ulteriormente a considerare specie il Cymbidium in esame:

Descrizione tratta da “Lucien Linden, A. Cagniaux e G: Grignan: “Les Orchidées exotiques et
leur culture en europe”. Prima edizione. Bruxels e Parigi: chez
l’auteur, 1894. pag 684″
…”
Traduzione: L’ultima acquisizione del genere è il Cymbidium Tracyanum. Questa superba specie, alla quale si può paragonare solo il C. grandiflorum, ha fatto la sua apparizione nel 1890 in lotto di C. Lowianum importato da M. Tracy; l’unica pianta fa attualmente parte della collezione del barone Schroeder. I petali e i sepali sono qiallo pallido, striatie punteggiati di cremisi; il labello è giallo crema, maculato di cremisi sul lobo anteriore ricurvo con linee cremisi sui lobi laterali.


La foto a sinistra raffigura un esemplare di Cymbidium tracyanum presente nelle collezione di Alberto Fanfani.
La struttura morfologica del fiore, corrisponde a quella della pianta in esame.

Foto tratta dal libro di Alberto Fanfani “Orchidee” (scheda 389) edito da Arnoldo Mondadori.

“Parte di questo post è tratta dall’articolo CYMBIDIUM TRACYANUM – di Greig Russell, disponibile in
http://www.geocities.com/pennypoint9/tracy.html, usato con permesso
dell’autore.”

Nathaniel Bagshaw Ward: il padre della moderna coltivazione sotto vetro

Questo post è dedicato a chi coltiva le orchidee in casa e spesso si è dovuto attrezzare nei modi più “rocamboleschi” per garantire alla propria collezione un luogo adatto alla crescita e alla fioritura. Per chi non ha la fortuna di poter realizzare una serra o destinare un’appendice della propria abitazione alla propria “fitopassione”, un jardin d’hiver dove immergersi in un angolo tropicale, rimane un piccolo luogo dove concentrare il proprio sguardo verso la natura, a volte talmente piccolo che al suo interno in epoche passate ci si divertiva a creare riproduzioni di veri e propri paesaggi in miniatura o architetture in scala ridotta popolate di vegetali: il terrario.
I moderni terrari hanno subito un’evoluzione meno estetica e più tecnologica di un tempo,(foto a lato tratta da internet) da scatola chiusa sostenuta da strutture ricamate di ferro battuto si sono trasformati in ambienti ventilati con impianti di illuminazione artificiale.
Ma come e quando nacque il terrario e chi scoprì il miracolo della coltivazione sotto vetro?

A fare questa scoperta fu il dott. Nathaniel Bagshaw Ward (1791-1868), quest’uomo, che ha il merito di aver cambiato il mondo botanico così drasticamente, rimane l’ennesimo personaggio-ombra che emerge dalle nebbie della Londra vittoriana.
Non pensiate che questa sia la solita frase retorica, dietro alle sue scoperte si nascondono una serie di evoluzioni storiche senza le quali il mondo moderno sarebbe decisamente diverso da quello che noi conosciamo.

Nathaniel Bagshaw Ward (1791-1868)
Sarebbe noioso stilare l’elenco delle società che lo vedevano attore partecipe, vi basti sapere che spaziavano dal campo medico, farmaceutico a quello botanico.
Ma partiamo con ordine: nato a Londra Ward sviluppò presto il suo interesse per il mondo naturale nonostante lo circondasse il grigio panorama della città industrializzata. Alla tenera età di 13 anni si ritrova per mare su una nave in viaggio per la Giamaica: era convinto di far carriera in marina. Dopo quel viaggio, come sperava il padre, valente chirurgo, egli abbandonava l’idea di essere un marinaio per seguirlo nella pratica medica. Ma la flora tropicale aveva risvegliato in lui l’interesse per la natura e in particolare per palme e felci.
Ward lavorava nell’est End di Londra e continuava a coltivare la sua passione per la botanica e l’entomologia tra un paziente e l’altro, nel tempo libero. Collezionava piante coltivandole all’aperto: il suo erbario contava più di 25000 specie.

Sognava ricoprire un vecchio muro di confine del suo giardino di felci e muschi; questo è quello che scrisse di se’ e del suo desiderio nel suo libro del 1852 “On the Growth of Plants in Closely Glazed Cases”:

“The science of Botany, in consequence of the perusal of the works of the immortal Linnaeus, had been my recreation from my youth up, and the earliest object of my ambition was to possess an old wall covered with ferns and mosses. To obtain this end, I built up some rock-work in the yard at the back of my house, and placed a perforated pipe at the top, from which water trickled on the plants beneath; these consisted of Polypodium vulgare, Lomaria Spicant, Lastroea dilitata, L. Filix mas, Athyrium Filax foemina, Asplenium Trichomanes and a few other ferns, and several mosses procured from the woods in the neighborhood of London, together with primroses, wood-sorrel, & c. In consequence, however, of the volumes of smoke issuing from surrounding manufactories, my plants soon began to decline, and ultimately perished, all my endeavours to keep them alive proving fruitless”.

