Archivio mensile:Febbraio 2011

A Schio… e dintorni

La bellissima intuizione di riportare le orchidee a Schio – famosa la serra esotica nel Giardino Jacquard, spazio storico naturalmente deputato per eventi legati alle specie esotiche, orchidee comprese – ha radicato nel territorio dell’alto vicentino. Ecco una delle tante iniziative a riguardo.

Nell’attesa che i due Comuni contendenti (Schio e Thiene) trovino un modus vivendi per proporre al meglio una o più eventi orchidofili nel territorio, gli appassionati locali si radunano spontaneamente per approfondire la loro passione orchidofila.
Ecco il manifesto promozionale: chi è interessato prenda contatti con i promotori… potremmo già chiamarli “Gruppo orchidofilo Jacquard”, ma questo è solo un mio pensiero.

Gastrochilus, storie e ricordi

Note tassonomiche
Sottofamiglia: Epidendroideae.
Tribù: Vandeae.
Sottotribù: Sarcanthinae.
Genere: Gastrochilus.

Il genere
Questo genere è stato descritto da David Don nel 1825.
La specie tipo è Gastrochilus calceolaris, sinonimo Aerides calceolaris.

Origine del nome generico:
Gastrochilus deriva dalla combinazione di due parole greche: gaster– stomaco – e cheilos labbro, con riferimento alla forma “panciuta o a sacco” osservata nel labello di una specie molto bella, scoperta in Birmania (ora Myanmar) da Boxall nel 1873: Gastrochilus bellinus.

Tassonomia
Le specie del genere Gastrochilus hanno girovagato per molti anni nell’incertezza; sono state incluse per molto tempo nel genere Aerides, poi sono state spostate nel genere Saccolabium.
Dopo varie revisioni (Holttum, Garay e Seidenfadden, rispettivamente 1964 -1972-1988), costituiscono ora un gruppo di oltre 20 specie, distribuite in India, Asia orientale, Malesia ed isole vicine.
Le specie di questo genere sono epifite a sviluppo monopodiale, e assomigliano molto alle piante appartenenti al genere Aerides. Le foglie sono coriacee, distiche, e dalle loro ascelle escono corte infiorescenze portanti piccoli gruppi di fiori carnosi e compatti.
Il colore del fiore è generalmente di tonalità bianco-ocra tendente al giallo con punteggiature scure, a volte quasi dominanti. Parte del labello è fusa con il bordo esterno del sacco ed è spesso ornato con frange carnose simili a capelli.

Coltura:
Gran parte delle specie di Gastrochilus possono essere coltivate in cestini di legno e/o zattere ruvide; la scelta deve tener conto del portamento vegetativo delle singole specie.
Luce lievemente filtrata, ambiente intermedio-caldo e costantemente umido, garantiscono una buona crescita delle specie di questo genere.
Dopo la fioritura, durante la fase di piccolo riposo, conviene rallentare le bagnature e le fertilizzazioni, che vanno riprese molto generosamente nel periodo vegetativo.

Le specie
Incerto è il numero esatto delle specie, alcuni testi ne citano poco più di 20, altri oltre 40, ad ogni modo sono tutte abbastanza similari, sia nella morfologia delle piante che dei fiori; esse variano di dimensione e di portanza (alcune specie tendono ad assumere portamento pendulo, altre più retto), mentre i fiori si differenziano per il colore, per la pigmentazione a macchie scure (in certi casi assenti), più o meno estesa e per le frangiature del labello a volte pubescenti.
Tutte le specie del genere Gastrochilus sono affascinanti e piacevoli da coltivare perché occupano poco spazio e donano fioriture deliziose.
Fra le tante specie di Gastrochilus della mia collezione mi piace ricordarne due, che mi ricordano più di altre, eventi, storie e qualche passata soddisfazione: Gastrochilus calceolaris e Gastrochilus bellinus.

