Coltivare le orchidee con passione… un po’ di satira ironica e qualche consiglio

Orchidee, che disperazione!
Generalmente l’incontro con le orchidee comincia per caso, a volte anche senza cercarle.
Si dice che agiscano come un virus che si insinua nella mente per portarla lontano, lontano.
Sono loro a dettare l’agenda. Sono loro a decidere se sei adatto alla loro proliferazione, sono loro a capire se possono vivere in simbiosi con te.
Se il virus non attecchisce, loro se ne vanno presto dalla tua vita, ma se incontrano terreno fertile ti trovi ben presto legato al loro mondo fantastico, quel mondo che da secoli toglie sonno e soldi a generazioni di appassionati. Senza distinzione di casta, ovviamente.

Una febbre antica
La febbre per il collezionismo orchidofilo nasce qualche secolo fa. Agli inizi sono stati i ricchi ed i nobili a farsi catturare dalla folle passione per tutto quanto faceva “esotico” e le orchidee hanno rappresentato l’iperbole della loro follia.
Storie romantiche, scandali, tragedie, sotterfugi e miti ormai relegati nei vecchi libri di qualche biblioteca, hanno segnato tutto il percorso storico delle orchidee coltivate, fino ad arrivare ai nostri giorni.

Ora è facile, quasi banale procurarsi orchidee da collezione o più semplicemente da coreografia ambientale: internet toglie anche il piacere di sceglierle tra le tante specie esposte nei banchi dei produttori, ciò nonostante quel virus mutante, continua ancor oggi a far – metaforicamente- strage di orchidofili e di orchidofile.

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Orchivirus moderno
Il cosiddetto “orchivirus” – metafora sempre attuale – è mutante e si divide in vari “ceppi”:
– Chi è “colpito” dal ceppo “B come business” vede solo e soprattutto l’aspetto economico: con le orchidee si fanno soldi… pensa. Non importa saper coltivare, non fa nulla se non si è raggiunta sufficiente conoscenza botanica e scientifica, basta buttarsi nel commercio.
Questo ceppo attecchisce facilmente nel settore del vivaismo generico, non in tutto, ma questo è il suo substrato di coltura ed il proliferare di troppe mostre mercato con le orchidee come “aggancio” ne sono i frutti. Questo ceppo sta dilagando eccessivamente, però siamo già al picco di massima.

– Un altro ceppo attacca solamente la piccola fascia della “noblesse oblige”…che dispone o che dispone senza nobiltà. C’è chi giura che questo ceppo sia assai virulento e che stordisca quasi come un amore senile: tutto e subito… il tempo è poco!

– Un terzo ceppo di virus orchidofilo è quello per così dire “generico” quello delle pandemie, quello che da qualche anno colpisce intere popolazioni. La vittima più illustre di questo ceppo è rappresentata dalla metafora della cara signora “Maria”.
Lo strumento più efficace per la divulgazione di questo terzo ceppo è il famoso “corso per coltivare orchidee”.
Questo terzo ceppo è il più benevolo, qualche giorno di febbre, qualche euro speso (iscrizione comprensiva di tessera della associazione promotrice) e poi passa tutto.
Ceppo benevolo, sì perché è questo che seleziona drasticamente, e forgia il prototipo di neofita – collezionista (uomo o donna che sia), che poi durerà nel tempo.

Il neofita
Il neofita, dopo l’innamoramento iniziale, appena comincia ad avventurarsi nel fantastico mondo delle orchidee, si trova subito circondato da dubbi di varia natura, ma fra tutti, i principali sono le tecniche di coltivazione.

Alla ricerca di utili notizie
Il cammino verso le notizie utili, porta sovente alla letteratura e per chi usa internet, alla navigazione sul web, ma non sempre si trovano risposte esaustive.

L’orchidea acquistata con tanto amore se ne sta lì tranquilla, ma nella testa del neofita, frullano mille incognite; sarà epifita, monopodiale, avrà bisogno di fresco, caldo, periodi di riposo, la bagno, non la bagno e poi la tengo su quel piccolo vaso con quel terriccio strano, forse è meglio che la metta su zattera … zattera o tronco di legno?… La cambio di vaso, uno più grande forse?… Ed ecco che parte spontaneo il suo “SOS orchidea”.

