Paphiopedilum: la grande avventura della loro coltivazione

Composti per il rinvaso dei Paphiopedilum.
Nel variopinto mondo delle orchidee, non c’è nulla di più intricato della giusta soluzione per il loro substrato di coltura.

I prodotti per realizzare i vari composti sono legati alle diverse zone di coltivazione e quindi alla facilità di reperimento di materiali esistenti in loco.
Sentiremo parlare di, sfagno (muschio acquatico), di bark (corteccia di pino), fibra d’osmunda (esteso groviglio radicale di una felce chiamata osmunda regalis), torba, corteccia di cocco sminuzzata, pietra vulcanica, carbone vegetale, roccia calcarea, terra cotta sminuzzata, ecc.
Sono tutti prodotti dai nomi affascinanti, messi al servizio della fantasia dei coltivatori e spesso sembrano più miracolosi quelli più difficili da reperire.
La nostra fantasia nella realizzazione dei composti per orchidee è messa a dura prova proprio con i Paphiopedilum che essendo orchidee semi terricole, sono relativamente più esigenti delle sorelle epifite (devono trovare essenzialmente nel substrato di coltura, i loro elementi nutritivi).
Non me la sento di elencare tutte le combinazioni, mi limito ad illustrare la mia soluzione, raccomandando di interpretare i miei consigli ed adattarli alle vostre esperienze di coltivazione. Dopo anni di preparazione dei composti per i miei Phapiopedilum, ancor oggi, quando mi accingo ad iniziare la fatidica miscelazione, c’è sempre qualche dubbio che m’induce ad apportare qualche piccola modifica.
La scelta di base parte dalla questa considerazione: utilizzo di materiali facilmente reperibili, che consentano di realizzare c c composto soffice, drenante e che contenga i minerali necessari al nutrimento dei Paphiopedilum.

Prodotti e loro miscelazione
1) – 35% corteccia di pino di media e piccola pezzatura, messa preventivamente a bagno in acqua per almeno tre giorni.
2) – 35% torba di sfagno molto filamentosa.
3) – 20% agriperlite, eolite, pomice equamente miscelate (può anche essere usato solamente uno dei tre componenti, sempre 20% in percentuale totale).
4) – 10% materiale calcareo grossolano, rocce o sassi preventivamente triturati ( sabbia o ghiaino).

Il tutto va depositato in un contenitore capiente per poterlo mescolare energicamente e ripetutamente: a questo punto il composto è pronto per l’uso.
Ultima annotazione: è possibile variare le percentuali secondo la dimensione dei vasi e delle piante (ad esempio per vasi grandi è consigliabile aumentare percentuale e dimensione del bark)

Quando rinvasare.
La regola generale direbbe almeno ogni due anni, nei periodi di sviluppo delle piante e cioè, in primavera (marzo –giugno), oppure in autunno (settembre – ottobre).
In piena estate è sconsigliabile toccare le piante perché sono stressate dal caldo: stesso discorso per motivi opposti, durante la stagione fredda.
Volendo entrare un po’ più nel dettaglio possiamo stabilire che i Paphiopedilum vanno rinvasati quando:

1) – le radici si comprimono troppo all’interno del vaso, al punto da rendere inefficaci le annaffiature.
2) – eccessivo invecchiamento del substrato di coltura.
3) – problemi all’apparato radicale.

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