Gastrochilus calceolaris
Gastrochilus calceolaris Demaflor” BM DOG 94 [Buch.-Ham. ex Sm.] D. Don 1825
Sinonimi: *Aerides calceolare Buch.-Ham. ex Sm. 1813 –Aerides calceolaris J.E. Sm. ?- Aerides leopardorum Wall. ex Hook. 1890- Ascochilus mindanaensis (Ames) Christenson 1985 – Epidendrum calceolare (Buch.-Ham. ex Sm.) D.Don 1825 – Gastrochilus philippinensis Ames 1915 – Gastrochilus sororius Schlechter 1913 – Saccolabium calceolare [D. Don] Lindley 1839 – Sarcochilus nepalensis Sprengl. 1828
* Questo asterisco indica il basionimo della specie.
Basionimo = Uno dei primi nomi (non neccessariamente il primo), dato ad una specie.

Ricordi
1994, EOC di Hannover
Il 1994 è un anno molto particolare per le orchidee della mia collezione. Con una buona dose di incoscienza accetto di partecipare all’EOC di Hannover (esposizione orchidofila Europea).
Per l’orchidofilia italiana inizia un bel periodo virtuoso, carico di speranze e di aspirazioni.

Le medaglie
Fra le varie medaglie assegnate alle mie orchidee in quel lontano 94, tre sono state vinte da un esemplare di Gastrochilus calceolaris (bronzo per la coltivazione, bronzo per la specie botanica e seconda specie classificata nell’intera esposizione).
In quell’occasione la pianta è stata battezzata con il nome di cultivar “Demaflor” – Gastrochilus calceolaris “Demaflor” BM DOG 94 –

Errori di nomenclatura
L’attestato rilasciatomi dalla DOG (vedi sopra), riporta in maniera non corretta, sia il nome generico che quello di specie. Ovviamente, questa è solo una simpatica digressione per far notare quanto sia facile sbagliare quando si ha a che fare con la tassonomia.

La crisi post mostra
L’esemplare reduce da Hannover tornò a casa malconcio e disidratato e per lui iniziò una crisi quasi irreversibile: la cosidetta “crisi dell’esemplare”.
Dopo due anni di vita stentata, nella speranza di salvare la pianta premiata, fui costretto a dividere e risistemare quel che rimaneva di lei. Dopo 13 anni di cure, quella che si vede in alto è la sua prima fioritura rigogliosa.

Gastrochilus bellinus

Gastrochilus bellinus [Rchb.f] Kuntze 1891
Sinonimi: *Saccolabium bellinum Reichb.f. 1884
L’asterisco (*) indica il basionimo della specie.
Basionimo = Uno dei primi nomi (non neccessariamente il primo), dato ad una specie.

Questa specie è stata scoperta in Birmania (ora Myanmar) da Boxall nel 1873. Le prime importazioni curate dalla famosa ditta Low and Co introdussero la nuova specie nelle collezioni europee con il nome di Saccolabium bellinum; nel 1891 fu trasferita nel genere Gastrochilus da O. Kuntze.
Veitch, in una sua annotazione del 1887, accenna che Saccolabium bellinum assomiglia molto alla specie tipo Saccolabium calceolare, effettivamente le due specie sono vagamente somiglianti nel colore dei fiori, ma divergono per dimensione e morfologia, sia dei fiori (forme più piene e maculature più estese in Gastrochilus belinus), che delle piante.
Specie nativa in Birmania (ora Myanmar), Thailandia, Sud della Cina e Laos da 600 a 1600 metri di altitudine.
Pianta epifita di dimensioni medio piccole a sviluppo monopodiale. Il corto gambo vegetativo porta 6-8 foglie falcate, strette, oblanceolate, con gli apici bifidi e marcatamente disuguali. Le infiorescenze si formano all’apice di corti steli eretti, con pochi fiori (3 -8) maculati, fragranti e cerei: fioriscono sul finire dell’inverno.

Coltura
Questa specie ha due caratteristiche morfologiche che consigliano di coltivarla su zattera: radici grosse e carnose da lasciar crescere in libertà e corti steli fiorali che rimarrebbero nascosti e soffocati nelle piante coltivate in vaso.
La fioritura che si vede in foto è la prima dopo la sistemazione della pianta su zattera, prima era in vaso ed aveva perso quasi tutte le radici a seguito di marcescenze, per questo motivo sono felice.