Sistemi di coltivazione
Tutti questi dubbi accompagneranno sempre il collezionista, ma col tempo e con l’esperienza capirà che saranno le sue orchidee ad accettare anche condizioni non sempre ideali.
Da tempo sostengo la tesi che, per coltivare con successo orchidee con esigenze diverse, bisogna farle stare tutte un po’ male (o meglio, un po’ bene tutte).
Tralasciando gli aspetti che riguardano ambiente, bagnature e fertilizzazioni che ovviamente meritano capitoli separati – per altro presenti in questo sito – con questo post approfondiremo le varie tecniche di sistemazione delle piante appena acquistate o bisognose di cure.

Prima di tutto dobbiamo dividere le nostre orchidee in gruppi omogenei per necessità colturali: terricole, litofite ed epifite.

Paphiopedilum micranthum orchidea terricola di origine cinese.

Fatta questa prima distinzione è facile stabilire che ad esempio le orchidee terricole, quelle che amano vivere al suolo in substrati drenanti, gradiscono essere coltivate in vasi che simulino il più possibile il substrato naturale del loro luogo d’origine.
Per converso, tutta la grande comunità delle orchidee epifite può essere coltivata con soluzioni più articolate, che ad ogni buon conto, devono simulare gli anfratti naturali degli alberi o delle rocce, dove in natura vanno a cadere i semi per germinare.
Ci sono orchidee epifite che vivono in ambienti freschi, altre invece in zone molto luminose e calde, altre ancora subiscono periodi secchi; queste diversità ambientali caratterizzano la loro morfologia e vanno tenute in debito conto nelle coltivazioni amatoriali.

Ecco di seguito, alcune tecniche di coltivazione delle orchidee epifite e/o litofite.


Su zattera di sughero
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Il termine “zattera”, preso in prestito dal vocabolario per indicare leggerezza e forma rettangolare, va riferito a materiali quali sughero e fibre vegetali di varia natura, predisposte a garantire resistenza agli agenti atmosferici e porosità.
In mancanza di sughero si possono tranquillamente usare pezzi di legno resistente e ruvido (acacia, quercia, ceppi di vite ecc.).


Su zattere di fibra porosa: foto a sinistra.
Su tronchi di legno duro e ruvido: foto a destra.
Cestini di legno
In certi casi, per favorire l’asciugatura del substrato e per consentire la fuori uscita delle radici, si possono usare dei cestini costruiti con stecche di legno duro.
L’utilizzo di cestini di legno, seppur esteticamente accattivante, offre molti lati negativi e non sempre è la miglior soluzione di coltivazione.
1 – Durano poco e per questo bisogna avere la garanzia che siano costruiti con legno resistente alla decomposizione.
2- La sistemazione di nuove piante sullo stesso cestino dismesso è praticamente impossibile.
3- Per evitare fuoriuscite di composto è indispensabile usare bark od altro materiale di grossa pezzatura e non sempre questo concilia con il tipo di orchidea da sistemare.
Vasi di plastica
Le orchidee che devono mantenere sempre il substrato umido, possono essere sistemate in vasi di plastica con composto di corteccia di abete – variamente sminuzzata in funzione della diversa dimensione delle radici -, mista a torba di sfagno o ad altri materiali inerti.

Per le Phalaenopsis, che in piccola misura elaborano il processo di fotosintesi clorofilliana anche attraverso le radici, si possono usare vasi di plastica trasparenti.

Vasi di plastica forati
Ci sono delle orchidee che preferiscono substrato molto arieggiato, in questi casi è consigliabile usare vasi forati. Questa tipologia di vasi garantisce il giusto equilibrio fra il mantenimento del substrato umido e la necessità di arieggiamento radicale
Museruole e cestini di rete metallica
Per sistemare tutta la gamma delle orchidee con il “geotropismo negativo” (formazione degli steli fiorali alla base degli pseudobulbi e rivolti verso il basso) è consigliabile usare contenitori di rete metallica.
La dimensione della retinatura va calcolata in funzione delle abitudini vegetative delle varie specie in coltivazione. In certi casi è indispensabile usare le vecchie e care “museruole”

Fatta questa carrellata generale sulle varie tecniche di sistemazione si tratta di capire quando e quali soluzioni bisogna dare alle varie specie in esame.
Un particolare molto importante che ci aiuta a scegliere la tipologia di coltivazione da adottare è il luogo di vita della pianta: in serra, all’aperto, in casa, in orchidario, ecc.
Alle orchidee sistemate in vasi è garantita una riserva di umidità radicale molto più prolungata ed è quindi consigliabile per coltivazioni domestiche fuori serra.

L’umidità è uno degli elementi fondamentali per garantire un giusto equilibrio alla vita delle orchidee e pertanto per le specie da clima fresco, senza pseudobulbi e con radici sottili è consigliabile sistemarle su zattere e/o tronchetti solamente in serra o nei casi in cui si riesce garantire loro buona umidità ambientale.