Il suo giardino a Wellclose square non fu esattamente quello che Ward si era immaginato, solo poche delle felci piantate sopravvissero. Questo tasso di fallimento fu determinato dalla cappa di inquinamento soffocante della Londra industrializzata, la stessa atmosfera inquinata dal fumo proveniente dalla combustione del carbone e dai solfuri che fece coniare a un giornalista nel 1905 il termine “smog”, abbreviazione di “smokey fog” (nebbia fumosa).

Nel 1829 circa Ward salvò la pupa di un lepidottero (sfinge) in un “ambiente naturale” e la sigillò in un contenitore. La storia non ricorda il destino del lepidottero, ma dopo un po’ di tempo Ward notò che alla base del contenitore chiuso dal terreno iniziavano a germogliare delle felci: la sua curiosità su quanto tempo queste potessero vivere in un ambiente protetto, o meglio sigillato, portò a una delle scoperte botaniche ed economiche più importanti dell’età vittoriana: la cassetta wardiana (Wardian Case).

Una classica Wardian caseDa “The Victorian Fern Craze” di DE Allen (Hutchinson, 1969)

“When the attempt had been given up in despair, a fresh impetus was given to my pursuits, and I was led to reflect a little more deeply upon the subject, in consequence of a simple incident which occurred in the summer of 1829. I had buried the chrysalis of a sphinx [moth] in some moist mould contained in a wide-mouthed glass bottle, covered with a lid. In watching the bottle from day to day, I observed that the moisture which, during the heat of the day arose from the mould, condensed on the surface of the glass, and returned whence it came; thus keeping the earth always in some degree of humidity. About a week prior to the final change of the insect, a seedling fern and a grass made their appearance on the surface of the mould.
I could not but be struck with the circumstance of one of that very tribe of plants which I had for years fruitlessly attempted to cultivate, coming up sponte sua in such a situation, and asked myself seriously what were the conditions necessary for its well-being? To this the reply was — a moist atmosphere free from soot or other extraneous particles; light; heat; moisture; periods of rest; and change of air. All these my plant had; the circulation of air being obtained by the diffusion law already described.
Thus, then, all the conditions requisite for the growth of my fern were apparently fulfilled, and it remained only to test the fact by experiment. I placed the bottle outside the window of my study, a room with a northern aspect, and to my great delight the plants continued to thrive. They turned out to be L. Filix mas and the Poa annua. They required no attention of any kind, and there they remained for nearly four years, the grass once flowering, and the fern producing three or four fronds annually. At the end of this time they accidentally perished, during my absence from home, in consequence of the rusting of the lid, and the consequent too free admission of rain water.”

(Nota: Ward fa riferimento alle felci come piante cresciute da seme e non da spore, inoltre chiama il bozzolo del lepidottero crisalide, termine oggi associato alla pupa di una farfalla).

Preso dal fervore per la sua scoperta, Ward inizò tutta una serie di esperimenti costruendo dei terrari in vetro più grandi che riempirono il suo giardino e ogni stanza della sua abitazione: alcuni li mise perfino sopra il tetto di casa! Il terrario più grande (2.4 mq) conteneva al suo interno più di 50 specie di piante abbarbicate sulla riproduzione di una finestra della Tintern Abbey (a lato foto).

I contatti con la famosa Loddiges Nursery che sponsorizzava le spedizioni esplorative volte alla scoperta di nuove piante, gli permisero di testare il potenziale della sua invenzione per il trasporto di esemplari per mare. All’epoca la sopravvivenza a questi lunghi viaggi era impensabile. Le piante tenute sottocoperta morivano per mancanza di luce, mentre quelle tenute sul ponte per salsedine, forti venti, bruciature da sole e mancanza d’acqua.