SAN VALENTINO CON GIULIETTA

Musica sul blog: Romeo and Juliet _ The Movie 1968

Già! Sono 22 gli anni trascorsi da quella prima e bella mostra di orchidee organizzata al FLOVER di Bussolengo.
Quell’idea – lungimirante – di dedicare spazio e protagonismo alle associazioni orchidofile in occasione di eventi legati al commercio dei fiori, ha fatto scuola nel tempo.
Eravamo tutti un pò più giovani allora. Da poco – su mio impulso – nel Triveneto era nata l’ATAO, con lo spirito dichiarato di promuovere iniziative propedeutiche alla divulgazione dell’hobbby orchidofilo.
Si direbbe oggi: eravamo sul territorio – e per l’appunto – i giovani titolari del FLOVER, colsero la nostra vocazione e ci misero a disposizione spazio, ed organizzazione. Nacque la prima Festa delle orchidee a San Valentino.
L’andare degli anni scivolò veloce insieme alle mostre, sempre belle ed originali. Presto, l’ATAO si perse per altre strade e la rappresentanza del mondo amatoriale orchidofilo, in quella festa, fu garantita da vari collezionisti – me compreso – che successivamente diedero vita a Orchids Club Italia, anche quest’anno ospite ed organizzatore dell’esposizione botanica.

Il tema della 22a edizione: SAN VALENTINO CON GIULIETTA

Sentirsi Giulietta nel giorno di San Valentino.
Gli innamorati potranno rivivere la storia d’amore di Romeo e Giulietta.
Nel week end di San Valentino, sabato 12 e domenica 13 febbraio una fedele riproduzione del balcone di Giulietta, lo scrittoio, gli abiti storici, riporteranno gli innamorati a rivivere le vicende di Capuleti e Montecchi, in collaborazione con il Sipario Medievale.

A partire da Sabato 12 Febbraio, fino a Lunedì 14 febbraio, a fare da sfondo ci sarà l’esposizione delle specie piu belle e particolari di Orchidee, provenienti dalle collezioni dei soci di Orchids Club Italia e dalla collezione privata di Frank Roellke, valido rappresentante di una fra le più importanti coltivazioni tedesche di orchidee.
Negli stessi giorni Frank Roellke allestirà un suo punto vendita, dove potrete trovare una vasta e completa gamma di orchidee da collezione, a partire dalle sue semine in beute, fino a tutti i prodotti accessori tipo:
Fertilizzanti mirati – compost – sfagno ed altro.
Sono possibili anche pre-ordini su commissione, ecco il link … veloci però! Manca poco alla festa.
Vi aspettiamo numerosi.

Orto Botanico di Padova e visita alle Phal. dei Fratelli Menin

Ripropongo un bellissimo reportage… scritto un lustro fa! Sembra ieri.

Il sabato dell’orto: una bella giornata di cultura, amicizia ed allegria.
La giornata, interessante e coinvolgente è scivolata velocemente. Per i più lontani l’avventura è cominciata ancora con il buio e, complice l’indesiderata nebbia, si è verificato qualche ritardo: ad ogni modo, il gruppo del Club si è compattato in sintonia con i programmi.
La neve caduta i giorni precedenti ed i deboli raggi di sole, che filtravano a fatica tra la nebbia Patavina, rendevano ancor più incantati gli aerali esterni dell’Orto.
A camminare infreddoliti, lungo i viali dell’Orto botanico di Padova eravamo quasi una cinquantina di visitatori del gruppo “Orchids Club”.
L’interesse di noi orchidofili era rivolto soprattutto alla serra delle orchidee, ma la bravura di Roberto (curatore delle serre e per l’occasione, nostra guida) ha catturato la generale attenzione e ci ha accompagnato in un viaggio affascinante, carico di cultura, storia e magica atmosfera tra le piante dormienti dell’Orto.

HORTUS SIMPLICIUM
Un viaggio carico di storia, architettura e botanica, lungo quasi mezzo millennio.