Ultima ed importante annotazione a riguardo delle soluzioni per così dire “epifite”; le piante vanno appoggiate alla zattera e/o tronchetto, cercando di sistemarle nelle condizioni del loro sviluppo in natura. Nel caso di vegetazione pendula, sistemare le piante con gli pseudobulbi rivolti verso il basso ed invece in modo opposto nel caso di normale ascensionale, avendo cura di legarle con sottili fili elastici e morbidi -io uso sottilissimi fili di telefonici di rame plastificato -, che garantiscono solidità e morbidezza al contattato con le parti delicate della pianta. In certi casi, piante con apparato radicale delicato ed amanti di letto sempre umido, è utile interporre del muschio o sfagno fra supporto e pianta.

6 pensieri su “Coltivare le orchidee con passione… un po’ di satira ironica e qualche consiglio

  1. ciao
    complimenti per il bel sito
    anch’io mi sono appassionato a questo bel mondo,
    ho una Paphiopedilum con foglie variegate, ce l’ho da 4 anni ed è fiorita solo 2 volte, l’inverno la tengo in casa vicino alla finestra e la primavera la metto in veranda,la concimo 2 volte all’anno,le annaffiatue sono regolari, cosa può essere che non le va bene?
    adesso volevo acquistare le seguenti specie e volevo chiederti se secondo te sono indicate per un neofita come me.
    bletilla striata
    bulbophillum putidum
    vanda cristata
    vanilla planifolia.
    un caloroso saluto

    • Ciao Francesco, benvenuto fra le orchidee, grazie per i complimenti.
      Prova a cambiare il substrato del tuo Paphiopedilum, sarà una buona occasione per verificare lo stato delle radici – togli quelle secche e/o marcite.
      A grandi linee il composto per rinvasare i Paphiopedilum può essere:
      60% bark, 40%torba di sfagno (possibilmente filamentosa), il tutto miscelato con una manciata di pietrisco di dolomite ( roccia calcarea macinata).
      Concimala ogni 15/20 gg. con fertilizzante equilibrato – composto sempre umido e luce filtrata ( mai sole diretto.
      Della lista dei desideri, lascierei perdere la Vanilla planifolia… in condizioni non ideali non ti fiorirà mai.
      Ciao a presto.
      Guido

      • grazie mille guido, sei molto gentile, allora la planifolia la lascio dovè :-))
        l’orchidea è in veranda ed il sole si cè ma non lo prende direttamnete, adesso cambiero il substrato come tu mi hai detto
        sabato vado a morosolo per le giornate delle orchidee, mi sembra una bella azienda e sopratutto seria

  2. Ciao Lori, benvenuta fra noi e grazie per i complimenti.
    Purtroppo non è facile trovare in commercio – al minuto s’intende – vasi di plastica forati ai loro lati, conviene forarli artigianalmente. Un metodo efficace è quello di usare un punzone da calzolai – si trova facilmente nei negozi di ferramenta – con il quale agire sulle pareti verticali del vaso.
    Per i cestini, una vasta gamma autocostruitra dai soci di Orchids Club Italia, comprese le introvabili museruole, saranno messi in vendita per autofinanziare il Club, in Fiera a Pordenone in occasione della prossima “PORDENONEORCHIDEA”.
    Guido

  3. penso di essermi beccata il terzo ceppo del virus, però non voglio guarire 😉 siete bravi e simpatici, bella questa rappresentazione dell’orchidiota.
    Dove posso trovare cestini e vasi forati?
    Grazie anticipate, Lori

    • Premesso che come orchidofilo sono una schiappa in fase pressoche’ quiescente, cxome un dendrobium in attesa da anni di un monsone, ma data la recente deformazione professionale di mia moglie che s’e’ dedita all’allevamento delle capre e ovviamente alla produzione del di loro formaggio, vedendo i cestini forati mi sono venute in mente le “formine” e i cestini che lei usa per fare formaggi e ricotte.
      Dato che i cestini da ricotta sono pensati “usa e getta” credo durerebbero poco, ma le forme per i formaggi – ci sono tutte le misure del mondo dal tomino alla forma di Grana Padano!- sono belle robuste. Sinceramente devo pero’ dire che on so come potrebbero comportarsi agli ultravioletti, quasi certamente si disfano in poco tempo.
      Si trovano in negozi di forniture di impianti e accessori zootecnici / mungitura e cose simili.

Ciao! Che ne pensi?

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