Wardian Case da interno (dal libro di Ward del 1852)

Crescere e spedire piante sotto vetro non era cosa nuova, ma nuovo era il concetto dell’ambiente sigillato non contaminato dalle condizioni atmosferiche circostanti.
Ward fece quindi costruire da un carpentiere una cassa per le sperimentazioni, il telaio doveva essere in legno duro e le connessioni più rigide e resistenti possibili: questo per evitare danni per effetto della condensa. Ed ecco nato il primo terrario!.
Nel 1833 spedì in due casse delle felci native dell’Inghilterra in Australia, questo fu il suo primo grande esperimento. Dopo 6 mesi di navigazione il carico sbarcò nel porto di Sydney con le piante vive e vegete! Le casse come su richiesta vennero pulite e riempite di specie native australiane che prima di allora non si erano mai riuscite a trasportare oltremare; nel febbraio del 1835 il carico salpò e la nave sconvolta dalle tempeste di Capo Horn e arrivò a Londra solo dopo 8 mesi di navigazione. Le casse erano sul ponte e non erano state aperte nonostante le temperature fossero variate da -7 a 49 C° e coperte dalla neve durante parte del viaggio.
In città Ward attendeva ansioso di visionare il carico. Nel suo libro del 1852 scrisse: “I shall not readily forget the delight expressed by Mr. G. Loddiges, who accompanied me on board, at the beautiful appearance of the fronds of Gleichenia microphylla [umbrella or coral fern], a plant now for the first time seen alive in this country.”
L’esperimento ebbe successo e Ward pubblicò un pamphlet dal titolo “The growth of Plants without open exposure to the Air” in cui descriveva i sui metodi. A questo seguì la pubblicazione nel 1842 del libro “On the Growth of Plants in Closely Glazed Cases”.
Dopo di lui tutta l’Inghilterra iniziò a usare i terrari, sia per le coltivazioni cittadine che per le spedizioni via mare e Loddiges potè constatare che il tasso di sopravvivenza delle piante era cresciuto dallo 0.1 al 90%.
Joseph Dalton Hooker fu uno dei primi a servirsi delle cassette wardiane per la sua spedizione in Antartico nel 1839, ma il primo di cui si ha notizia fu John Gibson, pupillo di Paxton, che partì per l’India nel 1835 per conto del duca del Devonshire, in un viaggio che lo tenne lontano dall’Inghilterra per oltre 2 anni e che riportò al duca più di 80 specie di orchidee diverse, tra cui quello che venne chiamato Dendrobium devonianum, che fiorì per la prima volta nelle serre di Chatsworth nel 1840.

Nel 1854 il dott. Ward diede lettura della sua scoperta alla Royal Society nel Chelsea Physic Garden: in quel tempo era già noto che la sue wardian cases avevano cambiato la faccia del commercio in tutto il mondo. Queste rimasero in uso per parecchio tempo, si dovette aspettare più di un secolo l’arrivo delle buste in plastica e le ingombranti e pesanti cassette vennero soppiantate.

Curiosità e alcuni esempi del modo in cui è cambiata l’agricoltura internazionale:
•Un botanico scozzese A. Maconochie rivendicò di aver scoperto il terrario prima di Ward nel 1825 ma non rese pubblica la sua invenzione fino al 1839 quando il terrario di Ward era già in uso … trop tard!
•Gli studi di Ward portarono nelle case della middle class vittoriana la moda di terrari “elaborati” e acquarii: la combinazione di acquario-terrario fu chiamata nei paesi di lingua anglofona Warrington Case.
•Un tipo di muschio africano fu chiamato Wardia in suo onore.
•Negli ultimi anni della sua vita si ritirò a Clapham Rise nel sud est di Londra in una casa che volle chiamare “The Ferns” (Le Felci).
•Joseph Hooker fu tra i primi esploratori a servirsi delle cassette, spedendo molte specie diverse in Inghilterra durante i suoi viaggi durati 4 anni, dal 1839 al 1843, sul “Terror and Erebus” con il Capitano James Clark Ross.
•Robert Fortune usò le cassette per trasportare 20,000 piante di tè da Shanghai alla regione dell’ Assam in India, dove, ancora oggi, si produce uno tra i migliori tè del mondo.
•Nel 1851 per la Grande Esposizione di Londra Ward mise in mostra una bottiglia contente felci e muschi sigillata da più di 18 anni …
•L’orchidomania della tarda età vittoriana fu interamente possible grazie alle cassette del Dr Ward, e molte delle piante che oggi abbiamo nei nostri appartamenti vennero raccolte e portate in Europa dai loro luoghi d’origine nelle cassette wardiane.
•L’Hevea brasiliensis, l’albero della gomma da Pará in Amazzonia, venne spedito con successo a Kew, da lì verso la Malesia e lo Sri Lanka, dove si stabilì l’industria della gomma coloniale inglese. Questa fu una grande risorsa durante le due guerre mondiali, e contribuì significativamente alla vittoria degli alleati nella seconda Guerra Mondiale.

Testi e ricerche di Elettra Zardo.