Ieri, davanti a noi c’era un partimonio storico ambientale di primaria importanza, che possiamo considerare l’origine di tutti gli orti botanici del mondo, la culla della scienza, degli scambi scientifici e della comprensione delle relazioni tra la natura e la cultura. Un patrimono sotto l’egida dell’Unesco, che ha largamente contribuito al progresso di numerose discipline scientifiche moderne, in particolare la botanica, la medicina, la chimica, l’ecologia e la farmacia.

Cenni storici
L’Orto botanico di Padova, fondato nel 1545 su un terreno dei Monaci Benedettini di Santa Giustina è il più antico Orto Botanico Universitario del mondo, tuttora esistente. Fu istituito su delibera del Senato della Repubblica Veneta per la coltivazione delle piante medicinali, che allora costituivano la grande maggioranza dei “semplici”, cioè di quei medicamenti che provenivano direttamente dalla natura.
Proprio per questa ragione i primi Orti botanici furono denominati “Horti simplicium”.
Regnava allora grande incertezza circa l’identificazione delle piante usate in terapia dai celebri medici dell’antichità e frequenti erano gli errori ed anche le frodi, con grave danno per la salute pubblica.
L’istituzione di un Horto Medicinale, sollecitata da Francesco Bonafede che ricopriva la Cattedra di “Lettura dei semplici”, avrebbe permesso agli studenti un più facile riconoscimento delle vere piante medicinali. Per questo scopo, il primo “custode” dell’Orto, Luigi Squalermo detto Anguillara, vi fece introdurre e coltivare un gran numero di specie (circa 1800).
Non esistono documenti che attestino la paternità del progetto dell’Horto medicinale, mentre è documentato il coinvolgimento nei lavori di esecuzione dell’architetto bergamasco Andrea Moroni, in quel tempo impegnato nella costruzione di importanti edifici pubblici e religiosi, come il Palazzo Moroni.
La forma trapezoidale del terreno a disposizione condizionò la pianta dell’Orto. Fu creata una struttura circolare con un quadrato inscritto, suddiviso in quattro quadrati più piccoli e da due viali perpendicolari. Pochi anni dopo la fondazione, nel 1552, fu costruito un muro circolare di recinzione (da cui anche i nomi di Hortus sphaericus, o Hortus cinctus, oppure Hortus conclusus), per impedire i continui furti notturni delle preziose piante medicinali coltivate nell’Orto.
La struttura architettonica dell’Orto subì in tempi successivi modifiche e arricchimenti, che però non alterarono in modo sostanziale il disegno originario.
Successivamente vennero anche realizzate serre in muratura, in sostituzione delle “conserve” mobili utilizzate in precedenza; una di queste serre ottocentesche conserva ancora l’originale struttura interna con eleganti archi e colonnine in ghisa.
Con l’aumentare dell’importanza dell’Orto si resero necessari spazi attrezzati per lo studio della botanica e fu perciò costruita un’aula ad emiciclo della capienza di cento studenti, detta “teatro botanico”, tuttora in uso per lezioni e riunioni. Sul cornicione del “teatro botanico” furono collocati i busti di eminenti studiosi: al centro quello di Francesco Bonafede, promotore dell’istituzione dell’Horto medicinale, e quelli di Giuseppe Pitton de Tournefort, Carlo Linneo, Antonio Bernardo de Jussieu e di Marcello Malpighi.

Vivono nell’Orto patavino alcune piante notevoli per la loro vetustà, normalmente indicate come alberi storici.

Il curatore delle serre esotiche sta illustrando la “Palma di Goethe”

All’interno dell’Hortus sphaericus si possono ammirare una palma di S. Pietro (Chamaerops humilis L.) che è attualmente la pianta più antica dell’Orto in quanto messa a dimora nel 1585 e resa famosa da Goethe, alla quale dedicò anche alcuni scritti ed opere scientifiche, un ginkgo (Ginkgo biloba L.) del 1750 ed una magnolia (Magnolia grandiflora L.) probabilmente piantata nel 1786 e ritenuta la più antica d’Europa.
Altri alberi storici si trovano nell’Arboretum realizzato dalla seconda metà del Settecento, ad opera dei Prefetti Giovanni Marsili e Roberto de Visiani, situato all’esterno del muro circolare. In quest’area fu inserita anche una collinetta artificiale (“Montagnola” o Belvedere) con sentieri sinuosi secondo un disegno di parco romantico all’inglese.
Si trovano in questi spazi un gigantesco platano orientale (Platanus orientalis L.) del 1680 con il fusto cavo ed inoltre un cedro dell’Himalaya (Cedrus deodara (D.Don) G.Don fil.), molto meno vetusto del precedente e quindi non ancora considerato albero storico, ma importante perché si tratta del primo esemplare di questa specie introdotto in Italia (1828).
Alberi interessanti – anche se non storici – sono gli annosi Cipressi calvi (Taxodium distichum (L.) Rich.) originari delle paludi della Florida e della Louisiana, inseriti lungo il canale Alicorno presso il ponte di ingresso (Ponte delle Priare) ed una Metasequoia (Metasequoia glyptostroboides Hu& Cheng), specie conosciuta solo come fossile fino al 1942, poi trovata vivente nella Cina Occidentale. I suoi semi sono stati diffusi in tutto il mondo e un individuo vive dal 1961, nel quarto medicinale presso la porta Sud, accostato alla cinta muraria dell’Ortro.
In vicinanza della porta Nord, è vissuto fino al 1984 un venerando esemplare di Agnocasto (Vitex agnus-castus L.) la cui presenza in Orto è testimoniata dal 1550.

Abbiamo visitato anche le serre tropicali, e…la serra delle orchidee.
Alla vista della serra delle orchidee, per noi orchidofili è stato come scoprirle quasi nascoste per caso fra altri importanti generi vegetali. La collezione dell’Orto botanico, curata con passione e bravura da Roberto, ci ha fatto vivere sensazioni quasi reverenziali: le specie di orchideee presenti, seppur abbastanza comuni nelle nostre collezioni, assumono una portanza unica… loro abitano in luoghi famosi ed importanti.
C’erano diversi esemplari di Phapiopedilum, non molte specie per la verità e quasi tutte a foglia verde lanceolata (da serra fredda tipo P. insigne), ma fra queste ha attirato la mia attenzione una pianta con tre getti a foglie maculate Paphiopedilum delenatii Guillaumin …..il curatore ha detto che è una pianta in affidamento, frutto di un sequestro della polizia doganale Aeroportuale.

Finita la visita (ore 12.30 circa) ci siamo dati appuntamento per la meritata siesta in una trattoria della bassa Padovana per poi andare in visita alle serre dei F.lli Menin.
La pausa conviviale è stata una piacevole occasione per fraternizzare. Questa volta eravamo in tanti e molte amiche ed amici si incontravano per la prima volta.
L’immancabile Prosecco di Cartizze del brindisi iniziale, la buona cucina e le tante cose da dirci con i piedi sotto la tavola ci hanno sorpreso alle 15 e 30 ancora in Ristorante.

Caffé veloce e via di corsa alle vicine serre, dove ci stavano attendendo i titolari.
L’Azienda dei Fratelli Menin produce Orchidee (soprattutto Phalaenopsis) e Lilium; si articola in 45.000 metri quadri di serre riscaldate.
Giunti nella prima serra, che funge praticamente da magazzino di carico scarico, uffici ed officina, siamo stati sottoposti ad una simpatica operazione di “decontaminazione”.
L’ambiente delle serre deve essere il più possibile protetto da agenti batterici e fungini esterni e pertanto l’accesso di persone estranee deve avvenire con cautela.
A titolo cautelativo abbiamo indossato dei grembiuli, abbiamo coperto le scarpe con del tessuto non tessuto e ci siamo strofinati le mani con una sostanza gelatinosa anti spore fungine.
Così conciati abbiamo iniziato a seguire il ciclo vegetativo delle Phalaenopsis (fiore all’occhiello della coltivazione aziendale).

Serre a temperatura costante 28° nella fase di crescita delle Phalaenopsis
Le piantine di Phalaenopsis giungono dai loro fornitori (olandesi penso) già seminate in contenitori comuni, quando hanno ormai un anno d’età.
Sono trapiantate in vasi di plastica trasparenti e sistemate in bancali semoventi, dove iniziano un ciclo di circa 40 settimane dedicate allo sviluppo.
In questa loro fase di vita, rimangono ad una temperatura costante di 27 – 28 gradi centigradi con il 60 – 70% d’umidità relativa e sono sottoposte ad un ciclo luminoso giornaliero di 13 ore con 6000 lux medi.
Un programma computerizzato registra ed elabora costantemente i dati di sviluppo (implementati ancora con l’ausilio di operatori esterni) stabilisce volta per volta le necessità alimentari, idriche e luminose delle piante.
A breve il programma sarà completamente automatizzato attraverso l’inserimento di sensori nelle piante, che rileveranno in tempo reale lo stato complessivo dello sviluppo.
La nostra guida poneva l’accento con passione sul concetto, che l’intero ciclo dello sviluppo non deve mai subire rallentamenti: ogni trauma ( siccità, acqua troppo fredda, luce ecc) influisce negativamente.

Solamente acqua piovana o trattata con osmosi inversa
Per questi motivi è usata quasi esclusivamente acqua piovana (tutti i tetti delle serre sono dotati di gronde raccoglitrici, che trasportano l’acqua delle piogge in capienti vasche di raccolta), nei casi di mancanza di quella piovana è usata acqua trattata con il processo d’osmosi inversa.
Allo scopo di evitare indesiderati stress alle piante, l’acqua di bagnatura è portata alla stessa temperatura dell’ambiente: 26 – 28 gradi.

La fase del freddo
Terminato il ciclo di crescita delle Phalaenopsis, queste, sono spostate in serre fredde per 9 settimane, in gergo “in frigo” a temperatura oscillante tra i 15 ed i 18 gradi e sottoposte a luce pilotata non inferiore ai 13.000 lux medi giornalieri.
E’ questo il periodo dello stress freddo e secco (l’umidità ambientale può e deve diminuire rispetto a prima) in cui le phalaenopsis sono indotte alla fioritura; è anche il momento decisivo del raccolto: più gemme fiorali sono indotte ad ingrossarsi, più steli cresceranno e le piante acquisteranno più valore commerciale.
A questo punto le Phalaenopsis sono pronte per inondare il mercato; quelle dell’Azienda Menin sono sicuramente resistenti e presentano fioriture molto durature.

Durante l’escursione, le amiche ed amici presenti hanno posto domande a raffica…nei loro sguardi traspariva sorpresa e smarrimento, davanti a tutte quelle orchidee in ottima salute.
Le due domande d’obbligo riguardavano la concimazione e la frequenza di bagnatura, cruccio e angoscia di tutti gli orchidofili.

Le concimazioni vengono somministrate ad ogni bagnatura, in quantità e titolazione stabilita volta per volta da uno staff tecnico, dopo aver elaborato i dati di crescita rilevati dal programma computerizzato.

Le bagnature non hanno una cadenza fissa e sono altresì decise da tre tecnici che dopo aver ispezionato autonomamente lo stato del substrato, si consultano e prendono una decisione a maggioranza. I riferimenti da valutare riguardano il peso dei vasi (di plastica trasparente), il colore delle radici ( ancora verdi = non bagnare, bianche = valutaziona favorvole alla bagnatura) e non da ultimo, la fase di coltivazione: periodo di sviluppo piuttosto che condizione di stress freddo e secco per la stimolazione delle gemme fiorali.

Si dirà, cosa centra tutta questa prosopopea sulla coltivazione intensiva…con il collezionismo delle orchidee? Non molto per la verità, ma serve sicuramente a farci conoscere di più, la vita di tutte le orchidee cosiddette “commerciali”. Serve anche a capire quanto sono duttili le nostre orchidee, che riescono a vivere…ed anche bene, anche in condizioni estreme.

Appuntamento all’EOC di Padova
La giornata è terminata verso le 18… immancabilmente, a tarallucci e vino. Ci siamo scambiati affettuosamente i saluti e nel cuore abbiamo conservato tanta voglia di ritrovarci…guarda caso ancora a Padova, all’EOC fra un mese.

Alcune notizie relative all’Ortobotanico sono tratte liberamente dal sito: www.ortobotanico.unipd.it